All’esterno appare sobria, quasi dimessa nella sua struttura romanica in mattoni rossi che si affaccia sui resti di un antico anfiteatro romano. Eppure, varcare la soglia della Cappella degli Scrovegni equivale a subire un impatto visivo travolgente. Il soffitto a botte sprigiona un azzurro così profondo da sembrare velluto, una volta stellata che annulla i confini fisici dell’architettura.
Enrico Scrovegni commissionò quest’opera all’inizio del XIV secolo, chiamando il maestro Giotto di Bondone per decorare lo spazio dedicato alla redenzione della propria stirpe. E la scelta dei materiali fu senza precedenti: il blu che domina ogni scena deriva dalla polvere di lapislazzuli, una pietra preziosa che rende la luminosità delle pareti unica al mondo per intensità e conservazione.
Foto Canva
La rivoluzione dello sguardo e dello spazio
Prima di questo capolavoro, le figure sacre apparivano rigide, prive di peso e bidimensionali. Per questo motivo, Giotto scelse di rompere qualsiasi schema medievale. E lo face in maniera davvero geniale, in quanto introdusse la spazialità tridimensionale e la fisicità dei corpi. I personaggi dipinti possiedono muscoli, ossa e, soprattutto, sentimenti visibili. Osservando il Compianto sul Cristo morto, si percepisce il dolore reale attraverso i volti rigati dalle lacrime e i gesti disperati degli angeli in volo.
Ogni riquadro narra una storia con una naturalezza che sbalordì i contemporanei. Le vesti cadono pesanti seguendo le leggi della gravità, mentre le architetture dipinte mettono in scena una profondità tridimensionale che anticipa di un secolo le conquiste del Rinascimento. Parliamo perciò di un’opera totale, in cui la narrazione teologica diventa cronaca umana.
Il Giudizio Universale e l’espiazione degli Scrovegni
La controfacciata della Cappella degli Scrovegni ospita il maestoso Giudizio Universale, opera che occupa l’intera parete sopra la porta d’ingresso. Al centro siede Cristo in Maestà, fulcro di un sistema cosmico che divide i beati dai dannati con una forza visiva senza precedenti. L’inferno è rappresentato come un groviglio caotico di figure tormentate, mentre le schiere celesti procedono con ordine armonico.
Foto: di Zairon – Own work, CC BY-SA 4.0, Via Wikimedia
In questa scena si rintraccia l’unicità del legame tra arte e committenza: Enrico Scrovegni è dipinto in ginocchio nell’atto di offrire il modellino dell’edificio alla Madonna. Un gesto che simboleggia la richiesta di perdono per i peccati della propria stirpe, rendendo la cappella un monumento alla redenzione.
Dove si trova e come arrivare alla Cappellla degli Scrovegni
Raggiungere questo sito di importanza mondiale risulta piuttosto semplice grazie alla posizione centrale nel tessuto urbano padovano. La stazione ferroviaria di Padova Centrale funge da principale porta d’accesso; da quel punto, i Giardini dell’Arena sono raggiungibili con una breve passeggiata lungo Corso del Popolo o tramite le linee del tram e degli autobus urbani che fermano nelle immediate vicinanze di Piazza Eremitani. La Cappella degli Scrovegni, infatti, è protetta da un’ampia area verde che deve il proprio nome ai resti dell’antico anfiteatro romano del II secolo d.C.
Per chi utilizza il trasporto su rotaia, l’area monumentale dista circa 10 minuti di tragitto a piedi dallo scalo ferroviario. Chi opta per l’automobile può fare riferimento ai parcheggi situati lungo il perimetro del centro storico, sebbene il territorio circostante sia protetto da zone a traffico limitato per salvaguardare l’integrità degli affreschi dalle vibrazioni e dall’inquinamento. Sappiate, infine, che la prenotazione anticipata è un requisito fondamentale per garantire l’accesso.
Foto di Copertina: zensan, CC BY 3.0, Via Wikipedia
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