Poco distante dal borgo bandiera arancione di Aggius, in Sardegna, il paesaggio muta improvvisamente al punto da far credere di esseri atterrati su un altro pianeta: la vegetazione mediterranea lascia spazio a un’estensione smisurata di rocce granitiche. Si è arrivati al cospetto della Piana dei Grandi Sassi, nota ai più col nome evocativo di Valle della Luna (attenzione, non è l’unica conca dell’isola a chiamarsi così), un anfiteatro naturale che è il risultato di millenni di erosione eolica.
La sensazione inevitabile (anche perché nei fatti è la realtà) è quella di poter osservare un’anomalia del panorama sardo, un deserto di pietra dall’aspetto alieno e solitario. Si tratta di un territorio crudo, ideale per chi cerca un’esperienza outdoor basata sulla connessione fisica con la materia geologica più antica della Gallura.
Foto: Tiuliano – Opera propria, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia
La spina dorsale della Sardegna: trecento milioni di anni di storia
La formazione di queste colossali strutture risale all’Orogenesi Ercinica, un’epoca geologica collocata tra 350 e 280 milioni di anni fa. In quella fase, enormi masse di magma incandescente rimasero intrappolate sotto la superficie terrestre, raffreddandosi con estrema lentezza. Questo processo ha permesso la nascita del celebre granito gallurese, caratterizzato da cristalli di quarzo e feldspato.
Solo dopo millenni di sollevamenti tettonici ed erosione violenta, gli strati superficiali sono scomparsi, mettendo a nudo l’ossatura cristallina della regione. Il vento ha poi completato l’opera scavando i tafoni, fori e cavità naturali all’interno dei massi che rendono ogni pietra una scultura unica. Questi anfratti hanno protetto l’uomo per secoli: dai popoli nuragici fino ai pastori che li adattarono a rifugi (conche).
Il Nuraghe Izzana e i sentieri
Il maestoso Nuraghe Izzana è una fortezza preistorica (tra le più vaste della Sardegna settentrionale) che sorge isolata nel margine orientale della piana. Senza dubbio, è una di quelle tappe da raggiungere assolutamente: fonde la tecnica a corridoio tipica dei nuraghi arcaici con la tholos a cupola dei periodi successivi. Costruito interamente in granito locale, si mimetizza tra i massi circostanti, rendendone difficile l’individuazione a distanza.
Il tracciato principale per arrivarci si sviluppa su un terreno misto di terra battuta e placche granitiche, con uno sviluppo lineare di circa 2 chilometri tra andata e ritorno e un dislivello minimo, rendendolo accessibile ma tecnico per via della superficie irregolare. Per chi desidera un impegno maggiore, a disposizione ci sono dei sentieri secondari che si inoltrano tra i tafoni.
Sono passaggi che richiedono un buon senso dell’orientamento: la segnaletica è spesso sostituita da piccoli omini di pietra. La progressione avviene tra arbusti di corbezzolo e cisto, che portano a superare strettoie naturali e aree in cui il granito affiorante necessita di passi decisi e stabili.
Foto: Franco from Tempio Pausania, Sardinia, Italy – Nuraghe Izzana (circa 1600 a.C.), CC BY-SA 2.0, Via Wikimedia
Dettagli logistici e consigli per la visita
Per organizzare l’uscita, il riferimento stradale è la panoramica SP10 (Aggius-Trinità d’Agultu), con sosta al chilometro 4 per l’imbocco dei sentieri (per il Nuraghe Izzana, invece, il riferimento preciso è la diramazione verso la SP74). Le escursioni richiedono scarpe da trekking con suola a carrarmato (mescola morbida tipo Vibram), poiché il granito bagnato o coperto di licheni diventa una trappola scivolosa.
Risulta fondamentale anche portare con sé una scorta idrica di almeno 2 litri (l’altopiano è totalmente privo di fonti d’acqua o zone d’ombra artificiali). Le mezze stagioni garantiscono temperature gestibili, mentre l’estate trasforma la piana in un forno a causa del riverbero minerale.
I rifornimenti e i servizi igienici si trovano esclusivamente nel borgo di Aggius, porta d’accesso necessaria prima di entrare in questo spazio selvaggio in cui il segnale telefonico risulta spesso assente o instabile.
Dove non specificato foto Canva.
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