Intervista a Giulia e Damian, da Londra a Hong Kong in bici

Credits:Giulia Saccogna

Due bici, 10mila chilometri, un viaggio di otto mesi. È stata questa l’impresa di Giulia Saccogna, bergamasca di origini ma cosmopolita di vocazione, e del suo compagno australiano Damian Hicks. Insieme hanno pedalato da Londra a Hong Kong per riscoprire il valore della lentezza e conoscere culture diverse.

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Partita nell’aprile 2014 con un bagaglio essenziale, la coppia ha terminato il suo percorso a dicembre dello stesso anno dopo aver attraversato in sella Francia, Germania, Bulgaria, Romania, Grecia, Turchia, Georgia, Armenia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Cina. Lungo la strada, decine di incontri incredibili e paesaggi mozzafiato. Giulia e Damian non hanno lasciato che nulla andasse perso, raccontando in un diario di viaggio (lo trovate qui) le loro giornate sui pedali.

«Abbiamo viaggiato a budget basso, dormendo quasi sempre in tenda, cucinando noi i nostri pasti (a parte quando spesso i locali ci invitavano a pranzo o cena) e questo ci ha permesso di spendere poco e viaggiare a lungo», ha raccontato Giulia.

In attesa di incontrarli il 12 novembre a Bergamo in occasione del festival “Il Grande Sentiero” (di cui vi abbiamo parlato), abbiamo fatto loro qualche domanda sulla loro avventura.

Da dove è nata l’idea di partire per questa avventura? Avevate fatto esperienze simili in passato?
L’idea è nata da Damian, che voleva attraversare l’Europa e l’Asia con l’idea di dirigersi verso l’Australia. A questo suo spunto si è aggiunto l’interesse di entrambi per gli incontri con altre culture e per l’dea di viaggiare con lentezza, provando a vivere in modo itinerante avvicinandosi il più possibile alla gente locale. Abbiamo ricostruito una nostra “Via della Seta” che si adattasse al nostro punto di partenza, Londra, dove abbiamo vissuto negli ultimi 3 anni, e al punto di arrivo che abbiamo deciso strada facendo, Hong Kong, città da cui un antenato di Damian era partito per migrare in Australia durante il periodo della corsa all’oro. È stata la prima volta che abbiamo affrontato un viaggio di questo tipo.

Quanto tempo è stato necessario per organizzarla?
Non abbiamo organizzato il viaggio in largo anticipo. Abbiamo forse passato gli ultimi due mesi prima di partire a cercare di tanto in tanto informazioni sull’equipaggiamento e a pianificare il percorso a grandi linee, ma per il resto abbiamo abbastanza improvvisato giorno per giorno. Ci siamo infatti resi conto che ci si può equipaggiare all’estremo ma non è quasi mai necessario, soprattutto se si viaggia in paesi del primo mondo dove tutto è accessibile.

Quali sono stati i principali ostacoli e le difficoltà incontrate lungo il percorso? 
Il principale ostacolo siamo stati noi stessi. La stanchezza, la fame, la sete, il freddo e, ogni tanto, la paura, hanno contribuito a creare difficoltà, altrimenti quasi inesistenti. La difficoltà quasi quotidiana che dovevamo affrontare era dove dormire – dove piantare la tenda senza disturbare né essere disturbati. Per il resto – più che difficoltà – erano necessari accorgimenti, soprattutto per l’acqua: ci si doveva assicurare sempre di averne a sufficienza per la notte o prima di avventurarsi verso zone più isolate o desertiche.

Quali i momenti più emozionanti?
I momenti migliori sono stati in assoluto gli incontri con le persone, a partire dalla prima volta che siamo stati invitati a casa di qualcuno in Francia, a situazioni di estrema incomunicabilità in paesi come l’Uzbeksitan, dove i bambini delle famiglie che ci ospitavano ci insegnavano parole nella loro lingua e dove abbiamo ricevuto un’ospitalità incondizionata pur essendo perfetti estranei.

Attrezzature, accessori e indumenti: cosa non deve mancare nel bagaglio di chi vuole affrontare un viaggio come il vostro?
Al di là delle cose ovvie come pezzi di ricambio della bici (copertoni, camera ad aria, raggi, cavi dei cambi, freni), nel nostro bagaglio non possono mancare caffè, caffettiera – è stato un dramma quando la nostra prima caffettiera del viaggio si è rotta – , libri da scambiare (ma pochi, perché pesano), cioccolato, materassino comodo per dormire e sacco a pelo della pesantezza giusta per affrontare il freddo.

Quali sono i tre luoghi che vi hanno affascinato di più? E perchè?
L’Iran – per il calore della gente, la diversità della loro cultura che ci ha colpito così tanto arrivando dalla Turchia/Georgia/Armenia, che comunque si portano dietro ancora dell’Europeità.
Il Tagikistan – per la sua bellezza stupefacente, per la sua storia di divisione post-sovietica, per il suo confine estremo e quasi proibito con l’Afghanistan.
La Cina – per i suoi molteplici gruppi etnici e le estreme differenze regionali, per la sensazione di essere davvero in un mondo nuovo dove l’interazione tra le persone è diversa da come la concepiamo in Occidente, per il loro rapporto controverso e assurdo con la politica.

Qual è l’incontro più curioso che avete fatto lungo la vostra pedalata verso Oriente?
Ce ne sono stati molti, quasi tutti in realtà possono essere considerati incontri curiosi. Ci vengono alla mente i pastori di yak in Tagikistan, che ci hanno offerto rifugio con loro per la notte in una capanna di pochi metri quadri, abbandonata nel nulla, dove si riposavano prima di attraversare clandestinamente il confine con il Kirghizistan (dove avrebbero portato la mandria di yak per rivenderli al mercato nero). Con il pochissimo russo che abbiamo imparato per strada abbiamo passato una nottata in loro compagnia, offrendo loro pasta al pomodoro cucinata all’italiana sul nostro fornellino da viaggio, mentre fuori imperava una bufera di neve.

Credits:Giulia Saccogna

Cosa insegna un viaggio di questo tipo?
Per noi questo viaggio è stata una rivelazione in termini di generosità della gente e ci ha insegnato a non avere paura e a fidarsi tendenzialmente di tutti, dappertutto. Dal punto di vista fisico abbiamo imparato a dormire comodi a -20° sulle montagne a 4000 metri. Abbiamo compreso il significato della lentezza vera, della pazienza necessaria per arrivare lontano.

Progetti futuri: avete già in programma nuove imprese?
Il prossimo progetto a cui stiamo lavorando ora non è un viaggio fisico. Durante il percorso ogni giorno registravamo un’intervista con le persone che incontravamo, ricercando il legame tra l’appartenenza a un luogo, l’idea di migrazione e le aspettative per il futuro. Il nostro progetto è di presentare le risposte di queste interviste in una mostra che faccia ripercorrere allo spettatore il tragitto da noi attraversato, mostrando uno spaccato dell’evoluzione di idee sulle migrazioni del presente e di come l’idea di futuro si modifica passando da Occidente a Oriente.

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