Un salto nell’Età del Bronzo a dieci minuti da Bologna: la Grotta del Farneto ha tremila anni di storie da raccontare

Nel 1871 si scoprì 'ingresso di una grotta nei gessi collinari di San Lazzaro di Savena. Dentro, sei strati archeologici sovrapposti, con reperti dall'Età del Rame all'Età del Bronzo.
Decenni dopo venne alla luce una necropoli preistorica intatta. Oggi la Grotta del Farneto si visita con il caschetto da speleologo, nel cuore del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa. Un'esplorazione dell'altro mondo.

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Una grotta che nessuno sapeva di cercare

Il gesso è un minerale particolare. Composto da solfato di calcio, si scioglie nell’acqua con una facilità che il calcare non ha — e questa solubilità, nel corso di millenni, ha costruito nell’Appennino bolognese un paesaggio carsico denso di grotte, doline e cunicoli. Sono state censite oltre 200 grotte nei gessi delle colline intorno a Bologna. La più famosa, la più carica di storia umana, si trova nella frazione di Farneto, comune di San Lazzaro di Savena: sette chilometri dalla tangenziale, pochi minuti dalla periferia est della città. Un’altra fra quelle da visitare è la Grotta di Labante, se possibile ancora più bizzarra.  farneto  La Grotta del Farneto era piena di terra. Nessuno sapeva che esistesse — o meglio, la terra e i sedimenti accumulati nei secoli ne avevano nascosto l’ingresso fino a renderla inaccessibile. Fu Francesco Orsoni, giovane studioso vicino alla scuola geologica del professore Giovanni Capellini dell’Università di Bologna, a scoprirla nell’autunno del 1871. Liberò l’ingresso, entrò, e trovò quello che nessuno si aspettava in una grotta di campagna a un’ora di carrozza dalla città: un deposito stratigrafico di eccezionale valore.
E, se non lo hai ancora fatto, ti consigliamo il Cammino dei Gessi e dei Calanchi, proprio in questa zona, un trekking da Bologna a Faenza che ti proietta in un altro pianeta.

 

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I sei strati e i reperti dell’Età del Bronzo

La cavità che Orsoni aprì era un risorgente semi-fossile — il tratto terminale di un sistema idrico-carsico più ampio, che si estende nelle doline alle spalle della grotta. Lunga circa un chilometro, era stata frequentata dall’uomo per un arco di tempo straordinariamente lungo. Gli scavi portarono alla luce sei strati archeologici sovrapposti, con reperti databili tra l’Età del Rame e l’Età del Bronzo — un periodo che copre grossomodo dal 3000 al 1300 a.C.rneto-reperti

Tazze, scodelle, recipienti, asce in bronzo, ossa di animali: oggetti della vita quotidiana di comunità preistoriche che usavano la grotta come rifugio, come luogo di lavoro, come spazio in cui portare le greggi al riparo. Il gesso delle pareti veniva estratto per ricavare la scagliola, il materiale da costruzione che i romani già conoscevano. La grotta era, in sintesi, un luogo vivo — non un sepolcro, non un santuario, ma un posto funzionale che l’uomo frequentava con regolarità da millenni.
I reperti di Orsoni finirono nei musei universitari e attirarono subito un’attenzione che superò i confini accademici. La grotta aprì al pubblico, e tra i visitatori documentati ci sono intellettuali bolognesi come Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Enrico Panzacchi e Alfredo Rubbiani. Per decenni divenne una tappa quasi obbligatoria per la cultura cittadina.

Luigi Fantini e la necropoli intatta

La storia della Grotta del Farneto non finisce con Orsoni. Nel 1895, nella casa colonica costruita proprio accanto all’ingresso della grotta, nacque Luigi Fantini — speleologo, naturalista, fondatore del Gruppo Speleologico Bolognese e figura fondamentale per la conoscenza e la tutela del territorio appenninico bolognese. Quella casa colonica è oggi la sede del Parco dei Gessi, nota come Casa Fantini.farneto-bologna

Negli anni Sessanta del Novecento, Fantini compì la scoperta più importante del sito. In un riparo naturale creato da uno strato di roccia sporgente all’esterno della grotta — la cosiddetta caverna del Sottoroccia — trovò una necropoli preistorica intatta, con sepolture riferibili all’Età del Rame. I reperti sono oggi conservati e parzialmente esposti al Museo Civico Archeologico di Bologna, al Museo della Preistoria Luigi Donini di San Lazzaro di Savena e al Museo Archeologico Paleoambientale di Budrio.

Il nome del museo di San Lazzaro non è casuale: Luigi Donini, speleologo e ricercatore di scienze naturali nato nel 1942, si formò proprio al Farneto e fu tra i protagonisti delle prime azioni di tutela dei Gessi Bolognesi — un percorso che portò alla nascita del Parco Regionale. Donini morì nel 1966 nel tentativo di soccorrere degli speleologi in difficoltà, e per questo ricevette la medaglia d’oro al valor civile.

Il Novecento: la cava, la frana, il ritorno

Nel corso del Novecento l’area circostante la grotta fu oggetto di attività estrattiva. I lavori di cava alterarono la morfologia dell’ingresso e provocarono una frana che per anni rese la grotta inaccessibile al pubblico. Fu un’interruzione lunga, durante la quale il sito rimase chiuso e in parte dimenticato dal turismo di prossimità.
C’è però un capitolo del Novecento che la grotta custodisce con un senso diverso. Durante l’ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale, quando la Linea Gotica si attestò per mesi sulle colline bolognesi e la città subiva massicci bombardamenti alleati diretti al nodo ferroviario, molti sfollati cercarono riparo nelle grotte del Farneto. Come millenni prima, la cavità tornò a essere un rifugio — questa volta da una guerra, non dal freddo o dalle fiere.farneto-ingresso

Nel 2008 un intervento di recupero e messa in sicurezza liberò definitivamente l’ingresso dalla frana e riaprì la grotta al pubblico, questa volta con accesso regolamentato e visite guidate obbligatorie.

Come si visita oggi

La Grotta del Farneto è accessibile solo con visita guidata, organizzata dal Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa. Le guide forniscono un caschetto da speleologo a ogni partecipante — la visita è una vera esperienza speleologica, non un percorso attrezzato da museo. Sono necessari scarponcini da montagna o stivali con suola scolpita: il fondo della grotta è irregolare e in alcuni punti scivoloso.farneto-esplorazione

L’ingresso si trova presso Casa Fantini, in via Jussi 171, a Farneto. Prima o dopo la visita alla grotta vale la pena fermarsi al Museo della Preistoria Luigi Donini di San Lazzaro di Savena, a pochi chilometri: un museo con un allestimento narrativo di qualità, che racconta l’intera storia della frequentazione umana di questi gessi dall’ultima glaciazione all’Età del Ferro. I reperti della grotta — compresi quelli della necropoli di Fantini — sono parzialmente esposti lì.

Il contesto naturale è quello del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa: sentieri, doline, affioramenti gessosi e i calanchi argillosi che a pochi chilometri di distanza costruiscono quel paesaggio quasi alieno di cui parlavamo anche in un altro pezzo su SO24.

Info pratiche

Dove: Via Jussi 171, Farneto — San Lazzaro di Savena (BO).
Come arrivare: da Bologna, tangenziale est uscita 13, direzione San Lazzaro di Savena. Circa 7 km dalla tangenziale. Parcheggio disponibile in loco.
Visite: solo guidate, su prenotazione. Informazioni e prenotazioni tramite il Parco Regionale dei Gessi Bolognesi — enteparchi.bo.it.
Equipaggiamento: scarponcini con suola scolpita o stivali. Caschetto fornito dalla guida.
Abbinare: Museo della Preistoria Luigi Donini di San Lazzaro di Savena — Via Fratelli Canova 49, aperto il martedì, giovedì e sabato mattina, domenica pomeriggio.
Periodo: tutto l’anno; la temperatura interna della grotta è costante — portare uno strato anche d’estate.

Foto Appennino Bolognese, ExtraBo, Bologna Welcome, R-E-R

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