Sorrento la immaginiamo così: limoni, terrazze sul mare, il brusio dei tavolini di Piazza Tasso.
Eppure basta affacciarsi da una balaustra, a due passi dal passeggio del centro, per trovarsi sopra una fenditura profonda, verde, silenziosa, dove un mulino di pietra se ne sta in rovina e le felci si arrampicano sui muri. Si chiama Vallone dei Mulini, e sembra appartenere a un’altra città.
Il contrasto è quasi irreale. Sopra, i gelati e le vetrine; sotto, una gola stretta dove l’aria si fa umida e il rumore del traffico si spegne.
È uno di quei posti che i sorrentini conoscono da sempre e che molti visitatori oltrepassano senza accorgersene, convinti che dietro la ringhiera ci sia solo un dirupo.
Una ferita nella roccia
Il vallone non è opera dell’uomo, ma di un’eruzione. La penisola sorrentina è incisa da una serie di gole di tufo nate circa trentacinquemila anni fa, quando le colate vulcaniche dei Campi Flegrei modellarono il banco di roccia poi scavato dall’acqua e dai torrenti.
Quella che taglia il centro di Sorrento è la più scenografica, e prende il nome dal mulino che vi lavorava.
A spiegarne bene l’origine geologica è la scheda del FAI – Fondo Ambiente Italiano, che da anni racconta questo angolo come uno dei luoghi del cuore segnalati dagli italiani. Il nome al plurale, “dei Mulini”, ricorda che le strutture produttive qui erano più di una.
Il protagonista era un mulino per la macinatura del grano, alimentato dalle acque che scendevano lungo la gola.
Accanto lavorava una segheria, che sfruttava la stessa corrente per tagliare il legname destinato alle botteghe della città, quelle dell’intarsio e della tarsia lignea per cui Sorrento è conosciuta.
Più in basso c’era anche un lavatoio pubblico, dove le donne del quartiere scendevano a fare il bucato.
Per secoli, insomma, questa fenditura buia è stata un piccolo distretto artigianale a cielo aperto, con l’acqua come unico motore e il grano, il legno e i panni stesi come economia quotidiana.
Il regno dell’umidità e della felce
La fine arrivò quasi per distrazione urbanistica. Nel 1866 venne realizzata Piazza Tasso, il salotto di Sorrento, e il riempimento necessario a crearla isolò il vallone dal mare che lo ventilava.
Separata dall’affaccio sulla costa, la gola perse il suo ricambio d’aria e vide schizzare l’umidità verso valori altissimi, prossimi all’ottanta per cento.
Lavorare in quelle condizioni divenne insostenibile. Il mulino resistette ancora qualche decennio, poi venne abbandonato intorno agli anni Quaranta del Novecento, lasciato a sé stesso insieme alla segheria e al lavatoio. Da allora nessuno è più intervenuto, e la natura ha avuto mano libera.
Proprio l’umidità che ha condannato il mulino ha creato qualcosa di raro. Nel microclima costantemente bagnato della gola ha trovato casa la Phyllitis vulgaris, la felce detta “lingua cervina”, che tappezza di verde brillante i muri di tufo e i resti delle murature. È una pianta che ama l’ombra e l’acqua, e qui prospera come in pochi altri luoghi urbani.
Il risultato è un paesaggio che spiazza: pietre sgretolate, archi anneriti, finestre vuote, e sopra ogni cosa una coltre vegetale fitta che ammorbidisce i contorni. Molti lo descrivono come un “mondo perduto”, un frammento di foresta pluviale incastrato sotto il livello della città.
Si guarda dall’alto, non si scende
Qui arriva la parte che delude chi arriva pensando a una passeggiata tra i ruderi: il vallone non è visitabile al suo interno.
L’accesso è interdetto per ragioni di sicurezza, vista l’instabilità delle strutture e la natura della gola. Lo si ammira dall’alto, affacciandosi dai parapetti del centro.
Il punto panoramico più comodo si trova lungo Via Fuorimura, nei pressi di Piazza Tasso, dove una ringhiera permette di guardare dritto nel cuore della fenditura.
Un secondo scorcio si apre da Via Fuoro. Non serve biglietto, non servono prenotazioni: basta sapere dove fermarsi, perché senza indicazione il colpo d’occhio sfugge.
È una visita breve, di pochi minuti, ma di quelle che restano impresse. La distanza tra la vita rumorosa della piazza e quel pozzo di verde immobile racconta Sorrento meglio di molte cartoline.
Un futuro ancora da scrivere
Da tempo si discute di come recuperare il sito, metterlo in sicurezza e renderlo almeno in parte accessibile, valorizzandone il valore storico e botanico.
Progetti e proposte si sono avvicendati, ma la gola resta per ora com’è: un rudere vivo, bellissimo nel suo disordine, che continua a crescere di felci anno dopo anno.

Forse è anche questo il suo fascino. In una città che ha fatto del turismo una macchina perfetta, il Vallone dei Mulini rimane un angolo che non si lascia addomesticare, e che chiede solo di essere guardato dall’alto, in silenzio.
Info pratiche
Dove: nel centro storico di Sorrento, in provincia di Napoli, a ridosso di Piazza Tasso.
Come arrivare: a piedi dal centro; punto panoramico lungo Via Fuorimura, affaccio secondario da Via Fuoro. In treno con la Circumvesuviana Napoli–Sorrento, poi pochi minuti a piedi.
Quando: tutto l’anno; la vegetazione è più rigogliosa in primavera e in estate, quando il verde riempie la gola.
Biglietto: nessuno, l’affaccio panoramico è libero e gratuito.
Accesso interno: non consentito per motivi di sicurezza; il vallone si osserva solo dall’alto.
Da abbinare: una passeggiata fino al Chiostro di San Francesco e alla Villa Comunale con terrazza sul golfo, entrambi a pochi passi.
Consiglio: affacciati nel tardo pomeriggio, quando la luce bassa accende il verde delle felci e la gola resta in ombra fresca sotto il viavai della piazza.
Foto Canva, https://aboutsorrento.com/, Mentnafunangann, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons, Rolf Kickuth, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
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