Prendete una mappa satellitare dell’Italia degli anni ‘50 e confrontatela con quella di oggi. Il verde è aumentato. Le Prealpi, l’Appennino centrale, le aree interne della Calabria e della Basilicata mostrano coperture forestali che cinquant’anni fa erano campi o pascoli.
Il meccanismo è semplice: quando i contadini abbandonano i campi, il bosco arriva da solo. E si porta dietro anche il rewilding.
Il risultato è una foresta che cresce per default dall’abbandono agricolo. Sono aree di solito omogenee: una specie dominante prende il sopravvento, le altre spariscono, e quello che doveva essere un ecosistema diventa qualcosa di simile a una piantagione spontanea.
Più alberi, meno vita
Il rapporto ISPRA e i dati ISTAT per il Goal 15 del 2026 confermano la tendenza: la superficie boschiva italiana è ai massimi storici, ma l’indice di biodiversità forestale è in calo. Meno specie vegetali per ettaro, meno sottobosco, meno fauna legata agli strati diversificati della vegetazione. Il picchio nero e il ghiro, che necessitano di vecchi alberi cavi, si trovano sempre più spesso in difficoltà in boschi troppo giovani e troppo uniformi.
A questo si aggiungono le specie aliene invasive, che si diffondono a velocità crescente: l’ailanto, la robinia, il senecio sudafricano. Piante arrivate dall’estero che si adattano meglio delle specie autoctone ai nuovi climi e colonizzano il bosco cambiandone la struttura dall’interno. Il Forum Foreste di Legambiente, nell’edizione 2026, ha definito questo fenomeno una delle minacce principali alle foreste italiane, insieme agli incendi.
Il paradosso del bosco
Il 2026 non è stato un anno tranquillo. In Europa sono andati in fumo 435.000 ettari, di cui 70.000 solo in Italia. Il Vesuvio, già colpito duramente nell’estate 2025, ha visto nuovi focolai. Le foreste della Sicilia e della Calabria hanno bruciato in luglio con una velocità che ha sorpreso anche i Vigili del fuoco. 
La combinazione tra caldo record, siccità prolungata e boschi abbandonati che accumulano materiale secco rende l’incendio sempre più probabile ogni estate. E ogni incendio lascia spazio a un nuovo ciclo di ricolonizzazione disordinata: arrivano le prime specie pioniere, spesso non autoctone, e il ciclo ricomincia.
Il legno che non usiamo e che importiamo dall’estero
L’Italia importa legno dall’estero per circa 2 miliardi di euro all’anno, pur avendo una delle riserve forestali più ricche d’Europa. La ragione riguarda la frammentazione della proprietà privata dei boschi, l’assenza di infrastrutture nelle aree interne e una filiera forestale che fatica a organizzarsi.
Gestire i boschi attivamente, invece di lasciarli crescere da soli, significa tenerli più sani, più ricchi di biodiversità e meno a rischio incendi. È una di quelle strade che tutti sanno esista, e che nessuno imbocca con decisione.
Cosa sta succedendo nelle aree interne
Le aree interne italiane, quelle che si spopolano a ritmo crescente, sono il laboratorio involontario di questo processo. Paesi che si svuotano, terrazzamenti abbandonati, pascoli che tornano a bosco. L’abbandono crea foreste, ma crea anche fragilità idrogeologica: i versanti non più curati dall’agricoltura tradizionale franano più facilmente.
Secondo i dati di inizio 2026, il fenomeno dell’abbandono delle aree interne ha subito una nuova accelerazione dopo il picco pandemico del ritorno alla campagna. Il saldo è tornato negativo: le città risucchiano, le montagne si svuotano. I boschi crescono, silenziosi, omogenei, sempre meno abitati.
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Giornalista e autore, scrive di viaggi e ambiente per importanti testate internazionali come National Geographic e BBC. Ama andare alla ricerca di luoghi nascosti e storie inedite, e ama praticare gli sport outdoor – tendenzialmente male. È co-fondatore di Sportoutdoor24.
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