Come si crea un capo d’abbigliamento outdoor

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Il capo d’abbigliamento tecnico che indossate e che avete appena acquistato dalla collezione di quest’anno esisteva già 3 anni fa: è una delle tante cose interessanti che abbiamo scoperto quando siamo andati a Oslo a visitare la sede di Norrona e abbiamo avuto modo di parlare con Brad Boren, che per il marchio norvegese si occupa di guidare il team di ricerca, sviluppo e design dei prodotti.

Siamo etrati nel cuore del processo creativo di pantaloni, giacche e baselayer di uno dei marchi al top per qualità e non ci siamo fatti scappare l’occasione di farci raccontare come si accende la prima idea per un capo tecnico outdoor, attraverso quale processo passa quella idea e come si arriva a un capo fatto e finito con almeno 2 anni di anticipo rispetto al momento in cui verrà immesso sul mercato.

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Brad, partiamo dall’inizio: come cominciate a pensare a un nuovo capo tecnico?

Buttiamo tutto sul tavolo e cerchiamo di mettere ordine nel caos di idee e bisogni. È un processo molto lungo, che parte con almeno 3 anni di anticipo, e all’interno del quale cerchiamo di trovare i migliori trade-off possibili. Prendi per esempio il variegato mondo dello sci: c’è chi è preoccupato di aver freddo, e chi invece teme di sudare troppo, anche se sciano assieme e nello stesso luogo. Il mondo dell’outdoor è vario e variegato, e noi dobbiamo tener conto di queste diverse esigenze.

E come fate a cercare di accontentare necessità così diverse?

Intanto partiamo dai nostri ambassador, per cercare di capire il modo in cui lo sport che praticano si sta evolvendo e di cosa hanno bisogno. È un’epoca di cambiamenti veloci anche nel modo in cui si praticano le attività outdoor: c’è chi è estremamente specializzato e vuole capi iper specifici, e chi invece pratica più discipline e ha bisogno di capi versatili dal punto di vista di traspirabilità, durata, isolamento o design.

Sono quindi gli ambassador che guidano il processo?

No, non solo e non esclusivamente: valutiamo anche i feedback dei clienti, per esempio quando ci mandano un capo per farcelo riparare e cerchiamo di capire cosa è successo. Poi mettiamo sul tavolo anche i materiali e le tecnologie che sono disponibili in quel momento, ci mettiamo un po’ anche del nostro in quanto utilizzatori e sportivi, e ascoltiamo anche la voce dei negozianti, che sono il vero punto di contatto con gli acquirenti.

E poi?

Poi cerchiamo di mettere ordine tra le idee, per esempio cercando di capire il giusto punto di equilibrio, ovvero se serve più traspirazione, o più resistenza all’abrasione, o più leggerezza e morbidezza. A quel puto facciamo delle prove, e soprattutto un sacco di errori.

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Ma come potete prevedere cosa sarà di moda tra 3 anni?

Non possiamo prevederlo e non ci proviamo neanche. Noi non sappiamo quali sport si praticheranno tra 3 anni e come saranno praticati. Però sappiamo cosa vogliono e cosa vorrebbero fare gli appassionati di outdoor, perché ce lo facciamo raccontare, e così cerchiamo una soluzione a un bisogno. Poi magari è impossibile arrivarci subito ed è necessario trovare un compromesso tra diverse esigenze. Pensa ai produttori di membrane: con loro abbiamo strettissimi rapporti, ed è un processo a due vie nel quale loro ci dicono cosa possiamo fare nella combinazione di membrane e tessuti e noi diciamo cosa vorremmo davvero ottenere. Poi cerchiamo insieme di raggiungere il limite di queste possibilità in termini di traspirabilità, durevolezza o morbidezza di un capo. È un processo per tentativi ed errori: all’inizio se ne fanno sempre un sacco, poi pian piano si rende il prodotto sempre migliore e vicino a ciò che davvero vogliamo ottenere.

E come trovate il punto di equilibrio tra specificità e versatilità?

Ragioniamo sui bisogni, come detto prima. Sempre per restare all’esempio dello sci: non possiamo trovare un punto di equilibrio che vada bene sia per chi teme il freddo che per chi teme di sudare troppo, e allora cerchiamo di soddisfare queste diverse esigenze attraverso la combinazione di più capi e più strati. Per noi è importante ragionare in termini di concept di una collezione, poi è chi usa i capi che li combina in base ai propri bisogni. Per questo facciamo collezioni estremamente essenziali: vogliamo che i capi siano leggeri, traspiranti, facilmente ripiegabili, resistenti e che permettano grandi libertà di movimento. Poi lasciamo che chi li usa li combini a strati in base alle proprie necessità.

A questo punto un capo è pronto per la produzione industriale?

No, non ancora, perché c’è da valutare l’aspetto della sostenibilità e dell’impatto ambientale, che per noi è estremamente importante. In questo 2016 aderiamo a Bluesign, lo standard di certificazione della filiera produttiva che garantisce la sostenibilità ambientale di tutta la produzione. E poi spingiamo nella direzione dei materiali riciclati e riciclabili, per aumentare il ciclo di vita dei tessuti e ridurne al minimo l’impatto ambientale. Solo a questo punto un capo è davvero pronto per la produzione industriale.

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