A pochi chilometri dal Grande Raccordo Anulare, proprio dove nessuno se lo aspetta, c’è un luogo in cui il cemento della metropoli cede bruscamente il passo a un paesaggio ancestrale. Sì, è sicuramente una spiaggia, ma il fatto che in molti non sanno è che è anche un vero e proprio ecosistema vivo. Parliamo del “Deserto” di Capocotta, un angolo del Lazio incastonato nella Riserva Statale del Litorale Romano, un tratto di costa che rappresenta l’ultima frontiera per chi cerca un’evasione autentica senza dover lasciare la Capitale.
Un miraggio tra sabbia e macchia: perché chiamarlo “Deserto”
Parlare di “deserto” a Capocotta non è un’iperbole poetica, ma un riferimento alla sua morfologia unica. Qui il paesaggio è dominato da un sistema dunale imponente, tra i meglio conservati d’Italia, in cui montagne di sabbia finissima si rincorrono per oltre 45 ettari. Modellate dal gioco incessante dei venti, queste dune danno vita a un orizzonte ondeggiante che nasconde la civiltà alla vista, regalando al viaggiatore l’illusione ottica di trovarsi in una terra sospesa.
Foto: Patafisik – Own work, CC BY-SA 3.0, Via Wikimedia
È un ambiente xerofilo, in cui la vita si è adattata a condizioni estreme di sole e salsedine, proprio come nei grandi deserti africani. Inoltre, a garantire l’isolamento è il confine silenzioso con la Tenuta Presidenziale di Castelporziano: un muro di macchia mediterranea che protegge le dune dall’espansione urbana, preservando quell’orizzonte selvaggio che oggi appare come un miracolo.
Vivere l’outdoor: tra cammini lenti e orizzonti aperti
Per il viaggiatore contemporaneo, Capocotta deve essere una destinazione da vivere con lentezza e rispetto, attraversandola come si farebbe con un territorio inesplorato.
- Trekking sensoriale: camminare lungo i sentieri retrodunali (seguendo rigorosamente i camminamenti per non danneggiare la flora) consente di immergersi tra ginepri secolari, lecci e il profumo pungente del giglio di mare. Ogni passo sulla sabbia morbida invita a un ritmo diverso, lontano dalla frenesia urbana e in una sorta di meditazione in movimento.
- L’ebbrezza degli elementi: per chi ama sentire la forza della natura, il deserto si anima con il vento. Che sia una sessione di kitesurf tra le onde o una pedalata in fat-bike sul bagnasciuga (ma sempre nel rispetto delle regole della Riserva), l’attività fisica qui diventa un modo per dialogare con gli elementi, godendo di spazi immensi che ricordano le coste oceaniche.
- Il rito del tramonto: se scegliete Capocotta dovete restare fino a tardi. Quando il sole scende, le dune si tingono di un ocra profondo e il profilo della costa appare come una silhouette selvaggia. È il momento in cui l’anima “wild” del posto emerge con più forza, regalando uno degli spettacoli naturali più intensi del Lazio.
Foto: Patafisik – Own work, CC BY-SA 3.0, Via Wikimedia
L’etica del viaggiatore: un paradiso fragile
La bellezza di Capocotta risiede nella sua intoccata fragilità. Esplorare questo angolo di costa richiede una consapevolezza profonda: il sistema dunale è un organismo vivo che va protetto. Rispettare i camminamenti e non lasciare traccia del proprio passaggio è un dovere ecologico, ma anche parte dell’esperienza di viaggio stessa. La sfida è godere di questa bellezza senza scalfirla, portando via con sé solo il ricordo di un vento che sa di sale e di libertà.
Se si cerca una fuga dove il tempo sembra essersi fermato, il Deserto di Capocotta vi aspetta. Preparate lo spirito, lasciate a casa l’orologio e venite a scoprire l’anima più genuina e selvaggia del Litorale Romano.
Foto di Copertina: Patafisik – Opera propria, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia
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