Il calcare grigio del Monte Chiampon incombe sulle mura di Venzone, affascinante borgo del Friuli-Venezia Giulia (uno dei più belli d’Italia) che è anche custode di un fenomeno biologico raro. Varcata la soglia delle mura fortificate, infatti, si arriva al cospetto del maestoso Duomo di Sant’Andrea Apostolo, perfettamente ricostruito dopo il terribile terremoto del 1976. Ed è proprio all’ombra della sua mole massiccia che sorge la Cappella di San Michele, un edificio circolare dall’aspetto austero che protegge un patrimonio antropologico senza eguali in Europa: le Mummie di Venzone.
Sì, avete letto bene: all’interno di questa rotonda riposano i corpi di individui vissuti tra il XIV e il XIX secolo, divenuti immortali senza che alcuna mano umana ne manipolasse le spoglie. Il segreto risiederebbe (ci sono ancora studi al riguardo) in un processo biologico spontaneo innescato da una muffa, l’Hypha bombicina Pers, la quale possiede la capacità di prosciugare i tessuti con una velocità sorprendente, trasformando la pelle in una pergamena bruna e resistente prima che la decomposizione possa reclamare la materia.
Un incontro ravvicinato con la storia
Il primo ritrovamento avvenne casualmente nel 1647, durante i lavori di ampliamento della chiesa, quando emerse il corpo del cosiddetto “Gobbo“. Da allora, il fascino di Venzone è legato a doppio filo a questo enigma scientifico che per secoli ha attirato curiosi e studiosi da tutto il continente, incluso Napoleone Bonaparte, che rimase talmente colpito da volerne studiare le cause biologiche (o almeno questo è ciò che racconta la tradizione).
Foto: Jean-Marc Pascolo – Own work, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia
Il fenomeno della mummificazione naturale, infatti, qui raggiunge vette di perfezione raramente riscontrate altrove; i corpi mantengono una rigidità strutturale impressionante, con un peso che oscilla tra i 4 e gli 8 chilogrammi a causa della perdita totale di liquidi. E, osservando i volti di queste figure, balzano agli occhi dettagli di una nitidezza quasi inquietante:
- I tratti somatici: le espressioni facciali rimangono leggibili, permettendo di intuire le fisionomie originali degli abitanti del borgo.
- I tessuti: alcuni frammenti di vestiario si intravedono ancora, testimoni della moda e della stratificazione sociale di epoche lontane.
- La struttura ossea: la perfetta conservazione consente di analizzare persino le tracce di antiche patologie o traumi subiti in vita.
Ma c’è anche un altro fatto che è assolutamente interessante: la cittadina stessa, come le mummie, rappresenta un miracolo di resilienza. Dopo il sisma degli anni 70, gli abitanti hanno numerato ogni singolo masso crollato per ricomporre il puzzle urbano esattamente come appariva nel Medioevo, proprio come quei corpi che sono sopravvissuti persino a quella catastrofe.
L’enigma dell’Hypha bombicina e la biologia del passato
Ma come è possibile questo livello di conservazione? Come accennavamo in precedenza, secondo gli studi iniziali il merito sarebbe della muffa Hypha bombicina Pers, la quale avrebbe colonizzato le tombe delle antiche famiglie nobili e del clero locale poco dopo la sepoltura. In poche parole, alcuni esperti hanno ipotizzato che questo parassita avrebbe agito come una sorta di spugna biologica, assorbendo l’umidità dei tessuti molli prima che i batteri della putrefazione avviassero il loro ciclo distruttivo.
Va specificato, tuttavia, che diversi studi (recenti e non) hanno messo in dubbio che sia l’unico responsabile, o addirittura che lo sia, sostenendo che la mummificazione dipenda da un mix di ventilazione, presenza di fosfati di calcio nel terreno e l’azione del fungo. In sostanza, la ragione scientifica non è ancora del tutto tutto chiara.
Quel che è certo, è che questa trasformazione risparmiò molti defunti ma riguardò solo coloro che ricevettero sepoltura in determinati punti del sottosuolo, provvisti di correnti d’aria secca e presenza del micelio. Gli abitanti chiamarono questi resti “mummie” molto prima che la scienza tentasse di spiegare l’evento, integrandoli nella cultura locale come protettori spirituali della comunità.
Foto Canva
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