La prima cosa che si sente è il fragore, e ben prima ancora di vedere qualcosa. È il torrente Grossarlbach che avverte con un rumore sordo e crescente che aumenta man mano che le pareti di roccia calcarea si avvicinano, si stringono e tagliano il cielo in una sottile lama azzurra. Ci troviamo presso Liechtensteinklamm, nel Land di Salisburgo, in Austria.
È una gola, o meglio è uno dei canyon più lunghi e profondi delle Alpi, con i suoi 4 chilometri di estensione e quasi 300 metri di dislivello verticale tra il fondo e il bordo superiore. Vi basti pensare che le sue pareti in certi punti si avvicinano fino a pochi metri l’una dall’altra, e che è una sorta di macchina del tempo geologica che racconta 15.000 anni di trasformazione lentissima e inarrestabile. Ma non è tutto, perché la forra è persino attraversata da una gigantesca scala a chiocciola.
Figlia del ghiaccio e della pazienza
Tutto cominciò alla fine dell’ultima glaciazione, quella di Würm, quando la valle del Salzach era occupata dal ghiacciaio dei Tauri: un fiume di ghiaccio che raggiungeva i 3.000 metri di quota e che con il suo peso enorme raschiava e modellava le fiancate delle montagne come una pialla da falegname. Quando il ghiaccio si ritirò, lasciò in eredità un’alta parete di roccia calcarea e un torrente con tanta energia da spendere.
Il Grossarlbach si mise al lavoro, e con la stessa ostinazione con cui l’acqua penetra nelle crepe, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, iniziò a incidere la roccia in profondità. Il risultato di questo processo millenario è una forra che sorprende per la sua geometria quasi artificiale: pozze turchesi, scivoli levigati e cascate che precipitano da nicchie invisibili.
Quando un principe aprì la strada
Prima che diventasse una meta visitabile, questo canyon era un posto praticamente inaccessibile, frequentato solo dagli scalpellini che estraevano materiale dalla roccia. A cambiare le cose fu, nel XIX secolo, il principe Johann II di Liechtenstein, che finanziò la costruzione di passerelle in legno e scalinate intagliate nella roccia viva per permettere ai visitatori di addentrarsi in sicurezza lungo il percorso.
Da quel momento la gola prese il suo nome attuale, in suo onore, e divenne una delle attrazioni più visitate della regione salisburghese. Le strutture originali sono state più volte ricostruite nel tempo, e oggi il percorso si sviluppa su passerelle in acciaio e legno ancorate direttamente alla parete rocciosa, sospese sopra il torrente nei punti in cui il fondovalle è troppo stretto per qualsiasi altro tipo di accesso. L’ingegneria si è adattata alla geologia, quindi, non di certo il contrario.
Dentro la gola: luce, fragore e geometrie impossibili
L’accesso avviene dall’ingresso principale: si paga il biglietto e si imbocca il sentiero attrezzato. Le prime centinaia di metri scendono gradualmente verso il fondovalle, poi le pareti cominciano a stringersi e il rumore dell’acqua cresce fino a diventare quasi fisico. La roccia calcarea ha colori che cambiano con l’umidità: grigio scuro nei tratti a contatto continuo con l’acqua, beige pallido in alto dove la luce arriva di rado, e in certi punti una tonalità quasi rossastra in cui ossidi e muschi si stratificano nei secoli.
Il momento più spettacolare si verifica verso mezzogiorno, quando il sole riesce a infilarsi nella fessura superiore e colpisce le cascate principali. La luce si rifrange nelle gocce d’acqua sospese nell’aria e genera aloni di arcobaleno che durano pochi minuti, poi svaniscono. Il percorso termina in fondo alla gola, vicino alla cascata principale, alta circa 50 metri.
Qualcuno si ferma lì e torna indietro sullo stesso sentiero; altri salgono verso i pascoli soprastanti attraverso un tragitto più ripido che porta fuori dalla forra. L’intera escursione di andata e ritorno richiede tra 1,5 e 2,5 ore, a seconda del ritmo. La gola resta aperta da maggio a fine ottobre e in autunno, quando la vegetazione sui bordi superiori vira verso l’arancio e il rosso, la luce che filtra dall’alto prende tonalità che nessuna altra stagione regala.
Foto di copertina: By Elisabeth Höll, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia; Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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