È tardo pomeriggio nel Texas Panhandle e la luce è di quel giallo impossibile che non esiste da nessun’altra parte. Dieci Cadillac sono conficcate nel terreno a testa in giù, inclinate verso ovest, come un orologio solare che segna un’ora senza nome. Il Cadillac Ranch di Amarillo non è un monumento, non è un museo, non è nemmeno un’attrazione turistica nel senso convenzionale del termine: è un atto di ironia e di devozione insieme, eretto nel 1974 da un gruppo di artisti che avevano capito qualcosa che gli altri ancora non vedevano. Che questa strada era già diventata qualcosa di più grande di una strada.
Quel qualcosa, l’11 novembre 2026, spegne cento candeline.
1926: una firma e quattromila chilometri
Tutto inizia con un telegramma. L’11 novembre 1926, la US Highway 66 viene ufficialmente designata come parte del sistema stradale nazionale americano. Collega Chicago, Illinois, a Santa Monica, California, attraversando otto stati — Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona, California — per circa 3.940 chilometri. Sul paper, è una decisione logistica: connettere il Midwest agricolo con la costa del Pacifico, portare merci e persone in un paese che stava imparando a muoversi su gomma.
Sul paper. Perché nella realtà, la Route 66 nasce già gravida di qualcosa che le mappe non sanno rappresentare. Nasce nel momento in cui l’America sta diventando l’America: il jazz dilaga da New Orleans verso nord, Hollywood sta inventando il sogno americano fotogramma per fotogramma, e l’automobile — ancora un oggetto di lusso per pochi — comincia a sembrare il simbolo di una promessa universale. La libertà di andare dove vuoi, quando vuoi, senza chiedere permesso a nessuno.
Steinbeck e i Joad: quando la strada diventa letteratura
Il primo grande testo della Route 66 non è una guida turistica. È un romanzo di disperazione. Nel 1939, John Steinbeck pubblica Furore (The Grapes of Wrath) e mette su carta qualcosa che stava accadendo da anni: le famiglie dell’Oklahoma, devastate dalla Dust Bowl e dalla Grande Depressione, caricano i loro averi su camion sgangherati e imboccano la Route 66 verso ovest, verso la California, verso la promessa di lavoro e di un futuro. I Joad sono personaggi di finzione ma ogni loro passo è documentario.

Steinbeck la chiama “la strada della fuga”. Poi la chiama “la strada madre”: Mother Road. Il soprannome resterà per sempre. E con esso, un paradosso che non ha mai smesso di essere vero: la Route 66 è contemporaneamente la strada della speranza e quella della disillusione. Chi la percorre non sa mai, esattamente, cosa troverà all’arrivo.
Lettura consigliata
John Steinbeck, Furore (The Grapes of Wrath, 1939)
“E le famiglie dell’Oklahoma trepidavano sulla Route 66, la strada madre, la strada della fuga.”
Il romanzo che ha dato alla Route 66 il suo primo — e più duraturo — significato culturale.
Kerouac e la Beat Generation: la strada come identità
Passano vent’anni. L’America non fugge più: adesso cerca. Nel 1957, Jack Kerouac pubblica On the Road, il libro che trasforma il viaggio su strada da necessità economica in atto esistenziale. Sal Paradise e Dean Moriarty non vanno da nessuna parte di preciso — o meglio, vanno ovunque di preciso. La Route 66 non è più la via della sopravvivenza: è il luogo dove si costruisce l’identità, dove si sfida la normalità borghese del dopoguerra americano, dove si scopre chi si è guidando tutta la notte con il finestrino abbassato e la radio a palla.
La Beat Generation trasforma la strada in un’aula senza muri. E un’intera generazione di giovani europei — italiani, francesi, tedeschi — legge Kerouac e capisce che l’America non è un posto: è un modo di muoversi nel mondo. È probabilmente in quegli anni che la Route 66 smette di essere americana e diventa universale.
Il cinema: tre decenni, tre letture della fuga
Poi arriva il cinema, e lo fa in tre ondate che dicono tre cose diverse sulla stessa strada.
Nel 1969, Easy Rider di Dennis Hopper mette due motociclisti su quella stessa asfalto e ci racconta che la libertà americana ha una crepa profonda nel mezzo. Wyatt e Billy pedalano verso la libertà e trovano la violenza, il pregiudizio, la chiusura. Easy Rider è il film che seppellisce gli anni Sessanta e con essi una certa idea ingenua di cosa significhi essere liberi sulla strada.
Nel 1984, Wim Wenders arriva dall’Europa con una macchina fotografica e uno sguardo straniero e gira Paris, Texas. Il paesaggio del Southwest — le pianure piatte del Texas, il deserto dell’Arizona, le strade vuote che sembrano non finire mai — diventa qualcosa di metafisico. Wenders vede nella Route 66 e nei suoi dintorni ciò che gli americani non riescono più a vedere: un paesaggio dell’anima, un territorio interiore. I suoi Polaroid del Nuovo Messico sono ancora oggi alcuni dei documenti visivi più potenti di questo angolo d’America.
Nel 1991, Thelma & Louise di Ridley Scott rilegge la strada dal punto di vista di chi ne era sempre rimasto ai margini. Due donne, un’auto, il Southwest americano: la fuga diventa rivendicazione. La scena finale — l’auto che vola nel canyon — è l’immagine più radicale che il cinema abbia mai dedicato a questo territorio.
Tre film prima di partire
Easy Rider (Dennis Hopper, 1969) — La libertà e i suoi limiti
Paris, Texas (Wim Wenders, 1984) — Il paesaggio del Southwest come paesaggio interiore
Thelma & Louise (Ridley Scott, 1991) — La fuga come atto politico
La musica: come una canzone ha costruito un mito europeo
C’è un elemento che manca ancora in questo racconto, e che forse più di tutti gli altri ha esportato la Route 66 fuori dall’America. Nel 1946, Bobby Troup scrive (Get Your Kicks on) Route 66 durante un viaggio in macchina verso la California — un brano jazz-blues di tre minuti che Nat King Cole porta immediatamente in classifica. È la prima volta che la strada ha un’identità sonora.
Ma è nel 1964 che la canzone diventa mito globale: i Rolling Stones la incidono nel loro primo album e la portano in Europa. Per un ventenne italiano, francese o tedesco che nel 1964 non ha mai messo piede in America, Route 66 dei Rolling Stones è l’America. È quella voce rauca, quel ritmo incalzante, quei nomi — St. Louis, Oklahoma City, Amarillo, Gallup, Flagstaff, Winona, Kingman, Barstow, San Bernardino — che diventano luoghi dell’immaginario prima ancora di essere luoghi sulla mappa.
Ogni generazione successiva ha riscritto quella canzone. I Depeche Mode, Chuck Berry, Asleep at the Wheel, John Mayer. La Route 66 ha una colonna sonora che non smette di aggiornarsi.
La morte e la resurrezione
Nel 1985, la Route 66 viene ufficialmente decommissionata. L’Interstate 40 — più veloce, più dritta, più efficiente — l’ha già resa obsoleta nel corso degli anni Settanta. Città intere che vivevano di traffico stradale si trovano improvvisamente tagliate fuori dalla nuova autostrada. Stazioni di servizio chiudono, motel si svuotano, ristoranti abbassano le serrande. Lungo il tracciato originale si moltiplicano le ghost town: paesi che esistono ancora sulle mappe ma non più nella realtà.

Eppure proprio in quel momento di morte ufficiale inizia la seconda vita. La decommissione trasforma la Route 66 da infrastruttura in memoria. Associazioni di appassionati iniziano a preservare il tracciato originale. Il turismo nostalgico scopre le ghost town e i diner degli anni Cinquanta. Hollywood ricomincia a girare nella regione. Pixar, nel 2006, ambienta Cars in una cittadina ispirata a Seligman, Arizona — una delle tante comunità che l’Interstate ha lasciato indietro — e introduce la Route 66 a una generazione di bambini di tutto il mondo che non sa niente di Steinbeck né di Kerouac.
La strada che era morta è diventata immortale.
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2026: il centenario non è una ricorrenza
L’11 novembre 2026, quando si celebrerà ufficialmente il centenario dell’apertura, lungo i 3.940 chilometri tra Chicago e Santa Monica ci sarà più gente che mai. Festival, raduni di auto storiche, mostre, concerti. I festeggiamenti ufficiali sono già cominciati a Springfield, Missouri — il Birthplace of Route 66 — con eventi che si estenderanno per tutto l’anno.
Ma il centenario non è, nella sostanza, una ricorrenza. È la conferma di qualcosa che chi ha percorso quella strada già sa: la Route 66 non è mai stata solo un tragitto da A a B. È un’idea. L’idea che il viaggio stesso — non la destinazione, non l’efficienza, non il tempo risparmiato — sia il punto. È l’idea, per dirla con Baudrillard che in quegli stessi paesaggi ci ha guidato negli anni Ottanta scrivendo America, che l’America sia un paese che si capisce solo in movimento, solo attraversandolo fisicamente, a velocità umana, con gli occhi aperti sul finestrino.
Un’idea che ha cent’anni e che non ha ancora trovato una data di scadenza.
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