Wim Wenders arrivò in America per la prima volta nel 1969, con una macchina fotografica e la testa piena di cinema americano. Negli anni successivi, tornò più volte, guidando, fotografando, osservando. Quando girò Paris, Texas nel 1984, il paesaggio del Southwest che aveva accumulato in quei anni di viaggi divenne la materia prima visiva del film: le pianure piatte del Texas, i canyon dell’Arizona, le strade deserte che finiscono all’orizzonte senza dichiarare una destinazione.
Wenders vide in quel paesaggio qualcosa che gli americani non riuscivano più a vedere: l’America come spazio interiore. Un territorio fatto di abbandono e di memoria, dove le cose durano più a lungo di quanto le persone si aspettino, ma anche dove scompaiono all’improvviso, senza preavviso, senza cerimonie.
È di quel paesaggio che parliamo in questo articolo . Non delle tappe più famose della Route 66 — quelle le trovate nell’altro articolo della serie. Ma di quello che rimane quando le guide turistiche finiscono.
Cosa succede quando l’Interstate bypassa una strada
Tra il 1956 e il 1985, l’Eisenhower Interstate Highway System ridisegnò la mobilità americana. Strade più veloci, più diritte, più efficienti: l’Interstate 40 sostituì gran parte del tracciato della Route 66 attraverso Oklahoma, Texas, Nuovo Messico e Arizona. Il risultato fu immediato: le città sul vecchio tracciato persero il traffico di passaggio in pochi mesi.
Alcune si adattarono: Albuquerque, Flagstaff, Amarillo erano abbastanza grandi da sopravvivere autonomamente. Altre no. Lungo il tracciato originale — il vecchio asfalto che corre parallelo all’Interstate, a volte a pochi metri, a volte a diversi chilometri di distanza — ci sono oggi decine di comunità che esistono ancora sulle mappe ma non più nella realtà quotidiana. Le case sono lì. Le strade sono lì. I distributori di benzina con i prezzi degli anni Settanta sono lì, le loro insegne arrugginite che girano nel vento del deserto.
Le ghost town non sono uno scenario post-apocalittico. Sono un archivio. Una documentazione involontaria di come l’America funziona, e di cosa lascia indietro quando accelera.
Le ghost town che vale la pena cercare
Non sono segnalate, non sono su Google Maps con orari di apertura. Si trovano percorrendo il tracciato originale invece di quello ufficiale, il che significa, spesso, uscire dall’Interstate e imboccare un rettilineo di asfalto screpolato che non porta da nessuna parte evidente.
Glenrio
Texas / Nuovo Messico — al confine tra i due stati

Glenrio era un incrocio stradale con una stazione di servizio, un diner, un motel e qualche casa. Quando l’I-40 la bypassò nel 1975, fu abbandonata nel giro di un anno. Oggi è rimasta esattamente come allora: le pompe di benzina ruggine, le finestre del diner aperte sul nulla, i cartelli dei prezzi ancora leggibili. È uno dei luoghi più fotografati dagli appassionati di Route 66, ma quasi sconosciuto al turismo di massa.
Two Guns
Arizona — 60 km a est di Flagstaff

Two Guns ha una storia più oscura delle altre ghost town. Negli anni Venti fu un parco animali privato costruito su un terreno che era già stato teatro di una battaglia tra Apache e Navajo. Il proprietario — un impostore che si spacciava per nativo americano — fu assassinato nel 1926. Rimangono le rovine del parco animali, i recinti delle gabbie, e le grotte dove sono sepolti i guerrieri Apache. Non è un posto allegro. È un posto autentico.
Texola
Oklahoma — confine con il Texas

Texola aveva 3.000 abitanti negli anni Cinquanta. Oggi ne ha meno di trecento. Il Water Hole n.2 — un bar che è rimasto aperto per decenni dopo che quasi tutto il resto aveva chiuso — è diventato un simbolo involontario della resistenza. Il murale sul muro esterno raffigura un cowboy che guarda la strada vuota. Poche immagini sulla Route 66 sono più eloquenti di questa.
Il paesaggio Navajo: un’altra America
A nord-ovest dell’Arizona e nel Nuovo Messico nord-orientale si estende la Navajo Nation — il territorio tribale più vasto degli Stati Uniti, con una superficie comparabile alla Nuova Inghilterra. La Route 66 lo sfiora, non lo attraversa. Ma Gallup, in Nuovo Messico, è la porta d’ingresso naturale per chi vuole uscire dal circuito standard.
Il turismo nelle riserve indigene americane richiede un atteggiamento diverso da quello del viaggio ordinario. La Navajo Nation ha le sue leggi, i suoi permessi di accesso per alcune aree, i suoi protocolli fotografici. Fotografare persone senza permesso esplicito è considerato una violazione grave. Alcune cerimonie sono chiuse ai non-nativi. Alcune strade non sono sulle mappe.

In cambio, si accede a qualcosa che il turismo convenzionale non può offrire: paesaggi come Monument Valley al mattino presto, senza un altro turista in vista; mercati di artigianato dove i gioielli di turchese e argento sono fatti dagli stessi artigiani che li vendono; una cultura che ha sopravvissuto a cinque secoli di pressione esterna e che non ha nessuna intenzione di scomparire.
Come visitare la Navajo Nation in modo rispettoso
Entrare dal Navajo Welcome Center di Gallup prima di procedere — informazioni su aree accessibili, eventi, permessi fotografici
Non fotografare persone, cerimonie o proprietà private senza permesso esplicito
Acquistare artigianato direttamente dagli artigiani — non nei negozi souvenir di Flagstaff o Sedona
Alcune strade richiedono un permesso di accesso: verificare in anticipo sul sito ufficiale navajo.org
I diner che nessuno fotografa
La Route 66 è piena di diner. La maggior parte sono stati restaurati per il turismo: menù plastificati con la mappa della Route 66, jukebox funzionanti, magliette in vendita vicino alla cassa. Questi non sono i diner di cui stiamo parlando.
Esistono ancora, lungo i tratti meno frequentati, locali che non hanno cambiato nulla. Non perché siano consapevoli del proprio fascino retro — semplicemente perché non hanno mai avuto i soldi per rinnovarsi, e i clienti abituali non hanno mai chiesto cambiamenti. Il caffè è quello delle 6 del mattino in una tazza di ceramica pesante. Le uova sono strapazzate nel modo in cui le strapazzava la cuoca che c’era prima di quella di adesso.

- Midpoint Cafe — Adrian, Texas: il punto esatto a metà strada tra Chicago e Santa Monica. Una cuoca, sei tavoli, torta fatta in casa.
- Ariston Cafe — Litchfield, Illinois: aperto dal 1924, gestito dalla stessa famiglia. Non aspettatevi niente di scenografico — aspettatevi cibo buono.
- Delgadillo’s Snow Cap Drive-In — Seligman, Arizona: un mito locale, lo è sempre stato. Milkshake, hamburger, e Juan Delgadillo (figlio del fondatore) che continua la tradizione di famiglia.
I cieli notturni del Southwest
C’è un’esperienza outdoor sulla Route 66 che non si trova su nessuna guida di sport all’aria aperta, eppure è tra le più straordinarie che il viaggio offre: il cielo notturno del Southwest americano.
Flagstaff è una delle poche città al mondo con un’ordinanza sull’inquinamento luminoso che risale al 1958 — la prima negli Stati Uniti. Il risultato è una Via Lattea visibile a occhio nudo dalla periferia della città. Ma anche fuori Flagstaff, tra Gallup e Seligman, a settanta miglia dall’insediamento umano più vicino, il cielo è pieno in un modo che chi è cresciuto in Europa non ha mai visto
Il Lowell Observatory di Flagstaff organizza sessioni di osservazione pubblica — telescopi aperti, guide astronomiche, temperature rigide anche d’estate. Portare una giacca pesante anche in luglio: a 2.100 m, di notte, fa freddo.
Il paradosso finale
Joan Didion, scrivendo della California alla fine degli anni Sessanta, diceva che “veniamo a ovest per trovare qualcosa che abbiamo già deciso di trovare.” La frase vale per la Route 66 intera, non solo per la sua destinazione finale.
Chi percorre la Route 66 cercando autenticità la troverà — perché ha già deciso di trovarla. Chi percorre la Route 66 cercando il kitsch americano lo troverà anche lui, e sarà ugualmente soddisfatto. La strada è abbastanza grande da contenere entrambe le letture, e dozzine di altre.
Ma c’è una terza categoria di viaggiatori: quelli che partono senza aver già deciso cosa trovare. Che escono dall’Interstate, imboccano il vecchio asfalto, si fermano davanti a una ghost town che non è segnalata su nessuna guida, e aspettano che qualcosa accada. Di solito accade.
È per questi che la Route 66, cento anni dopo la sua nascita, non ha ancora detto tutto quello che ha da dire.
Biblioteca di viaggio per l’Art. 05
Wim Wenders, Paris, Texas (1984) — film: il paesaggio del Southwest come territorio dell’anima
Edward Abbey, Desert Solitaire (1968) — saggistica: il naturalismo radicale del Southwest americano
Joan Didion, Slouching Towards Bethlehem (1968) — saggistica: la California come fine della promessa
Don DeLillo, Underworld (1997) — romanzo: citabile per il paesaggio americano come stratificazione di storia e dimenticanza
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