“Il Bene Comune” è la quinta regia di Rocco Papaleo — un film più ambizioso di “Basilicata Coast to Coast”, più maturo, più difficile da inquadrare in un genere. Particolarmente riuscito e per questo secondo noi da vedere: uno dei migliori film italiani in sala adesso.
La storia è questa: Biagio (Papaleo) è una guida escursionistica del Parco del Pollino. Riceve un incarico insolito — accompagnare quattro detenute in una gita-premio verso un pino loricato secolare sulla cima del massiccio.
Con loro c’è Raffaella (Vanessa Scalera), attrice in crisi alla ricerca di una nuova occasione. Le detenute sono Samanta (Claudia Pandolfi), bella e spregiudicata, Gudrun (Teresa Saponangelo), italo-norvegese dalla personalità diretta, Fiammetta (Livia Ferri), ex promessa della musica indie, Anny (Rosanna Sparapano), hacker acuta e silenziosa.
Parte un trekking che li cambierà. Sembrano tipi. Diventano persone. Questo è il primo grande merito del film.
La complessità nascosta sotto una forma apparentemente semplice
Il film ha l’andatura di un road movie — anzi di un trekking movie, perché quasi tutto si svolge a piedi, sul sentiero, con il Pollino intorno. La struttura sembra lineare: un gruppo cammina verso una meta, parla, litiga, si racconta, arriva. Ma quello che Papaleo costruisce dentro questa forma è molto più complesso e profondo di quanto appaia.
La sceneggiatura — scritta con il suo collaboratore storico Valter Lupo, co-autore di tutti i suoi film da Basilicata Coast to Coast in poi — dosare dramma e commedia con una precisione rara nel cinema italiano. I dialoghi hanno una naturalezza noteovle, i personaggi si contraddicono come fanno le persone vere, le storie emergono a strati con un buon ritmo.
Papaleo sa dove mettere la macchina da presa — sa quando lasciare che il silenzio faccia il lavoro. Le sequenze che rimangono in testa non sono quelle spettacolari ma quelle precise — un gesto, uno sguardo, una battuta che arriva di taglio e centra qualcosa di vero.
Il cast in stato di grazia
Il cast femminile è straordinario, e il termine non è usato a caso. Vanessa Scalera, già nota per la serie “Imma Tataranni”, porta in Raffaella qualcosa di inaspettato — una fragilità energica, una donna che si è inventata sicura per anni e sul Pollino smette di farlo. Ha detto in un’intervista che lavorare con Papaleo significa entrare in una dimensione dove l’improvvisazione è rigorosa: non ci sono orpelli, c’è solo la verità del momento. Si vede.
Claudia Pandolfi costruisce con accento siciliano una Samanta ferita che trasforma il dolore in ironia pura. Teresa Saponangelo porta Gudrun con quella precisione comica che la distingue — personaggio apparentemente buffo, con una storia dentro che bussa piano. Livia Ferri, cantautrice romana al suo primo ruolo cinematografico, è una sorpresa: Papaleo l’ha scelta come prima scelta, non come ripiego, e si capisce perché. Oltre a un misurato Papaleo nel ruolo dell’ex militare dal cuore d’oro, c’è il giovane Andrea Fuorto.
Insieme formano un ensemble che funziona perché nessuno sovra-recita. L’affiatamento sul set — sei settimane di riprese nel luglio 2025 tra Basilicata e Calabria, spesso in condizioni fisiche impegnative sul Pollino — si sente. Non si imita.
La Basilicata come personaggio
Il Parco del Pollino non fa da sfondo: fa da personaggio. I sentieri, le praterie d’alta quota, i boschi di faggio, le pareti rocciose dove cresce il pino loricato — uno degli alberi più longevi d’Europa, simbolo di resilienza per il suo adattarsi ai climi estremi — non vengono usati come cartolina. Papaleo li usa come elemento narrativo: il territorio cambia i personaggi, il paesaggio pesa sul ritmo delle conversazioni, la fatica fisica sbuccia via le maschere.
Le riprese toccano anche Civita, Saracena, Campotenese e la costa di Diamante nella Calabria tirrenica. Luoghi che molti italiani non saprebbero indicare su una cartina, e che qui diventano presenze precise, identificabili, vere. È il tipo di cinema che fa il lavoro che non riesce al turismo istituzionale: mostra un territorio non come promozione ma come realtà.
Ti fa venire voglia di andare in tutti quei posti questa estate, come il film ‘La vita va così’ con la Sardegna.
Ironia e dolore: la cifra di Papaleo
Quello che rende “Il Bene Comune” un film difficile da dimenticare non è la trama in sé — è il tono in bilico tra l’ironia e il peso delle storie, senza cadere da nessuna delle due parti. Non moralizza, non ricatta emotivamente lo spettatore, non offre redenzioni facili. Il pino loricato sulla cima del Pollino non è una metafora urlata: è un albero, e arrivare fino a lì ha il sapore di qualcosa di guadagnato davvero.
La musica — elemento sempre centrale nel cinema di Papaleo — è parte integrante del racconto. Il regista ha scritto le canzoni prima della sceneggiatura, e si sente: il ritmo del film è musicale, le scene hanno una cadenza che non è solo narrativa.
È un gran bel film che ci ha commosso. Andate a vederlo!
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Giornalista e autore, scrive di viaggi e ambiente per importanti testate internazionali come National Geographic e BBC. Ama andare alla ricerca di luoghi nascosti e storie inedite, e ama praticare gli sport outdoor – tendenzialmente male. È co-fondatore di Sportoutdoor24.
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