Due settimane a camminare in montagna abbassa i trigliceridi: cosa succede ai grassi nel sangue dopo un trekking in quota

Camminare in pianura e camminare in montagna sembrano la stessa attività. Per i trigliceridi non lo sono. Uno studio ha messo due gruppi a confronto — uno a 300 metri, uno a 1.900 — con la stessa intensità di allenamento. Solo uno ha visto i trigliceridi scendere significativamente.

trekking e trigliceridi

Immagina due settimane di vacanza attiva: escursioni guidate, tre ore al giorno, quattro volte a settimana, stesso sforzo per entrambi i gruppi. La differenza è solo una: un gruppo si allena a 1.900 metri di quota, l’altro a 300. Stessa intensità, stessa durata, stesso protocollo. Fine delle due settimane: analisi del sangue.

I risultati dello studio pilota pubblicato su BMC Research Notes nel 2015 sono netti: nel gruppo a 1.900 metri, i trigliceridi sono scesi in modo statisticamente significativo, insieme al colesterolo totale e all’LDL. Nel gruppo a 300 metri, nessun parametro lipidico ha mostrato variazioni significative. Stessa attività. Quota diversa. Risultati diversi.

Perché? La risposta sta in una combinazione di fattori — il dislivello, le condizioni di ipossia lieve, e il tipo di lavoro muscolare che la montagna impone in modo naturale — che insieme creano un ambiente metabolico particolarmente favorevole per chi vuole lavorare sui trigliceridi.

Il dislivello come motore metabolico

La differenza fondamentale tra camminare in piano e camminare in salita non è solo lo sforzo percepito. È il modo in cui i muscoli producono energia. In salita, il corpo lavora contro la gravità: i muscoli di gambe e glutei devono contrarre con più forza a ogni passo, il dispendio energetico per unità di distanza percorsa aumenta, e la frequenza cardiaca sale in modo naturale nella zona aerobica moderata.

In questa fascia di intensità — grossomodo tra il 50 e il 70% della frequenza cardiaca massima — il metabolismo energetico privilegia i grassi rispetto ai carboidrati come fonte di carburante. I trigliceridi circolanti nel sangue vengono prelevati dai muscoli in lavoro attraverso l’enzima lipasi lipoproteica (LPL), che in questa fascia di intensità mostra la massima attività. Il dislivello mantiene il corpo in questa zona in modo automatico: non serve regolare il passo, è il terreno stesso a fare da metronomo metabolico.

Una camminata in piano a bassa intensità non raggiunge questa soglia. Anche a passo sostenuto, il costo energetico per unità di tempo è inferiore, e l’attivazione della LPL è più limitata. Aggiungere il dislivello — anche solo 200-300 metri su un’escursione collinare — cambia il profilo metabolico dell’attività in modo significativo.

Il ruolo dell’altitudine: l’ipossia lieve come amplificatore

Il secondo fattore che distingue il trekking di montagna da qualsiasi altra forma di camminata è l’altitudine. Sopra i 1.500-2.000 metri, la pressione parziale dell’ossigeno si riduce rispetto al livello del mare. Non in modo drammatico — siamo lontani dalle quote degli alpinisti d’alta quota — ma sufficiente a indurre adattamenti fisiologici che modificano il metabolismo energetico.

In condizioni di ipossia lieve, il corpo aumenta la ventilazione, accelera la frequenza cardiaca a parità di sforzo, e attiva meccanismi di adattamento al livello cellulare che promuovono il metabolismo aerobico. Alcuni studi suggeriscono che l’ipossia lieve aumenti l’attività degli enzimi della beta-ossidazione — il processo con cui i mitocondri bruciano gli acidi grassi per produrre energia — rendendo il corpo più efficiente nel consumare trigliceridi come carburante.

È probabilmente questo, almeno in parte, il meccanismo che spiega perché nello studio di BMC Research Notes il gruppo a 1.900 metri ha visto i trigliceridi scendere mentre il gruppo a 300 metri non ha ottenuto gli stessi risultati, pur allenandosi con la stessa intensità.

Salita vs. discesa: qual è più efficace per i trigliceridi?

Qui emerge il dato più controintuitivo di tutta la letteratura sul trekking e i lipidi. Lo studio austriaco del Dr. Drexel, che ha confrontato camminata in salita e camminata in discesa sugli stessi parametri metabolici, ha trovato che per i trigliceridi la salita è significativamente più efficace della discesa.

La spiegazione è nel tipo di contrazione muscolare. La salita è un esercizio concentrico: i muscoli si accorciano mentre producono forza. La discesa è un esercizio eccentrico: i muscoli si allungano mentre frenano il corpo contro la gravità. L’esercizio eccentrico ha un costo energetico molto inferiore rispetto al concentrico a parità di distanza percorsa — i muscoli “frenano” invece di “spingere”, e questa differenza si traduce in un consumo di trigliceridi come carburante molto più limitato durante la discesa.

In termini pratici: se vuoi lavorare sui trigliceridi, la parte del percorso che conta è la salita. La discesa ha altri benefici metabolici importanti — in particolare sulla glicemia, come vedremo nell’articolo dedicato — ma per i grassi nel sangue è la camminata in su quella che produce i risultati maggiori.

Dati concreti: di quanto scendono i trigliceridi con il trekking

Lo studio pilota su BMC Research Notes, con 8 soggetti nel gruppo di quota moderata (1.900 m), ha mostrato una riduzione statisticamente significativa dei trigliceridi dopo due settimane di trekking strutturato (p=0.025). Considerando che si trattava di soggetti con sindrome metabolica — condizione in cui i trigliceridi sono tipicamente elevati — il risultato è rilevante.

Lo studio austriaco di Drexel (pubblicato anche su *Journal of Sports Science and Medicine*, 2017, con soggetti pre-diabetici) ha misurato una riduzione media dei trigliceridi di circa 49 mg/dl dopo sole tre settimane di camminata in salita (9 sessioni), con effetti di dimensione notevole (effect size 0.89). Per soggetti con trigliceridi di partenza intorno a 150-200 mg/dl, una riduzione di questa entità è clinicamente rilevante.

La spedizione scientifica Abruzzo-Kilimanjaro ha documentato riduzioni ancora più marcate (da 160 a 120 mg/dl), attribuibili alla combinazione di sforzo prolungato e alta quota — condizioni non ordinarie, ma utili a comprendere il potenziale dell’attività in montagna sul profilo trigliceridico.

Come strutturare le uscite per massimizzare l’effetto sui trigliceridi

Trasferendo i dati della ricerca alla pratica del trekker medio, le indicazioni sono abbastanza precise. Il dislivello in salita è la variabile più importante: percorsi con almeno 400-600 metri di dislivello positivo producono uno stimolo metabolico sufficiente per i trigliceridi, anche a quote non elevate. Il percorso delle Prealpi tra 800 e 1.500 metri può essere altrettanto efficace del trekking alpino se il dislivello è presente.

L’intensità conta quasi quanto il dislivello: è importante mantenere la frequenza cardiaca nella zona aerobica moderata durante la salita, non rallentare troppo né andare in affanno completo. La zona giusta è quella in cui si riesce a parlare a frasi brevi ma ci si sente in sforzo percepito. Con il dislivello, questa zona si raggiunge naturalmente senza bisogno di monitoraggio sofisticato.

La frequenza ideale per effetti lipidici strutturali è di almeno due-tre uscite a settimana. Chi può fare solo un’uscita lunga nel weekend può complementarla con camminate su terreni collinari durante la settimana — il principio è lo stesso, anche se la quota è inferiore.

Trekking e trigliceridi: il quadro con gli altri parametri

Il trekking in montagna non agisce sui trigliceridi in isolamento. Riduce il cortisolo cronico (che — come abbiamo visto nell’articolo precedente di questa serie — è uno dei driver della produzione epatica di trigliceridi). Migliora la sensibilità insulinica, riducendo lo stimolo alla lipogenesi epatica. Abbassa il peso corporeo nel tempo, con particolare effetto sul grasso viscerale che interferisce con il metabolismo lipidico.

È un intervento sistemico, non specifico su un singolo parametro. E questa è probabilmente la sua forza principale rispetto ad attività più monotone come il tapis roulant in palestra: la varietà del terreno, il dislivello variabile, la durata naturalmente lunga delle escursioni, l’esposizione all’altitudine moderata — sono tutti fattori che si sommano per produrre un ambiente metabolico favorevole difficile da replicare altrimenti.

Conclusione: la salita è il farmaco. La montagna è la farmacia.

I trigliceridi rispondono bene alla salita in montagna — in modo più marcato di quanto non facciano alla camminata in piano. Il dislivello, l’altitudine moderata e la durata naturalmente elevata delle escursioni creano le condizioni ottimali per la mobilizzazione e il consumo dei grassi circolanti nel sangue.

Non servono quote esasperate né prestazioni da alpinisti. Bastano uscite regolari su percorsi con pendenza, in ambiente collinare o montano, mantenendo un ritmo che faccia lavorare il cuore. Per chi ha i trigliceridi da tenere sotto controllo, la stagione estiva — con le sue giornate lunghe e i sentieri accessibili — è la finestra migliore per costruire la base fisica e metabolica che poi si legge nel referto autunnale.

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Fonti

Pilot study “Effects of a 2-week hiking vacation at moderate versus low altitude on lipid metabolism in patients with metabolic syndrome” — BMC Research Notes, 2015 (PMC4383206)

Drexel H. et al. / “Effects of 3 Weeks of Uphill and Downhill Walking on Blood Lipids and Glucose Metabolism in Pre-Diabetic Men” — Journal of Sports Science and Medicine, 2017 (PMID 28344449)

“Downhill hiking improves low-grade inflammation, triglycerides, body weight and glucose tolerance” — Scientific Reports, 2021 (PMC8282605)

Studio “Spedizione Scientifica Abruzzo-Kilimanjaro: parametri biochimici” — ResearchGate, 2018

Linee guida ESC/EAS 2019 — attività fisica e ipertrigliceridemia

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