L’impatto ambientale di mascherine e guanti contro il Coronavirus

L'impatto ambientale di mascherine e guanti contro il Coronavirus

L’impatto ambientale di mascherine e guanti contro il Coronavirus è un problema con cui occorre fare i conti fin da adesso. Nella prima fase dell’emergenza da COVID-19 l’attenzione era giustamente concentrata sull’approvigionamento di questi dispositivi di protezione individuale: se all’inizio la loro effettiva utilità era stata messa in dubbio da più parti (la stessa OMS ha dovuto rivedere le sue iniziali raccomandazioni sull’uso dei dispositivi di protezione individuale) ora è chiaro che indossare mascherine e guanti è l’unica barriera che indiscutibilmente può proteggere le persone dal Coronavirus e limitare la diffusione del contagio, a maggior ragione se davvero il Coronavirus resiste a lungo nell’aria. Infatti l’uso della mascherina è tra gli obblighi previsti per la cosiddetta Fase 2 che prevede il rallentamento delle misure di distanziamento sociale. Tuttavia non bisogna dimenticare che mascherine e guanti sono prodotti essenzialmente con materiale plastico, principalmente polipropilene, e che la plastica non è biodegradabile. Questo comporta due conseguenze di cui tutti dovremo tener conto. La prima è che mascherine e guanti vanno gettati nell’indifferenziato e non nel sacco dei materiali plastici o multileggeri. Quindi i dispositivi di protezione individuale aumenteranno la quota di rifiuti giornalieri che non possono essere riciclati. La seconda è che la loro dispersione nell’ambiente farà aumentare la quantità delle dannose microplastiche che circolano prima nell’aria e nel suolo, poi finiscono nelle acque di laghi e fiumi, e infine confluiscono nel mare, con gravi conseguenze per la flora e fauna marina ma ricadute anche sulla catena alimentare e, in definitiva, sulla nostra salute.

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Secondo l’International Union for Conservation of Nature almeno 8 tonnellate di plastica, sui 300 milioni prodotti ogni anno, finiscono direttamente negli oceani, costituendo l’80% dei rifiuti che si trovano tanto in superficie quanto sedimentati sui fondali. Questa enorme massa di rifiuti plastici in oceani e mari, per cui si parla ormai di Plastic Trash Vortex o isole di plastica, costituisce un mortale pericolo per pesci, tartarughe e uccelli marini che, attirati dai colori sgargianti e dal loro fluttuare sulla superficie, li confondono con il cibo e se ne nutrono. Il rischio più immediato è morire per soffocamento, quello a lungo termine per eccesso di ingestione (lo scorso anno, nello stomaco di un capodoglio morto spiaggiato sull’isola di Harris in Scozia sono stati trovati 100 kg di materiale plastico). Secondo Ocean Conservancy sono oltre 600 le specie animali la cui esistenza è a rischio a causa della plastica.

L’allarme verso la dispersione nell’ambiente di una grande quantità di guanti e mascherine si è già levato da più parti, singoli individui e organizzazioni ambientaliste. Già a inizio febbraio il gruppo ambientalista OceanAsia ha mostrato le immagini di guanti e mascherine di plastica sulle spiagge di Hong Kong.

Lo stesso ha fatto un’altra associazione ambientalista impegnata nel combattere l’inquinamento plastico nei mari, 4ocean

E ora anche in Italia cominciano a levarsi le prime voci di attenzione verso questo problema che dovremo affrontare per molti mesi e il il cui impatto potrebbe essere ben maggiore di quanto possiamo anche solo immaginare. Legambiente per esempio avverte che:

I dispositivi sanitari sono molto resistenti e potrebbero durare nell’ambiente decine di anni come accade per le buste di plastica più spesse o i flaconi di liquidi più resistenti. Responsabilizzare e informare i cittadini è fondamentale soprattutto per evitare di ritrovarci a dover liberare piazze strade e giardini da tanti guanti e mascherine oltre ai soliti rifiuti in plastica

Sempre in una dichiarazione all’Ansa la stessa Legambiente, tramite Andrea Minutolo, responsabile tecnico scientifico dell’associazione:

Il rischio principale è il cattivo smaltimento, abbiamo notato che c’è un rischio di dispersione ambientale importante, non tanto per il numero di questi dispositivi, ma per le cattive abitudini delle persone.

Ma come abbiamo già provato a fare anche noi facendo una stima grossolana della quantità di plastica che una famiglia produce settimanalmente, occorre anche tener conto del numero di guanti e mascherine che ciascun cittadino si troverà a dover usare per affrontare la Fase 2 e tutte le altre eventuali fasi di questa pandemia da Coronavirus. Solo fare la spesa quotidiana può significare una cinquantina di guanti e più di 20 mascherine al mese a persone, e i numeri si moltiplicano velocemente per ogni necessità essenziale delle nostre giornate. Basta moltiplicare questi numeri per quello delle persone per arrivare presto a centinaia di milioni di rifiuti plastici prodotti ogni giorno solo nel nostro Paese. E c’è un mondo intero che deve fronteggiare i rischi della pandemia da Coronavirus.

Credits photo: OceanAsia

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