Intervista esclusiva ad Alex Honnold: io, El Capitan, il free solo, il rischio e la paura

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Da solo, senza corda, fino in cima alla via Freerider su El Capitan, nello Yosemite. Era la mattina di sabato 3 giugno di questo 2017 e in meno di 4 ore Alex Honnold ha scalato una via di 7c lunga 900 metri, già normalmente difficilissima da scalare e con poche ripetizioni all’attivo. Erano 9 anni che ci pensava, aveva passato l’ultimo anno e mezzo a prepararla e per molti, se non tutti, è indubbiamente “la più grande impresa nella storia dell’arrampicata su roccia“, “il livello che va oltre l’arrampicata free solo” destinato a rimanere insuperato per molti anni a venire.

L’impresa ha avuto un’eco pazzesca anche al di fuori del mondo del climbing (basti pensare che Jared Leto dei Thirty Seconds To Mars ha voluto congratularsi con lui nel mezzo di un concerto) oltre a suscitare l’ennesimo dibattito sulla legittimità di questo stile di arrampicata e su questo genere di attività ad alto rischio.

Alex Honnold è venuto a parlare della sua impresa al Palazzetto dello Sport di Barzanò, ospite di una delle serate “A tu per tu con i grandi dello sport” organizzate da DF Sport Specialist, “l’università della montagna e dell’alpinismo” del nostro Paese. Insieme a scoprire dettagli e retroscena curiosi circa la salita della Freerider (Honnold conosce a memoria tutti i passaggi e i movimenti da fare, per almeno metà della via, quella da lui definita più facile, aveva la mente talmente sgombra da pensare a un sacco di cose, dalla musica alla sua ragazza, l’unica pressione psicologica che ha sentito è stata quella della troupe per le riprese video, e le vie le sceglie per la loro bellezza e per la storia che raccontano) abbiamo avuto il privilegio di porgli alcune domande in esclusiva.

Alex, cos’è l’arrampicata per te?

Per me arrampicare è ancora uno sport, un divertimento, ho le stesse sensazioni di quando da bambino andavo in palestra e mi divertivo ad arrampicare. Non ho mai visto l’arrampicata come poesia, filosofia o, come molti dicono e fanno, come una forma di meditazione metafisica. Per me è solo uno sport sempre bellissimo e, a parte in alcuni giorni, non lo considero nemmeno un lavoro.

Cos’è una sfida?

Una sfida è qualunque cosa mi stimoli, che mi ponga delle difficoltà davanti agli occhi e mi spinga a superarle. Come per El Capitan, una sfida è qualcosa che io penso di poter fare.

La paura?

La paura è solo quando il mio corpo mi avverte di essere in pericolo. È una domanda che spesso mi sento fare, soprattutto quando mi viene chiesto come faccio a superare la paura. Ma per me non è questo l’approccio, io non penso a come superare la paura ma a come allargare la mia comfort zone attraverso l’allenamento. È l’esercizio continuo, la preparazione, che mi permette di sentirmi ed essere a mio agio in situazioni che ad altri fanno paura.

E il rischio?

Io definisco il rischio come la probabilità che qualcosa accada e quindi, per me, una cosa è rischiosa quando posso pensare che mi accada.

El Capitan l’hai fatto in 3 ore e 56 minuti: cosa significa per te la velocità?

La velocità è solo il risultato di un modo efficace di arrampicare. Non cerco il record in sé, e non mi piace nemmeno essere spinto a farlo. Quello che mi piace davvero è arrampicare con il minimo dell’attrezzatura e in modo essenziale, e quando arrivi a farlo ti accorgi che come conseguenza sei anche veloce. Ma la velocità non è l’obiettivo, è il risultato del processo.

E un sogno?

Ho sempre sognato El Capitan, e adesso che si è realizzato sono alla ricerca del prossimo sogno. Ma prima ho bisogno di una pausa, di riappropriarmi della mia vita e di tutto ciò che ho lasciato da parte nell’ultimo anno e mezzo per prepararmi a El Cap. Ho tonnellate di progetti e prima o poi troverò l’ispirazione giusta.

Infine, cos’è la realizzazione per te?

El Capitan, definitivamente e senza dubbio la più grande impresa della mia vita

Credits photo: Alex Honnold

 

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