Perché la bicicletta ha a che fare con la libertà

Perché la bicicletta ha a che fare con la libertà

Che la bicicletta ha a che fare con la libertà l’ho capito a quasi 50 anni. Che è tardi per capire certe cose, a ben vedere. Ma forse non è mai troppo tardi per capire quelle davvero importanti. Io sono della generazione degli anni Settanta, e allora la bicicletta era una cosa normale. Sì, a Natale ti regalavano anche la macchinina telecomandata, ma soprattutto a Natale ti regalavano la bicicletta. E con la bicicletta facevi tutto. Io andavo a scuola alle elementari in bicicletta, da solo. Cosa che oggi è più rara di una marmotta dell’isola di Vancouver. Ci andavo agli allenamenti, all’oratorio, al parchetto e ci andavo anche per il gusto di andarci. Del tipo che andavi con la Saltafoss, la bici da cross o la Graziella dove gli altri andavano con la BMX. Non è che te la menavi più di tanto: c’era un campo con dei cumuli di terra e dai e dai ne usciva una pista da BMX, e se non avevi la BMX ci andavi con la bici che avevi, a volte anche quella da signora di tua mamma. L’importante era andare, il resto non contava.

Poi alle medie mi hanno regalato la bici da uomo, che era una specie di bici da corsa con il manubrio dritto. Me la ricordo ancora, verde metallizzato. Ma soprattutto aveva i cambi, di quelli con la levetta sul tubo obliquo del telaio. E con quella ti sentivi un vero uomo. Ci andavi dalla fidanzatina per il primo bacio, ci andavi nel Paese accanto, ed era un po’ come varcare le colonne d’Ercole. Soprattutto ci andavi forte, davvero forte. O almeno così ti sembrava, anche se avevi il cappotto e i pantaloni di velluto. Sì, perché ci andavi in estate e in inverno, con la pioggia e con il sole, perché in fondo era l’unico modo per poter andare. Qualche volta ci sono andato anche al Liceo, alle superiori, ma già lì le cose erano cambiate.

Sì, perché per noi Generazione X a 14 anni scattava l’ora del motorino. No, non lo scooter o la moto, proprio il motorino. Io avevo ereditato un Malaguti Fifty 50 monomarcia. Bruttissimo. Bruttissimo soprattutto rispetto ai motorini fighi, i Garelli, i Califfoni. Però chi se ne frega, perché col motorino e mille Lire di miscela andavi dove con la bicicletta non pensavi di poter andare. Ecco forse il senso di libertà della bicicletta l’ho perso proprio in quel momento. Il momento in cui mi son ritrovato un motore sotto il sedere e ho scoperto che potevo andare più lontano, più veloce, senza fatica. Ho letto che oggi i motorini non si vendono più: fino all’arrivo dei telefonini se ne immatricolavano 700mila ogni anno, ora 23mila, e tutto è stato surrogato dal telefonino. Ma questo riguarda i Millenials.

 

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Di fatto io ho abbandonato la bicicletta a 14 anni e, a parte una bici vintage coi freni a bacchetta per andare a prendere il gelato la domenica pomeriggio, non ne ho avuta più una. Non ho avuto una bicicletta finché non sono diventato padre, all’alba dei 40 anni. Un quarto di secolo senza bicicletta. Diventato papà ho preso una vecchia MTB da 26″ di terza mano, praticamente un “cancello”, che però mi sembrava ok per metterci il seggiolino e portare in giro i bambini. E lì qualcosa forse ha cominciato a ronzarmi in testa, ma non l’ho colto subito.

Intanto avevo cominciato a correre, sempre per la questione della crisi di mezza età e del fatto che la corsa è la gnocca dei quarantenni. Io sono stato un atleta, ma correre non mi è mai piaciuto. Lo associavo sempre e solo alla mitologica “preparazione”, che era molto ma molto meno divertente del giocare. E così mi son portato questo transfer negativo fino a quasi i 40 anni, quando ho scoperto che correre poteva essere bello e divertente. Ma anche un ottimo modo per sentirsi liberi. Non faccio gare, non seguo tabelle, corro per il piacere di correre, è l’ora di fatti miei. Ma ancora adesso, quando viaggio, mi porto scarpette e pantaloncini e mi ritaglio il tempo di fare una corsa a caso, a zonzo, alla scoperta dei posti in cui mi trovo.

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Che c’entra la corsa con la bici? C’entra perché se la corsa è stata un modo per “fermare il declino” e ritagliarmi del tempo per i fatti miei, a un certo punto non mi bastava più. Volevo andare più lontano, stare in giro più tempo, ma il Signore non ci ha fatto tutti come Abebe Bikila e i propri limiti bisogna anche saperli riconoscere. Così mi sono comprato una bici. Una bici seria. E mi si è aperto un mondo. Un mondo di libertà. La libertà di poter fare una discesa col vento in faccia e quella di una salita col sudore che gronda dalla fronte. La libertà di andare nel bosco e quella di andare per strada. La libertà di stare in giro per intere giornate e quella di andare con le mie gambe dove prima sarei andato in auto. Anzi, la libertà spesso di pensare alla bici e non all’auto per fare un sacco di cose. La libertà di tentare salite che non riesco a fare e anche quella di riuscirci quando meno me l’aspetto. La libertà di fare tanti km quanti non immaginavo di poterne fare e anche quella di perdermi e scegliere a caso dove andare. La libertà di andare semplicemente a zonzo e quella di sapere che per andare in un certo posto ci metterò un tempo abbastanza preciso. Perfino la libertà di arrivare in bici laddove pensavo di poter andare solo a piedi. La libertà di sentirmi felice. Ecco perché secondo me la bicicletta ha a che fare con la libertà.

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