Le pareti verticali dei Canyon di Mides si innalzano improvvise nel governatorato di Tozeur, in Tunisia, quasi a provocare la linea dell’orizzonte con geometrie spigolose. Una sorta di ferita naturale lunga quasi 3 chilometri, che incide l’altopiano calcareo a pochissima distanza dal confine algerino. Le stratificazioni visibili lungo le scarpate testimoniano epoche remote, quando l’acqua modellava queste valli profonde creando rifugi naturali per le popolazioni locali. Il colore della pietra muta drasticamente seguendo il ritmo solare, passando dal giallo pallido del mattino a un arancione bruciato simile a un incendio durante il crepuscolo.
Non mancano di certo forme insolite delle formazioni rocciose, levigate per secoli dai venti del Sahara e dalle piene improvvise dei torrenti stagionali. E poi c’è pure un villaggio (o meglio, quel che rimane), abbandonato dopo una devastante alluvione del 1969, che giace sulla sommità del dirupo. Un posto davvero surreale, al punto da essere spesso scelto come set cinematografico.
L’esplorazione dei Canyon di Mides
L’accesso a questo sito avviene solitamente partendo dalle vicine località di Tozeur o Nefta, punti di riferimento urbani dotati di servizi turistici. Servono veicoli adatti al terreno desertico, preferibilmente mezzi fuoristrada, sebbene le strade asfaltate raggiungano ormai la periferia del luogo. Una volta giunti sul posto, l’esperienza diventa puramente pedonale: la discesa verso il fondo delle gole ha luogo attraverso passaggi naturali che tagliano la roccia viva. Scarpe da trekking con suola aderente garantiscono la stabilità necessaria sui sedimenti scivolosi e sui ciottoli levigati.
Le curve del letto del fiume seguono traiettorie sinuose in grado di mettere al mondo angoli ciechi e improvvise aperture panoramiche. Gli esperti di geologia definiscono questa conformazione un esempio perfetto di erosione regressiva. Piccoli fossili marini incastonati nelle pareti rivelano un passato sommerso, ricordo di quando l’intero bacino del Djerid faceva parte di un oceano preistorico. Toccare quelle superfici ruvide regala una connessione tattile con una cronologia oltre la comprensione umana (attenzione però, i fossili vanno lasciati dove sono).
Arrivando sul letto delle gole, invece, si può osservare dal basso la verticalità delle falesie, rimanendo spesso incanti. Occorre però sapere che la temperatura scende di diversi gradi raggiunta la zona d’ombra (condizione che spesso dona anche un sollievo immediato). Nel frattempo le guide locali indicano formazioni particolari chiamate popolarmente “cammelli di pietra“, figure antropomorfe nate dal caso. Tale dettaglio trasforma una semplice escursione in una ricerca di simboli nascosti tra le pieghe della terra.
Consigli pratici per il visitatore
Sotto il calore intenso della Tunisia meridionale la flora locale dimostra una resistenza straordinaria. Alberi di acacia trovano nutrimento nelle fessure strette, mentre i palmeti situati sul fondo dei canyon beneficiano dell’umidità residua del suolo. Portare con sé una scorta abbondante di acqua potabile rimane fondamentale, data l’assenza di punti di ristoro all’interno delle fenditure rocciose.
I pastori locali percorrono ancora i sentieri meno ripidi portando greggi verso le scarse fonti idriche: sono uomini che rappresentano la memoria storica del territorio, custodi di aneddoti sulle tribù berbere. La visita completa richiede circa due ore, il tempo necessario per ammirare sia le creste superiori sia le profondità sabbiose.
La scenografia naturale del grande schermo
Molti viaggiatori riconoscono questi profili accidentati senza aver mai messo piede in Nord Africa. Il motivo è da ritrovare nel fatto che la maestosità del sito ha stregato registi internazionali, trasformando le gole in ambientazioni iconiche. Anthony Minghella scelse proprio le gole della regione (in particolare le zone di Tamerza e canyon limitrofi come Mides) per alcune sequenze cruciali de Il paziente inglese, sfruttando la drammaticità dei contrasti d’ombra.
Anche l’universo di Star Wars ha trovato spazio nei canyon del territorio (in particolare a Sidi Bouhlel, spesso chiamato Star Wars Canyon), sebbene le zone limitrofe di Nefta e Matmata risultino più celebri per le abitazioni troglodite.
Le rovine del Djerid
Sulla sommità della gola è possibile osservare oggi delle rovine che appartengono al vecchio insediamento berbero di Mides, un tempo fulcro di vita carovaniera. Il destino di questo villaggio mutò drasticamente durante l’autunno del 1969, quando alcune piogge torrenziali colpirono l’intera regione del Djerid. E, se ci pensate bene, risulta paradossale pensare che in una zona desertica l’acqua possa distruggere intere civiltà. Le case costruite in mattoni di terra cruda e paglia, materiali tipici dell’architettura povera locale, si sciolsero letteralmente sotto l’intensità delle precipitazioni durate diversi giorni.
Il fango tornò allo stato liquido, trascinando a valle le strutture e rendendo le abitazioni pericolanti. Gli abitanti decisero allora di evacuare lo sperone roccioso, fondando il nuovo centro abitato poche centinaia di metri più a valle. Oggi i resti murari si presentano come uno scheletro color ocra, fuso con la pietra stessa della scogliera. Camminare tra questi vicoli deserti permette di scorgere ancora i forni comuni e le soglie delle porte, testimonianze silenziose di una quotidianità interrotta bruscamente.
Foto Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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