Sherpa che avvelenano gli alpinisti sull’Everest, la smentita

Noi speravamo fosse più nobile. La montagna non è più nobile del calcio né di altri aspetti corrotti della vita quotidiana.

Polemica di montagna che ne ricorda una calcistica: settimana scorsa ci siamo dichiarati delusi dal fatto che non ci saremmo potuti fidare nemmeno degli sherpa nepalesi in cime all’Everest. Il NY Post (tabloid noto per spingere i titoli ma anche per evitare le fake news) ha citato fonti indiscutibili che raccontavano la frode assicurativa perpetrata da un gruppo di guide locali che avvelenavano il cibo dei propri turisti per indurli a chiamare l’elicottero di emergenza che li riportasse in ospedale in città. Una truffa da 20 milioni di dollari americani.

Con una solerzia degna di un giornalista rosicone dopo una sconfitta nel derby (o dopo gli scrutini referendari), il sito americano climbing.com (powered by Outside che, dai tempi di Jon Krakauer, ha in simpatia gli sherpa) ha smentito tutto, entrando a gamba tesa sull’accaduto. «Nessuna prova. Da dove proviene dunque la voce sull’avvelenamento? I pubblici ministeri affermano che le guide erano colpevoli senza che nessuno degli imputati sia stato accusato di aver manomesso il cibo dei clienti».

Danno del bugiardo (o quantomeno dell’incompetente) a un pubblico ministero di un paese straniero? L’accusa nepalese peraltro non ha ancora nemmeno istruito il processo.

E noi a chi dobbiamo credere? Dove sta la verità? Siamo di fronte in ogni caso a esempi di informazione parziale. È una delle mille vicende di montagna (“Chi è arrivato per primo in cima? Aveva o non aveva le bombole? Ha lasciato morire il suo compagno per guadagnare la vetta?”) che ci ammorberanno per anni e noi non sapremo mai com’è andata veramente.

Da una parte il sensazionalismo della notizia, dall’altro la cieca difesa ad oltranza.

Il Katmandu Post poche ore fa scriveva che “Il ministero ha affermato che, sebbene tali irregolarità siano state segnalate, le accuse di danni deliberati agli escursionisti non sono state comprovate dalle indagini del CIB (l’ufficio investigativo della Polizia)” che però ha ricevuto numerose accuse ancora da valutare. I media sono stati esortati ad astenersi dal diffondere informazioni non verificate: del resto, questa è la attività turistica che più di ogni altra garantisce ingresso di capitali stranieri in Nepal.

Sembra quindi ci abbiano fatto la supercazzola: ci sono mille accuse – viene citata anche una donna canadese che ha sporto denuncia alla Polizia e si è rifiutata di pagare volo di emergenza e cure ospedaliere per un totale di circa 10.000 euro – ma non se ne può parlare perché al momento non ci sono prove. Detto questo, sembra siano già state verificate le manipolazioni di documenti e la falsificazione delle firme di medici per ottenere rimborsi assicurativi illegittimi. Non saranno stati avvelenati ma la truffa c’è comunque stata.

Climbing.com avvisa (o minaccia) che la vicenda è in evoluzione e che dobbiamo aspettarci aggiornamenti. Dopo aver esaurito le vicende di Garlasco e i replay del gol di Muntari, Rete4 magari farà una puntata anche sugli sherpa.

 

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