Il ghiacciaio della Marmolada perde 23 metri in un’estate: cosa succederà nel 2027?

Nell’estate 2026, i glaciologi dell’Università di Padova hanno misurato il ritiro più veloce degli ultimi anni: 23 metri di fronte glaciale e nove ettari di superficie scomparsi in pochi mesi, il triplo rispetto alla media degli anni precedenti. Al ritmo attuale, il ghiacciaio della Marmolada potrebbe non esistere più entro il 2036. Ma le conseguenze di questa perdita vanno molto oltre le Dolomiti: riguardano l’acqua che scende nei fiumi in estate, la sicurezza delle pareti rocciose, il futuro del turismo alpino e, in fondo, le scelte che facciamo ogni giorno.

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Ogni autunno, da decenni, un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova sale sulla Marmolada con paline di misura e coordinate GPS. È la Campagna Glaciologica Partecipata: un rito scientifico che si svolge a fine stagione, quando il ghiaccio ha smesso di fondere e i dati sono definitivi. Quello del 2026 è stato, dicono i rilevatori, “un autunno difficile da raccontare”.

Il ghiacciaio si ferma oggi a 83 ettari di superficie. All’inizio del Novecento ne aveva oltre mille. Negli anni Novanta erano ancora più di duecento. Nove ettari spariti in una sola estate valgono l’equivalente di dodici campi da calcio. Non è una metafora drammatica: è la dimensione concreta di quello che non c’è più.
“Gli restano dieci anni”, dicono gli esperti. Ma è una stima per difetto, costruita su scenari climatici che il 2026 ha già superato.

Il paradosso dell’acqua

Esiste un meccanismo glaciale che si chiama “peak water”: il punto in cui un ghiacciaio in ritirata raggiunge la produzione massima di acqua. Succede quando la massa di ghiaccio è ancora abbastanza grande da sciogliersi in quantità rilevanti, ma si sta già erodendo più di quanto il ciclo naturale riesca a compensare.

Siamo probabilmente oltre quel punto, o ci stiamo avvicinando. Quello che sembra un’abbondanza, i fiumi che scorrono veloci nelle estati calde, è in realtà lo svuotamento di un serbatoio che non si ricarica. I fiumi Adige, Piave e Brenta dipendono in parte significativa dall’acqua rilasciata dai ghiacciai dolomitici nei mesi più secchi.
Quando la Marmolada sarà scomparsa, quel contributo estivo sparirà con lei. Le comunità a valle, già alle prese con siccità stagionali, sentiranno la differenza. L’acqua di un ghiacciaio non è solo un fatto ambientale: è irrigazione, è acquedotto, è generazione idroelettrica. Il piano d’emergenza non esiste ancora.

Permafrost, rocce instabili e la lezione del 2022

C’è un’altra conseguenza del caldo che si vede meno ma fa più paura. Il permafrost, il terreno ghiacciato che tiene insieme le pareti rocciose, si sta scaldando anche lui. Quando cede, la roccia perde il suo mastice e il risultato sono crolli, frane, seraccate.

Il 3 luglio 2022, sulla Marmolada, un seracco si è staccato e ha travolto un gruppo di alpinisti: undici morti, decine di feriti. Era il giorno più caldo dell’anno. Non era una fatalità casuale: era il permafrost che cedeva sotto una temperatura record. Da allora, le vie che passano sotto il ghiacciaio vengono chiuse con maggiore frequenza nelle giornate di caldo intenso. Non è prudenza eccessiva: è adattamento alla nuova normalità.

I teli bianchi, solo una fasciatura

Dal 2008, ogni primavera, le piste sciistiche della Marmolada vengono coperte con teli geotessili bianchi per riflettere la radiazione solare e conservare la neve invernale. Sono 38.000 metri quadri di tessuto tecnico stesi a oltre 3.000 metri di quota. L’operazione serve agli impianti di sci: rallenta il ritiro sulla porzione di ghiacciaio che produce fatturato in inverno.

Gli scienziati sono espliciti da anni: i teli non salvano il ghiacciaio, rallentano marginalmente la perdita di una porzione limitata. Una lettera firmata da decine di glaciologi europei lo diceva senza mezzi termini già nel 2022. Coprire un ghiacciaio in agonia non è una soluzione climatica, è un presidio commerciale. Il che non è sbagliato in sé, ma va detto chiaramente, senza confonderlo con un piano di salvaguardia.

Cosa possiamo fare

La domanda che rimbalza ogni volta che escono questi dati è sempre la stessa: cosa possiamo fare noi? La risposta ha due livelli, e confonderli è il modo più rapido per non fare nulla.
Al livello sistemico, le decisioni che contano si prendono nei parlamenti, nelle conferenze sul clima, nelle boardroom delle aziende energetiche. La velocità con cui si ridurranno le emissioni di CO₂ nei prossimi anni determinerà quanti altri anni di vita resteranno al ghiacciaio della Marmolada, e agli altri duecento ghiacciai italiani. Sostenere politiche climatiche ambiziose, scegliere aziende con impegni seri sulla decarbonizzazione, votare con consapevolezza ambientale: sono atti individuali che pesano solo se aggregati, ma aggregati pesano.

Vedremo ancora immagini così? Non è detto, forse no, a tendere.
Al livello di chi frequenta la montagna, le scelte concrete esistono. Privilegiare destinazioni e attività meno dipendenti dalla neve, trekking, climbing, e-bike, immersione nella natura in tutte le stagioni, aiuta a ridurre la pressione su infrastrutture che inseguono un clima che non tornerà. Sostenere i rifugi ad alta efficienza energetica e le realtà locali che investono in un turismo responsabile manda un segnale di mercato che si legge. Arrivare in treno fino a Canazei invece di prendere un volo domestico è semplicemente coerenza: non serve calcolare le emissioni, basta usare la testa.
L’università di Padova continua a monitorare. I glaciologi tornano ogni settembre con le loro paline. Il ghiaccio nel frattempo scende.

Foto visittrentino.info

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