Into the Wild e le avventure outdoor: la natura va trattata con rispetto

Credits: Danilo Callegari

Cosa vuol dire sfidare la natura? E perché una storia come quella di Into the Wild ci affascina tanto? Ne abbiamo parlato con Danilo Callegari, 32 anni friulano che sta sta portando avanti il suo progetto 7Summits, il raggiungimento delle cime più alte di ogni continente. Ma a modo suo, cioè arrivando o ripartendo dalle vette a piedi, bici e altri mezzi, in viaggi a dir poco estremi e in solitaria.

Dopo l’Aconcagua (6962 metri) in Sudamerica nel gennaio 2012, raggiunto dopo 4500 km in bici, ha scalato l’Elbrus (5642 m) per poi rientrare in Italia in bici dalla Russia, 4mila km in mezzo all’Europa. Ora si prepara alla cima africana per eccellenza, il Kilimanjaro, con questo programma: partenza a nuoto dall’isola di Zanzibar e 50 km fra le acque agitate dell’Oceano Indiano fino alla costa di Bagamoyo, Tanzania, poi 1200 km di piste sterrate fra foreste e savana, da percorrere a piedi a un ritmo di 42 km al giorno per 27 giorni consecutivi (insomma 27 maratone di fila). Infine ascesa, sempre di corsa, al Kilimanjaro fino alla vetta di 5895 metri, e discesa dal versante opposto, il tutto in 24 ore non stop in totale autonomia, senza tende o sacchi a pelo per riposarsi.

A seguire nei prossimi anni, avventure in Antartide, Oceania, Nord America, Asia. Nelle foto, alcune immagini delle sue spedizioni.

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Perché lo fa? Perché ama la natura nelle sue espressioni più dure ed estreme, dove un essere umano può a fatica sopravvivere, ma una volta “adattato” ne diventa parte integrante (così scrive sul suo sito).

Danilo, Into the wild è considerato “il film outdoor per eccellenza”. Perché?
Indubbiamente perché per molti aspetti incarna il sogno di moltissimi uomini afflitti da una vita infelice, sedentaria e spesso rinchiusa all’interno di grigie città.

Quali corde va a toccare?
A me personalmente questa storia non ispira nulla. Probabilmente a molti ispirerà il senso di libertà, il fascino del rischio, la sfida con se stessi. La voglia di evasione da una vita stretta.

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Perché mollare tutto e andarsene nei boschi è una sfida così sentita? Ha a che fare con la nostra epoca?
Sì, credo che sia più che mai sentito in questa nostra epoca fatta di smog, effetto serra, scioglimento dei ghiacci, città caotiche, vita frenetica e schiava di una tecnologia senza freni. Così si va a cercare se stessi in luoghi estremi come l’Alaska, dominata da una Natura selvaggia, una Natura che, se non viene rispettata, uccide.

Questo è un tema controverso del libro e nel film: il protagonista molla una vita comoda, ma muore per inesperienza.
Ritengo che quest’aspetto venga troppo spesso preso alla leggera e che molte persone, accecate da questa voglia di evasione, si “tuffino” nella Natura senza il dovuto rispetto, senza le giuste precauzioni e con una quasi totale mancanza di esperienza e informazioni.

È questa la chiave narrativa che lo fa amare? Forse proprio la morte di Chris McCandless?
Sicuramente la morte è un aspetto forte che inevitabilmente “attira” il grande pubblico. Oltre a quello, credo che le altre chiavi possano essere l’ambiente, quindi l’Alaska e il modo in cui è stata affrontata dal protagonista.

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Cosa ci portiamo dietro tornando dall’immersione nella natura?
Posso dire ciò che mi porto dietro io: tranquillità, un senso di serenità, grande consapevolezza della vita, un ritorno ai valori reali, comprensione che il “tutto” della società odierna è in realtà spesso effimero.

A breve esce nelle sale Aria sottile, il racconto della tragica spedizione sull’Everest, sempre tratta da un libro di Jon Krakauer. È un’altra storia che ha toccato il cuore di chi ama l’outdoor. Che altri stimoli scatena questa vicenda?
Ho letto entrambi i libri e mi piace molto il modo in cui scrive Krakauer. Ritengo siano due storie completamente differenti per i più svariati motivi, ma vedo sicuramente un aspetto che accomuna entrambe: la totale mancanza di rispetto per questa straordinaria ed estrema Natura.

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