Arrivando sulla Spiaggia di Fegina, a Monterosso al Mare (SP), si può avvertire la sensazione di essere osservati (anche se si è completamente soli). No, non è frutto della fantasia, ma di una presenza che sorveglia, di una figura muscolosa che sembra emergere direttamente dalla scogliera per sorreggere il peso del mondo. Alzando lo sguardo, infatti, è possibile notare tra la roccia e il cielo quello che oggi viene chiamato il Gigante di Monterosso.
La storia del Gigante di Monterosso
Il maestoso Gigante di Monterosso appare come un pugile di pietra che si rifiuta di andare al tappeto. Osservandolo, infatti, si scorge un corpo che soffre, che fatica, ma che allo stesso tempo resiste. La sua storia nasce da un’ambizione smisurata: all’inizio del Novecento, Giovanni Pastine, un monterossino che aveva fatto fortuna in Argentina, decise di marcare il territorio costruendo una villa che dichiarasse al mondo la sua ricchezza.
Fu così che, nel 1910, incaricò lo scultore ferrarese Arrigo Minerbi e l’architetto Francesco Levacher di erigere qualcosa di mai visto. Per soddisfare tale richiesta, Minerbi (che diventerà poi lo scultore preferito di Gabriele D’Annunzio) puntò sul cemento armato, materiale moderno, brutale e perfetto per sfidare la salsedine. Il risultato fu un enorme Nettuno che sulle sue spalle reggeva una gigantesca conchiglia che fungeva da terrazza panoramica per le feste della villa.
In passato, quindi, l’élite ballava sopra la testa di un dio del mare mentre le onde si infrangevano a circa 14 metri sotto i loro piedi.
Il volto della resistenza
Lo sculture scelse per il suo Gigante un volto duro, solcato dalle rughe, identico a quello dei pescatori che ogni mattina sfidavano il mare con le mani callose. Ma, sfortunatamente, la gloria durò poco: il destino scagliò contro Nettuno con colpi durissimi. Le bombe della Seconda Guerra Mondiale (per la precisione tra il 1943 e il 1944) centrarono Villa Pastine, sbriciolando la residenza e strappando le braccia al colosso.
Nel 1966, inoltre, una brutale mareggiata completò l’opera di smantellamento, portandosi via la conchiglia e parte delle gambe. Oggi resta un busto fiero, con la colonna vertebrale di cemento esposta alla salsedine, come se ogni crepa nel suo petto volesse raccontare di una resistenza ostinata contro l’erosione.
Recentemente, tra le altre cose, è stato sottoposto a un’operazione chirurgica di restauro per fermare il cancro del ferro che lo stava divorando dall’interno.
Outdoor in Liguria: come raggiungere il Gigante di Monterosso
La bellissima spiaggia di Fegina si presta perfettamente per prendere un po’ di sole e fare un bel bagno (quando il tempo lo permette), o per delle rilassanti passeggiate. Ma per vivere davvero questo posto vale la pena dimenticare la prospettiva balneare e scegliere l’azione.
- Il sentiero dei bunker: risalite verso il promontorio del Mesco. Mentre il fiato si fa corto e i muscoli bruciano, vi consigliamo di voltarvi indietro. Da questa altezza il Gigante appare piccolo, come se fosse quasi inghiottito dalla scogliera.
- Esplorazione dal mare: affittate un kayak e pagaiate fin sotto i suoi piedi. Solo dall’acqua si percepisce davvero l’imponenza di quei 14 metri di muscoli grigi.
- La luce perfetta: meglio raggiungere la punta del molo al crepuscolo. Il sole che scompare dietro la cima del Mesco colora il cemento di un arancione bruciato, rendendo i lineamenti di Nettuno quasi umani.
Foto Canva
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