Mancata apertura impianti sciistici: l’analisi di Arabba

Mancata apertura impianti sciistici: l'analisi di Arabba
Nel generale disappunto che unisce tutti gli operatori della montagna italiana per la decisione governativa di non consentire l’apertura degli impianti di risalita, il comprensorio di Arabba e di tutta la valle di Fodom vuole esprimere il proprio punto di vista con un giudizio di merito basato su dati concreti. La decisione di rinvio dell’apertura di domenica scorsa è stata la quinta negli ultimi tre mesi (dopo quella al 3 dicembre, poi al 7 gennaio, quindi al 18 gennaio e al 15 febbraio e ora la proroga al 5 marzo) in una litania di scelte ministeriali che hanno costantemente creato aspettative tra gli addetti della montagna e che sono state puntualmente disattese.

«Ci avrebbe fatto meno male sapere dall’inizio della stagione che non avremmo aperto per tutto l’inverno con un chiaro arrivederci all’estate – commenta Michela Lezuo, presidente dell’Associazione Turistica di Arabba – perché abbiamo subito oltre un danno economico anche la beffa di una mancata apertura che avrebbe in parte attenuato le perdite di questo malcelato lockdown».
Ad avvalorare le affermazioni del numero uno del consorzio turistico ci sono i numeri che in queste ore sono scritti nel bilancio in rosso che Arabba e la sua comunità sta stilando alla luce di un inverno senza apertura, e che ha visto l’ultimo impianto di risalita per lo sci funzionare nel marzo 2020. Va detto che località turistica è nevralgica all’interno del sistema Dolomiti SuperSki, il più grande comprensorio sciistico al mondo, che vanta oltre 1.200 chilometri di piste dedicate allo sci alpino.

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Nella valle di Fodom, di cui Arabba rappresenta il centro turistico più noto perché villaggio di transito del noto tour Sellaronda, risiedono 1300 abitanti pari a 563 nuclei familiari che per la maggior parte vivono di turismo e del suo indotto. L’attività economica durante l’inverno richiama da fuori provincia un piccolo esercito di operatori: durante i mesi invernali il comparto impiantistico assume 250 addetti a contratto e quello ricettivo, commerciale e dei servizi turistici supera abbondantemente le 630 unità.

«Solo nel nostro piccolo comune abbiamo quasi 900 persone che lavorano in modo stagionale per la filiera dello sci – continua Lezuo – e gran parte di queste provengono da fuori regione: è un esercito silenzioso di lavoratori che contribuiscono a creare l’immagine positiva della nostra terra agli occhi del mondo».
In una stagione normale i 3000 posti letto di Arabba vengono coperti con tassi di occupazione altissimi, soprattutto dall’estero: «La percentuale di ospiti sciatori italiani è del 35% quindi siamo una vetrina sul mondo: possiamo vantare un turismo proveniente dai cinque continenti del pianeta».
E a ricordare il valore dell’indotto nell’ecosistema dello sci ci pensano i dati di fatturato dell’area di Arabba: nell’anno solare 2019 il fatturato è stato di 29 milioni di Euro, scesi a 23 nell’esercizio scorso, con un calo di presenze del 30%, valori che non comprendono il giro d’affari del comparto impiantistico.
La fotografia scattata da Arabba si spinge a una analisi ancor più dettagliata: «In base alle presenze nel 2019 abbiamo registrato nei mesi invernali il 60% dell’intero flusso annuale – prosegue la presidente Lezuo – e poiché il valore della occupazione invernale è di gran lunga superiore (grazie alle settimane bianche) a quella estiva (dove si predilige il weekend lungo) possiamo stimare che il 70% del fatturato annuale si produce nella stagione dello sci». Pertanto, di quei 29 milioni di Euro registrati nel 2019, ben 20 milioni sono da imputare ai mesi invernali: «Quindi possiamo concludere che da inizio dicembre a fine febbraio la nostra valle ha perso circa 15 milioni di euro».
Ciò che aggrava la situazione della già precaria situazione del comparto ricettivo nelle Dolomiti, è stato l’avvio dei lavori per l’inizio previsto a metà febbraio e l’improvviso blocco alla vigilia dell’apertura: «I nostri operatori ci hanno creduto con grande entusiasmo, investendo decine di migliaia di Euro per la ripartenza ancorché in una stagione troncata sul nascere – sottolinea Lezuo – e per dare il volume di cosa significhi per un hotel di medie dimensioni riaccendere i motori, è bene ricordare che l’albergatore sostiene spese d’avviamento che variano tra gli 8 e 10 mila Euro. Qui non si tratta più di avere ristori, si devono aggiungere anche gli indennizzi!».
E con gli impianti chiusi, tutta la filiera ne risente: le prenotazioni pervenute nei giorni scorsi si sono trasformate in disdette per ogni categoria coinvolta, da noleggi alle scuole sci (ad Arabba gravitano circa 40 Maestri di Sci), taxi, bar, ristoranti ecc.

«Tutto ciò ci appare paradossale, perché se da una parte si sostiene che lo sci è veicolo di contagio, per quale ragione si consente a negozi di varia natura di restare aperti? – si domanda la presidente del Consorzio Turistico Arabba – e ci chiediamo con che criterio si stabilisce che lo sci sia una attività più a rischio di altre?». Non si capisce la ratio dei locali aperti nelle città durante lo scorso weekend mai così pieni dall’inizio della pandemia, e dall’altra l’ostinazione di considerare lo sci come una attività ludica che si può cancellare perché inferiore alle altre attività economico-sociali.

«La percezione del valore della montagna pare essere inesistente nella stanza dei bottoni» conclude Michela Lezuo, che si fa portavoce del disagio degli operatori economici di Arabba e della valle di Fodom.

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