I numeri sono sorprendenti. Una revisione sistematica pubblicata su una rivista scientifica internazionale riporta che circa il 40% degli atleti non celiaci dichiara di seguire una dieta senza glutine almeno la metà del tempo, e che il 60% riferisce di avere una qualche forma di ‘intolleranza al glutine’ — un’etichetta che si sono assegnati da soli, senza diagnosi medica. Il fenomeno è globale, trasversale alle discipline, e si è intensificato nell’ultimo decennio alimentato da testimonial sportivi di altissimo livello e da una narrativa del ‘mangiare pulito’ che ha finito per associare il glutine a qualcosa di intrinsecamente nocivo.
La realtà biochimica è diversa. Il glutine è una proteina innocua per circa il 99% della popolazione. Per il rimanente 1% — i celiaci — è una proteina che innesca una risposta autoimmune e causa danni intestinali seri. Non è tossico in assoluto: è tossico per chi ha quella specifica predisposizione genetica.
Cosa dicono gli studi recenti: nessun beneficio misurabile
La letteratura scientifica sul tema è cresciuta negli ultimi anni, e il messaggio è coerente. Uno studio pubblicato a ottobre 2025 dai ricercatori dell’Università di Friburgo e dell’Università di Vienna — il più recente sul tema — ha valutato gli effetti di sei settimane di dieta gluten-free rispetto a una dieta mista in un gruppo di atleti di endurance non celiaci, tutti sottoposti allo stesso programma di allenamento. Il risultato: nessuna differenza statisticamente significativa nei parametri di performance, nella composizione corporea, nel consumo di ossigeno massimale o nella qualità della vita gastrointestinale.
Questo si aggiunge a studi precedenti che avevano già mostrato risultati analoghi su ciclisti competitivi in studi controllati in doppio cieco: rimozione del glutine senza diagnosi, nessun cambiamento nelle prestazioni su time trial da 15 km, nessun miglioramento nei marker infiammatori o nei sintomi gastrointestinali. La dieta gluten-free, per chi non ha celiachia, non è una leva di performance.

C’è di più: la stessa ricerca dell’Università di Friburgo evidenzia che la dieta gluten-free nei non celiaci porta con sé sfide nutrizionali concrete — minor apporto di fibre, carenze potenziali di vitamine del gruppo B e di ferro — che in un atleta con fabbisogno elevato possono tradursi in un impatto negativo nel tempo, se la dieta non è pianificata con attenzione.
La sorpresa: la sensibilità al glutine non celiaca è reale
Fin qui, la scienza dice no alla gluten-free come strategia di performance. Ma c’è una condizione, distinta dalla celiachia, che complica il quadro in modo interessante: la sensibilità al glutine non celiaca (SGNC).
Non è una moda, non è una diagnosi di comodo. È una condizione riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, caratterizzata da sintomi gastrointestinali ed extraintestinali — gonfiore, dolori addominali, nebbia mentale, stanchezza, cefalea — che compaiono dopo l’ingestione di glutine in assenza di celiachia e di allergia al grano. La diagnosi è di esclusione: prima si esclude la celiachia, poi si verifica la risposta alla rimozione del glutine dalla dieta.
La prevalenza stimata della SGNC è molto più alta di quella della celiachia — alcune stime parlano del 6% della popolazione, anche se i dati variano — e la condizione è probabilmente sottodiagnosticata anche più della celiachia stessa, perché non lascia marcatori biologici chiari nel sangue e non è identificabile con gli stessi strumenti diagnostici. Per un atleta con SGNC, la dieta senza glutine non è una moda: è una terapia che può cambiare la qualità della vita e, indirettamente, la performance.
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Come distinguere la SGNC dalla celiachia (e dalla semplice moda)
Il percorso corretto — che vale sia per la celiachia che per la SGNC — è sempre quello medico. Non si inizia una dieta senza glutine sulla base di una sensazione o di un’esperienza altrui. Si inizia con un esame del sangue per escludere la celiachia, fatto mentre si mangia ancora glutine (fondamentale: rimuoverlo prima falsifica i risultati). Se la celiachia è esclusa ma i sintomi persistono, si valuta con il medico la possibilità di una SGNC attraverso un periodo controllato di eliminazione e reintroduzione.
Il messaggio finale è più sfumato di quanto la polarizzazione del dibattito lasci intendere. La dieta gluten-free non è una scorciatoia per la performance — e chi la adotta senza diagnosi rischia di complicarsi la nutrizione senza guadagnare nulla. Ma liquidarla come pura moda significa ignorare che per una quota reale di atleti — celiaci conclamati e soggetti con SGNC — la rimozione del glutine è la differenza tra un corpo che funziona e uno che non riesce a esprimersi.
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