Caso Report-Moncler: cosa dice la legge italiana, e le alternative al piumino

Anche voi vi siete indignati guardando la puntata di Report “Siamo tutti oche”  su Rai3 in cui Milena Gabanelli ha spiegato il modo in cui alcuni brand dell’abbigliamento utilizzano le piume d’oca per le proprie giacche? Non è una questione di lana caprina: per molti acquirenti del mercato italiano (e del mondo outdoor globale) sapere cosa si indossa è importante quanto sapere cosa si mangia, e non è necessario essere vegani per scegliere una giacca il cui piumino non arrivi da allevamenti di oche che sono state seviziate.

Non stiamo parlando delle questioni morali di chi rivendica un trattamento “umano” per le oche, né vogliamo fare le pulci a chi si è sentito turbato per le piume e poi per Natale acquista il paté di foie gras, ottenuto con pari sofferenze ai danni dell’oca. Qui parliamo di regole, di alternative commerciali e di come si può essere acquirenti responsabili. Per le proprie azioni e per le conseguenze che esse hanno sugli animali e l’ambiente.

Cosa dice la legge 

Da anni la legge italiana afferma nello specifico che le aziende che producono piume e piumini per l’abbigliamento devono garantire un giusto trattamento agli animali. La trasmissione Report ha raccontato come la normativa europea preveda che il piumaggio delle oche venga raccolto attraverso la pettinatura, una tecnica che non causa dolore né stress agli uccelli.  Uno standard rispettato da tutti i fornitori in Europa Occidentale e in Nord America ma non da quelli di alcuni paesi dell’Est Europa e dell’Estremo Oriente che evidentemente – con varie dolorose spiumature “a strappo” e senza anestesia durante i pochi mesi di vita dei pennuti che ne provocherebbero il ferimento – producono di più e a prezzi molto inferiori. Per questa ragione è scattata l’indignazione popolare verso quelle aziende di abbigliamento che acquistano la piuma su quei mercati per aumentare il margine di profitto.

Come essere sicuri di acquistare una giacca “cruelty free”?

Non c’è un sistema sicuro. Nessuna legge infatti prevede (ancora) la tracciabilità della piuma e bisogna virtualmente fidarsi del marchio che si è scelto. In molti paesi, del resto, è obbligatorio non produrre piume che prevedano la sofferenza dell’animale ma è possibile acquistarle dall’estero. Ipocrisie. Va da sé che, comunque, è sempre necessario leggere le etichette dei prodotti per poter acquistare consapevolmente ed eventualmente prediligere l’acquisto di capi che prevedano imbottiture in materiale diverso.

Quali sono le alternative?

Non tutte le piume sono da condannare, questo è chiaro. Ma sul mercato esistono alcune alternative. Ci sono imbottiture sintetiche che replicano la stessa sensazione, lo stesso calore e la stessa leggerezza della piuma. Si chiamano hollifill e fibrefill, una sorta di ovatta ricavata dal poliestere. O il “Plumtech”, usato dall’azienda milanese Save The Duck che ha fatto del sintetico (e del rispetto per oche e pennuti) il proprio credo.
E poi c’è il Primaloft, un materiale molto leggero che fornisce un isolamento termico molto efficace, soprattutto se rapportato al suo minimo ingombro. Il poliestere infatti è in buona parte di materiale riciclato, in condizioni di bagnato estremo isola il calore meglio della piuma che invece tende a compattarsi, assorbe poca umidità e si asciuga velocemente, oltre a durare nel tempo. E non a caso, aziende del mondo outdoor come The North Face, Salewa, Millet, Mammut e La Sportiva lo hanno scelto.

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