Libri sul cicloturismo e viaggi in bici: Sognando la bicicletta (con un estratto da leggere)

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Sognando la bicicletta è un libro sul ciclismo e i viaggi in bici scritto da Ferruccio Bono. Attraverso una serie di racconti narrano l passiona per le pedalate e le biciclette. Si parla di grandi e piccoli giri, grandi e piccoli personaggi che hanno in comune l’amore per le due ruote. Con una serie di viaggi fatti dall’autore.
Il libro è pubblicato da Editore Nerosubianco (Cuneo).
Più sotto pubblichiamo due racconti estratti dal libro: Coppi e Africa.

 

Sognando la bicicletta, il libro di Ferruccio Bono

Il libro contiene 35 racconti che hanno come filo conduttore la presenza in ognuno di essi di una bicicletta. Alcuni di essi sono dedicati alle diverse bici che hanno scandito la vita dell’autore e alla sua passione per le due ruote sviluppata fin dall’infanzia e cresciuta nel corso del tempo. Altri, ricchi di informazioni e di curiosità, prendono lo spunto da personaggi e vicende del ciclismo. (qui trovi altri libri sulla bicicletta e grandi storie di ciclismo)

Qualche racconto è dedicato ai numerosi viaggi che l’autore ha compiuto in sella alla bici in Italia e in Europa, a volte da solo, a volte in piccolo gruppo ed a volte con la numerosa compagnia dell’associazione di cicloturisti di cui fa parte. Non si descrivono in dettaglio i percorsi affrontati, anche perché i testi sono generalmente brevi, ma si indugia piuttosto sulle particolari avventure e sui suggestivi incontri che arricchiscono il modo di muoversi del cicloturista.

 

 

La storia della bicicletta

In alcuni testi la bicicletta, sempre protagonista assoluta, incrocia momenti chiave della storia del Novecento, come nelle vicende dei bersaglieri ciclisti della prima guerra mondiale, della staffetta partigiana o del riparatore incontrato sullo sfondo delle guerre degli anni ‘90 nella penisola balcanica.

Ogni racconto mette in evidenza la ricchezza e la varietà di sensazioni e di emozioni che la bicicletta può regalare ai suoi appassionati. Negli ultimi due, sul filo dell’immaginazione, l’autore mette in collegamento il passato e il futuro della bicicletta: dal primo esperimento di uno dei suoi lontani inventori alle immaginarie avventure a pedali di due ragazzi in uno scenario di fantascienza.

Chi è l’autore

Ferruccio Bono è nato nel 1951 in un paese delle Langhe. Da molti anni vive a Cuneo, dove ha svolto prima la professione di bibliotecario e poi di insegnante di lettere nella scuola media. È sempre stato un appassionato della bicicletta e ha compiuto numerosi viaggi in Italia e in Europa, a volte da solo, a volte in piccolo gruppo e spesso con la numerosa compagnia dell’associazione di cicloturisti di cui fa parte.
Ha pubblicato due libri di narrativa per ragazzi, I sommozzatori del passato (2006) e Missione Mnemos: il pianeta perduto (2007), entrambi con Campanotto editore.

 

 

Sognando la bicicletta, di Ferruccio Bono, si trova nelle librerie e su Amazon a 12 euro

 

 

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Due racconti estratti da Sognando la bicicletta, di Ferruccio bono

Per gentile concessione dell’autore Ferruccio Bono, pubblichiamo due racconti estratti dal suo libro Sognando la bicicletta. Il primo si intitola Coppi, il secondo Africa.

 

COPPI

“Andiamo a vedere Coppi” disse mio padre.
Quell’anno il Giro d’Italia transitava sulle strade delle Langhe e attraversava il paese dove abitavamo. I corridori sarebbero passati a poca distanza dalla nostra casa, avremmo potuto osservarli in lontananza dalla grande terrazza, ma mio padre preferì scendere in strada.
Attraversammo il ponte e ci fermammo all’estremità opposta. Sulla destra si poteva vedere il lungo viale alberato dal quale sarebbero arrivati i corridori, proprio davanti a noi la strada piegava in leggera curva e una breve discesa immetteva sull’altro viale che delimitava il borgo, seguendo l’argine del fiume. Era un punto di osservazione ideale, ma dopo pochi minuti un carabiniere venne a informarci che non si poteva stare su quel lato della strada, bisognava attraversare.
Ci trasferimmo dall’altra parte e scoprimmo che il punto di osservazione era molto più limitato. Adesso ci trovavamo all’interno della curva, lo sguardo non arrivava fino al viale alberato e nemmeno si scorgeva più la strada sull’argine. Non c’era tempo di spostarsi e di cercare una sistemazione migliore: la carovana era già in transito.
Passarono automobili dai colori e dalle forme che destavano la meraviglia degli spettatori. Una assomigliava a una grande bottiglia, un’altra trasportava un’enorme scatola di lucido per scarpe. Il colore dominante era il rosa. Dagli altoparlanti montati sulle vetture rimbombavano musiche e slogan pubblicitari. Il rumore di fondo era quello del vociare della folla eccitata.
Un furgone vetrato si fermò proprio davanti a noi, mentre da un altoparlante sistemato sulla cabina partivano rumorosi inviti a comprare tavolette di cioccolato. Adesso la visuale era completamente coperta. Per fortuna intervenne la guardia comunale e con un imperioso trillo del fischietto obbligò l’autista a ripartire.
All’improvviso un mormorio di ammirazione salì tra la folla. Mi sporsi in avanti e riuscii a scorgere un ciclista in arrivo. Era solo, non pedalava ingobbito sul manubrio ma avanzava diritto rivolgendo gesti di saluto al pubblico. Non era un corridore. Era un alpino, o meglio uno che doveva aver fatto l’alpino in gioventù e precedeva tutte le tappe pedalando con tanto di cappello e di piuma. La gente applaudì il passaggio dell’alpino che alzava le braccia come se stesse per tagliare vittorioso il traguardo.
Il transito delle auto della carovana era terminato. Adesso l’attesa dei corridori diventava fremente. Intorno a me sentivo discorsi e nomi di corridori: Baldini, Nencini, Defilippis.
“Sì, ma Coppi…” diceva uno alle mie spalle.

“Eh, Coppi ormai è vecchio…” interveniva un altro.
Alzai uno sguardo sorpreso e sconcertato verso mio padre.
“È diventato vecchio Coppi?”
“Sì, ma è sempre il più forte” mi rassicurò lui.
All’improvviso transitarono alcune motociclette della polizia. Procedevano lungo il bordo della strada e gli agenti facevano ampi gesti per invitarci a stare indietro. Un attimo dopo arrivarono i corridori. Erano tutti in gruppo. Sbucarono veloci dal viale, piegarono appena le biciclette per affrontare la curva e la breve discesa e sparirono in un attimo.
“Guarda Coppi… È lì… Forza Coppi, Dai Coppi!” sentivo un vociare confuso intorno a me, ma il rumore che più mi colpì fu quello delle biciclette. Non era quello dei tubolari sull’asfalto, era un rumore particolare, una specie di fruscio, un ronzio metallico dovuto al fatto che nell’affrontare la leggera curva in discesa i corridori avevano smesso di pedalare e gli ingranaggi della ruota libera avevano creato un sottofondo uniforme, una speciale colonna sonora che accompagnava il gruppo.
Dopo i corridori transitò la lunga colonna delle auto delle squadre che portavano le biciclette fissate sul tetto e infine gli ultimi veicoli pubblicitari della carovana.
Mio padre mi prese per mano e ci avviammo verso casa.
“L’hai visto Coppi?” mi chiese.
“No, non l’ho visto”.
“Ma come, era quello in mezzo al gruppo, con la maglia azzurra, il naso lungo…”
“Non l’ho visto, non ho visto Coppi” mormorai deluso.

 

 

 

AFRICA

Claudio ha una bottega di vendita e riparazioni cicli da tanti anni. Nel paese è una specie di istituzione, da anni dice di voler chiudere e godersi la pensione, ma all’inizio di ogni stagione è regolarmente presente al suo posto di lavoro. Lo conosco da molto tempo, ho acquistato da lui diverse bici e sono ricorso tante volte alle sue riparazioni.

Fin dai primi tempi in cui avevo cominciato a frequentare la sua bottega- officina, mi aveva colpito il mucchio di vecchie biciclette ammassate nel cortile. Mi domandavo perché raccogliesse e tenesse tanti ferri vecchi, invece di portali alla più vicina discarica.

Un giorno Claudio mi spiegò il mistero. “Sono bici che ritiro dai clienti che ne acquistano una nuova. Non sanno cosa farsene di quella vecchia e la lasciano qui. D’estate non ho tempo, c’è troppo lavoro, ma d’inverno, quando diminuisce, le ripasso una a una. Cerco di rimetterle in funzione, sistemo freni, catena, magari tolgo i copertoni da una che è irrecuperabile e li sposto su un’altra”.

“E poi cosa ne fai?” domandai incuriosito.
“Le do a una associazione di volontariato. Ne caricano un camion e le portano in Africa. Lì sembra che possano ancora servire”.
Apprezzai molto quell’idea di recuperare vecchie bici e mandarle in Africa. Anni prima ero stato a trovare un amico che svolgeva il servizio civile in Burundi, uno dei paesi più poveri del mondo. Mi colpirono le misere abitazioni, poco più di capanne di fango con tetti di foglie, e più ancora mi colpì il fatto che il 90% delle persone camminasse scalzo. Pochissimi avevano delle calzature e spesso erano rudimentali, degli zoccoli o dei pezzi di copertoni di auto adattati come sandali. Le strade, anche quelle principali, erano sterrate e polverose, frequentate da pochissimi veicoli. Il mezzo più diffuso erano i tanu-tanu, dei camioncini giapponesi con il cassone coperto da un telaio di ferro sul quale veniva steso un telone durante la stagione delle piogge. Venivano utilizzati per il trasporto delle persone, che si ammassavano in gran numero e viaggiavano in piedi, tenendosi ai tubi di metallo.
Per i suoi spostamenti, il mio amico aveva a disposizione un maggiolino Volkswagen e una bicicletta cinese. Non so con quale materiale fosse stata costruita quella bici, mi veniva da pensare che avesse un telaio in ghisa tanto era pesante. Si faticava in pianura e in salita conveniva scendere e spingerla. Per raggiungere il villaggio e la piazza del mercato, ogni tanto prendevo a prestito la bici cinese e mi avviavo lungo la strada sterrata. Al mio passaggio le persone, soprattutto i bambini, ridevano. Forse

pensavano che per un bianco non era decoroso muoversi con quel tipo di veicolo, che non era molto diffuso da quelle parti.
Chissà, pensavo, forse qualcuna delle biciclette riparate da Claudio è arrivata laggiù. Per lo meno saranno meno pesanti e faticose di quelle cinesi che avevo trovato io.

Col tempo la situazione è cambiata. Molti uomini e molte donne dall’Africa hanno cercato di spostarsi in Europa. Chi oggi si indigna per l’arrivo di queste persone non si rende conto che se vivi in un posto dove non hai nemmeno le scarpe, non hai una decente prospettiva di vita e magari ti trovi in mezzo a una guerra, sei disposto a fare di tutto, a rischiare la vita su un barcone o appeso sotto il telaio di un camion pur di raggiungere un posto dove pensi di vivere meglio. Per questi uomini arrivati dall’Africa la bicicletta è diventata un mezzo di trasporto importante. Per raggiungere i luoghi di lavoro, le industrie, i laboratori artigianali o le aziende agricole nel periodo dei raccolti, si servono di biciclette di recupero. Non certo quelle che si trovano nei negozi specializzati e neppure quelle più economiche dei supermercati. Usano vecchie bici, recuperate in qualche modo, e spesso neppure in buone condizioni. Quasi nessuno di loro si preoccupa del fatto che la bici sia dotata di impianto di illuminazione e questo costituisce un grave pericolo. Pochi mesi fa, nella periferia della mia città, un africano che all’alba pedalava sui bordi di una statale per raggiungere il posto di lavoro è stato investito da un veicolo che non lo aveva visto. Forse quell’uomo era sopravvissuto a una terrificante traversata in mare, forse aveva percorso molti chilometri nascosto sotto il cassone di un camion e adesso, dopo tanta fatica, perdeva la sua vita per l’imprudenza di pedalare su una bicicletta senza fanali.

Da quando gli africani hanno iniziato a raggiungere l’Europa e l’Italia, le bici di Claudio hanno smesso di partire verso l’Africa. Adesso i migranti vengono a cercarle direttamente nel suo cortile. Si è diffusa la voce che lui è il ciclista che aggiusta le bici per gli africani. Arrivano a gruppi, anche dai paesi intorno, si sistemano all’entrata del cortile e aspettano con pazienza. È inutile che lui dica che non ne ha più, che ha finito la scorta. Loro rimangono ad aspettare. Un giorno un vicino di casa, allarmato per la presenza di tanti sconosciuti dalla pelle scura davanti a quel cancello, ha chiamato la polizia. È arrivata una volante.

“Che cosa succede qui?” ha domandato un agente.
“Niente. Non succede niente. Aspettano una bici vecchia, ma io non ne ho più” ha risposto Claudio.

 

 

 

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