Negli ultimi mesi, i feed di TikTok e Instagram si sono riempiti di un nuovo tipo di “eroe” moderno: il viaggiatore estremo da 24 ore. Atterra a Londra, scatta una foto al tramonto, mangia un bagel e riparte per casa senza aver mai prenotato una stanza d’albergo. È il fenomeno degli Extreme Day Trip, presentato come la frontiera finale della libertà individuale, la dimostrazione che il mondo è piccolo e che noi siamo abbastanza veloci da divorarlo tutto.
Ma la realtà è molto diversa. Questo trend non è che l’estremizzazione di un problema più ampio: viviamo in un’epoca in cui più del 30% dei turisti globali va in vacanza solo in sette regioni del mondo, accatastandosi in luoghi simbolo solo per poter dire di esserci stati. Gli Extreme Day Trip sono la punta dell’iceberg di una mentalità estrattiva che trasforma la Terra in una miniera per contenuti digitali.
Il paradosso della massimizzazione: correre per restare fermi
Dietro questa corsa contro il tempo si nasconde probabilmente una distorsione psicologica pericolosa della contemporaneità: l’idea che la qualità della nostra vita si misuri con la quantità di stimoli accumulati. È la “massimizzazione dell’esistenza” portata all’estremo. Eppure, in questa fretta di vedere tutto, finiamo per non vedere, sentire, capire e ricordare nulla.

Dimentichiamo che la cosa più importante che puoi comprare è avere tempo: tempo per osservare, per respirare, per lasciare che un luogo ci parli e magari ci entri anche sottopelle. Chi sceglie un Extreme Day Trip sta barattando il significato con la velocità. Ma al contrario, il vero valore non è nel numero di timbri sul passaporto, ma nell’intensità del ricordo. Dovremmo forse capire perché spendere i soldi ha senso solo per avere ricordi indelebili e non accumulo di “flag” sugli aeroporti low-cost, consapevoli che un ricordo profondo nasce dal contatto, non da un transito aeroportuale.
Un’impronta ecologica insostenibile
C’è poi l’elefante nella stanza: l’impatto ambientale. Bruciare tonnellate di cherosene per trascorrere poche ore a migliaia di chilometri di distanza è un insulto alle comunità che pagano il prezzo della crisi climatica. A maggior ragione in questi mesi di crisi anche energetica. Mentre ci interroghiamo su cosa vuol dire davvero viaggiare sostenibile – prediligendo la bicicletta, il cammino o il treno – la cultura del “mordi e fuggi” spinge l’acceleratore verso l’abisso del consumo delle risorse. L’impronta di carbonio di una sola giornata di volo intercontinentale supera spesso quella di un intero anno di escursioni a impatto zero.
L’effetto Lonely Planet e il furto dell’identità
Oltre all’ambiente, c’è poi anche una ferita sociale. L’Extreme Day Trip è il trionfo dei tour stereotipati. Ci si dirige verso i luoghi più “instagrammabili”, alimentando una gentrificazione che svuota le città della loro anima. Inconsapevoli del fatto che overtourism e gentrificazione ci stanno rubando qualcosa: il diritto alla lentezza e l’autenticità dei rapporti umani.
Anche la tecnologia ci mette lo zampino: spesso ci muoviamo guidati da algoritmi che ci portano tutti nello stesso punto, creando un effetto Lonely Planet che si autoalimenta moltiplicando in modo esponenziale il peso rispetto a poche destinazioni. Ma se la meta è predeterminata e il tempo è contato, dove iniziano davvero l’esperienza e l’avventura?
Una proposta: torniamo a perderci
Il viaggio consapevole, quello che amiamo raccontare, è l’esatto opposto di questa bulimia. È il trekking che richiede giorni, è la ciclabile che ci costringe a fermarci se piove, è l’incontro imprevisto in un borgo che non era sulla mappa.
Dobbiamo ritrovare il coraggio dell’imprevedibilità e del perdersi. Perdersi non è uno spreco di tempo, ma l’unico modo per essere davvero presenti.
Gli Extreme Day Trip ci promettono il mondo in un giorno, ma ci consegnano solo stanchezza e una galleria fotografica vuota. Il vero viaggio inizia quando smettiamo di guardare l’orologio e iniziamo, finalmente, a guardare dove stiamo mettendo i piedi e le persone che ci circondano.
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