L’architettura del tempo nelle forre etrusche: meraviglie e segreti del Parco Regionale Marturanum

Il fascino ancestrale del Parco regionale Marturanum risiede nei suoi sentieri che solcano forre profonde e necropoli etrusche millenarie, tutte nascoste tra la fitta vegetazione della Tuscia viterbese

Parco Regionale Marturanum, Tuscia

Il territorio dell’alto Lazio, chiamato Tuscia viterbese, custodisce un numero pressoché infinito di tesori antichi ancora ricchi di misteri e segreti. Uno di questi è una vasta area protetta denominata Parco Regionale Marturanum, che si estende su oltre 1.200 ettari di territorio vulcanico caratterizzato da una presenza massiccia di tufo rosso.

Il nome, Marturanum, deriva dall’antico centro abitato che sorgeva su un pianoro strategico all’interno dei confini attuali del parco. Il sito specifico dove si trovano i resti di questa città e le sue spettacolari zone di sepoltura prende oggi il nome di San Giuliano. Si tratta di un immenso sperone di roccia tufacea circondato da pareti verticali che scendono verso il fondo di gole strette, chiamate forre, scavate nei millenni dal torrente Biedano.

Ad essere del tutto onesti, però, mentre le tombe sono arrivate a noi quasi intatte perché scavate nella roccia, le case dei vivi, edificate in mattoni di argilla cruda e legno sulla sommità del pianoro, sono svanite. Restano soltanto i tagli nel terreno in cui alloggiavano le fondamenta e le rovine della poderosa cinta muraria in blocchi di tufo squadrati.

Dentro una tomba etrusca

Foto: Virgilio Merisi – Own work, Public Domain, Via Wikipedia

Le necropoli rupestre di San Giuliano

Come accennato poco sopra, uno degli aspetti più straordinari di questa zona risiede nella lavorazione del tufo rosso. Questa pietra ha un’origine vulcanica ed è composta da ceneri e lapilli consolidati. La sua estrema lavorabilità permise agli Etruschi, tra il VII e il IV secolo a.C., di non limitarsi a scavare buche, ma di modellare veri e propri edifici monumentali direttamente nella parete della montagna.

Ed è proprio l’insediamento di San Giuliano (composto da più necrepoli) a costituire il fulcro del distretto archeologico: le pareti delle forre sono la culla di una densità di monumenti funebri che ricalcano lo sviluppo urbanistico dei centri abitati. Ma non è di certo tutto, perché queste necropoli presentano anche una varietà architettonica rara che prende il nome di Tombe a Dado.

Parliamo di sepolture che sono dei veri blocchi cubici isolati dalla parete rocciosa tramite corridoi laterali, con facciate che mostrano modanature raffinate e cornicioni che imitano perfettamente le travi dei tetti in legno delle case vere. All’interno, le camere presentano letti in pietra e soffitti a cassettoni, trasmettendo l’idea che la dimora dei morti dovesse rispecchiare fedelmente quella dei vivi.

A disposizione dei visitatori ci sono anche:

  • La Tomba del Cervo: con un bassorilievo che raffigura la lotta tra un cervo e un lupo, simbolo del passaggio tra dimensioni differenti.
  • I tumuli circolari: strutture basamentali che sostenevano imponenti calotte di terra, situate solitamente nelle zone pianeggianti dell’altopiano.

Incisione sulla Tomba del Cervo

Foto: Virgilio Merisi – Own work, Public Domain, via Wikimedia

Il paesaggio modellato dall’acqua

Uno dei protagonisti principali del Parco Regionale Marturanum è, senza dubbio, il torrente Biedano che scorre sul fondo della valle principale. Alimentato da sorgenti che filtrano attraverso gli strati di lapillo, favorisce un’umidità costante che a sua volta aiuta la crescita del capelvenere e di varietà di felci che risalgono a epoche pre-glaciali.

La vegetazione si compone principalmente di di:

  • Cerri e roverelle che dominano le parti alte e pianeggianti.
  • Carpini e ontani che prediligono l’umidità delle forre.
  • Erica e ginestra che colorano i costoni più esposti al sole.

Un ecosistema, dunque, in grado di garantire la sopravvivenza del gatto selvatico e della martora, predatori che occupano le cavità naturali della pietra. Il sistema viario del Parco Marturanum, tra le altre cose, include le cosiddette “vie cave“: corridoi larghi pochi metri e profondi oltre dieci, incisi con lo scalpello nel banco di tufo. Camminando lungo questi passaggi, si notano i fori per il drenaggio dell’acqua piovana e le nicchie per le immagini sacre.

Il paesaggio del torrente Biedano

Foto Canva

Il borgo sopra la rupe: Barbarano Romano

Il paese di Barbarano Romano funge da sentinella all’area protetta. Sorge, infatti, su uno sperone triangolare circondato da pareti a strapiombo, un sistema difensivo medievale che sfruttava (e in qualche modo continua ancora a farlo) la verticalità del terreno integrando le mura di cinta con il profilo naturale del tufo.

Il nucleo medievale presenta una struttura a spina di pesce, con vicoli stretti che convergono verso la punta dello sperone roccioso. Di notevole interesse sono le abitazioni che sfoggiano spesso il “profferlo“, una scala esterna tipica dell’architettura viterbese che conduce direttamente al piano nobile (lasciando il livello stradale per le stalle o i laboratori artigianali).

Barbarano Romano, Tuscia

Foto Canva

I sentieri che collegano l’abitato ai siti archeologici richiedono scarponi robusti e un pizzico di spirito d’avventura. Il terreno si presenta spesso irregolare, coperto da un tappeto di foglie secche che nasconde radici contorte e affioramenti lapidei. La luce filtra a fatica tra le chiome degli alberi, ma questo fa sì che si mostrino giochi luminosi che cambiano aspetto alle pareti delle tombe a seconda dell’orario.

Foto di copertina: Mac9 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Via Wikimedia

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