A circa 2400 metri di altitudine, la sella naturale che sovrasta la Val Venosta ospita una delle strutture difensive più singolari della Seconda Guerra Mondiale. Parliamo delle opere fortificate del Pian dei Morti, sistema voluto da Mussolini per proteggere i confini settentrionali. Questi blocchi di calcestruzzo, parzialmente interrati o mimetizzati tra le rocce, formavano una barriera anticarro composta da centinaia di tronchi di larice conficcati nel terreno e ricoperti di cemento. Una linea che aveva l’obiettivo di ostacolare l’eventuale avanzata di mezzi pesanti attraverso i valichi alpini.
Chiamati anche “denti di drago” perché descrivono perfettamente le file di ostacoli che spuntano dal terreno, facevano parte dell’intero Vallo Alpino del Littorio, che i soldati italiani avevano soprannominato scherzosamente la linea “Non-mi-fido” (sì, l’alleanza con la Germania nazista appariva già allora fragile). Molte delle strutture rimasero incomplete o inutilizzate, trasformandosi col tempo in giganti grigi avvolti dal silenzio della montagna.
Foto: Llorenzi – Opera propria, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia
Oggi queste protuberanze grigie sfoggiano una conservazione sorprendente grazie al clima rigido che ha mantenuto intatti i profili delle feritoie e i camminamenti interni. E visitarli consente di osservare da vicino l’ingegneria militare d’altri tempi, situata in un punto strategico che domina visivamente l’intero bacino di Resia.
La vita segreta dei bunker nel granito
Le strutture dello sbarramento comprendono 9 casermette e diverse opere modellate nella roccia. L’Opera 20 costituisce l’esempio più impressionante di architettura sotterranea. Si tratta di un sistema di gallerie provviste di feritoie rivolte verso la sella alpina, progettato per ospitare truppe della Guardia alla Frontiera. All’interno ci sono ancora i resti dei locali tecnici e dei ricoveri in cui i fanti vivevano in condizioni di isolamento estremo.
Foto: Llorenzi – Opera propria, CC BY-SA 3.0, via Wikipedia
Queste fortezze silenziose mantengono una temperatura costante e rigida che consente di proteggere le cupole in acciaio che emergono dal prato. Con un po’ di attenzione, si possono notare i segni lasciati dai fulmini che negli anni hanno colpito le vette.
Un biotopo d’alta quota protetto
Ma non è di certo tutto, perché la particolarità geografica del pianoro ha permesso lo sviluppo di una torbiera alpina di sella, un ecosistema rarissimo a tale altitudine. Il terreno, infatti, accumula umidità creando piccoli specchi d’acqua scura e profonda che ospitano la “Drosera rotundifolia“, una pianta carnivora tipica delle zone paludose. Il contrasto tra la rigidità delle linee militari e la delicatezza dei pennacchi bianchi (Eriophorum) che oscillano al vento rende l’atmosfera surreale.
Tale area gode di una tutela speciale per via della biodiversità vegetale. La conservazione del sito dipende dal fragile equilibrio idrico del suolo, che rimane intatto nonostante la presenza delle massicce fondamenta in calcestruzzo. Camminando lungo il perimetro delle difese, si nota la riappropriazione della natura: i muschi e i licheni ricoprono lentamente le feritoie, trasformando strumenti di morte in sculture organiche integrate nel fianco della montagna.
Coordinate per l’esplorazione e la Triplice Frontiera
Per raggiungere questo particolare altopiano, il punto di partenza ideale si trova presso la stazione a monte della cabinovia Bergkastel, sopra il borgo tirolese di Nauders. Da quel versante il percorso si sviluppa in falsopiano, rendendo la visita accessibile anche a chi possiede un allenamento moderato. In alternativa, dal lato italiano, la salita inizia da Curon Vecchia, l’abitato noto per il campanile che spunta dal lago (attenzione perché il dislivello è maggiore e servono gambe ben allenate).
Il culmine del tragitto coincide con il cippo confinario numero 1. Questo monumento in pietra indica l’esatta intersezione tra i confini di Stato di Italia, Austria e Svizzera. Guardando verso sud, lo sguardo abbraccia l’intero bacino idrico di Resia e le cime perennemente innevate del Gruppo dell’Ortles-Cevedale. La posizione strategica permetteva ai soldati di sorvegliare l’intera valle, mentre oggi regala agli escursionisti un panorama a 360 gradi che spazia dalle vette della Valle Engadina fino alle Dolomiti di Sesto.
Foto di copertina: Roberto Ferrari from Campogalliano (Modena), Italy – Denti di drago (1), CC BY-SA 2.0, Via Wikimedia. Dove non specificato foto Canva
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