In Italia abbiamo una delle vette più alte dell’architettura idraulica cinquecentesca. Il suo nome è Pozzo di San Patrizio ed è un’assurda struttura situata sull’orlo della rupe orvietana che nacque da un’esigenza vitale: garantire l’approvvigionamento idrico alla città durante gli assedi. Antonio da Sangallo il Giovane ricevette l’incarico da Papa Clemente VII, fuggito dal Sacco di Roma, per realizzare una riserva d’acqua sicura.
Il progetto sfrutta la friabilità del tufo per scendere fino a ben 54 metri di profondità, raggiungendo una falda acquifera che alimenta il fondo della cavità. A sorprendere notevolmente è la precisione millimetrica della circonferenza, la quale testimonia una padronanza delle tecniche estrattive raramente eguagliata in epoche successive.
La doppia elica dei gradini
Ciò che vi abbiamo accennato non è praticamente nulla rispetto allo spettacolo che si trova ad attraversare il visitatore. La caratteristica distintiva del Pozzo di San Patrizio, infatti, risiede nel sistema di risalita e discesa. Sangallo ideò due rampe elicoidali sovrapposte che ruotano attorno al vuoto centrale senza incrociarsi mai. Una soluzione tecnica eccezionale e che permetteva alle carovane di muli carichi di secchi di scendere per attingere l’acqua e risalire tramite un percorso differente.
Ciascuna scala conta 248 gradini bassi e larghi (no, non è necessariamente una passeggiata scendere e salire), pensati appositamente per le zampe degli animali da soma. Ci sono poi 72 finestre arcate e aperte verso il nucleo del cilindro, che garantiscono una visibilità naturale che muta tonalità man mano che la distanza dalla superficie aumenta. La temperatura rimane costante lungo tutto il tragitto, creando un microclima fresco anche durante le estati più torride.
Simbolismo e leggende sotterranee
Inizialmente battezzato come “Pozzo della Rocca“, il nome attuale risale al XIX secolo. Il riferimento richiama una grotta irlandese legata alla figura del Santo, considerata un accesso al purgatorio. Oltre alla funzione pratica, la struttura evoca suggestioni legate al passaggio verso l’ignoto.
Oggi l’accesso ai turisti permette di ammirare la maestosità della costruzione dal basso verso l’alto, osservando il cerchio di cielo che appare minuscolo dalla piattaforma terminale. Il riflesso della luce sulla superficie idrica posta alla base dà vita a giochi cromatici che variano dal verde smeraldo al grigio plumbeo, a seconda dell’inclinazione dei raggi solari che filtrano dai finestroni.
Dettagli logistici per la visita
Piazza Cahen funge da punto di riferimento principale, trovandosi a pochi passi dall’ingresso della struttura. Il costo del biglietto intero ammonta a 6,00 euro mentre la tariffa ridotta di 4,50 euro spetta a studenti, over 65 e gruppi numerosi. I bambini sotto i sei anni accedono gratuitamente. L’accesso resta garantito quotidianamente con variazioni stagionali: da maggio ad agosto l’apertura si estende dalle 9.00 alle 20.00, nei mesi di marzo, aprile, settembre e ottobre la chiusura anticipa alle 19.00, mentre nel periodo invernale l’orario si riduce dalle 10.00 alle 17.00.
Foto Canva
Per raggiungere la rupe, la soluzione più rapida prevede l‘utilizzo della funicolare che parte dalla stazione ferroviaria e arriva direttamente sul colle in circa 2 minuti. Chi viaggia in auto può lasciare il veicolo nell’ampio parcheggio situato a valle, collegato appunto alla funicolare, oppure cercare sosta nelle aree a pagamento dell’ex Caserma Piave, poco distante dal sito. La biglietteria fisica si trova proprio accanto ai giardini comunali che ospitano il varco d’ingresso (si può prenotare online).
Foto di Simone Antonazzo / ENIT SpA
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