C’è una frase di Walden ovvero vita nei boschi di Henry David Thoreau che, letta oggi, dà una sensazione strana: quella di qualcuno che ci sta parlando da 170 anni fa con una precisione inquietante. “Sono andato nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potevo imparare ciò che aveva da insegnare, e non scoprire, quando fossi giunto a morire, che non avevo vissuto.” Se vi riconoscete in questa frase — se vi è mai capitato di pensarla, o qualcosa di molto simile, mentre eravate in mezzo alla natura — allora Walden – Vita nei boschi è un libro che vi appartiene già, anche se non l’avete mai aperto. Perché quando Thoreau lo scrisse nel 1854, stava già descrivendo il nostro tempo.
L’esperimento più radicale del XIX secolo
Il 4 luglio 1845 — giorno dell’Indipendenza americana, data scelta non a caso — Thoreau si trasferì in una capanna che aveva costruito con le proprie mani sulle rive del lago Walden, a Concord, Massachusetts. Un terreno di proprietà del suo amico Ralph Waldo Emerson, nel mezzo di un bosco. Ci rimase due anni, due mesi e due giorni. Poi tornò a casa e scrisse il libro.

È importante capire cosa non era quell’esperienza, per capire cosa era. Non era una fuga selvaggia nel senso di Chris McCandless: la città era a meno di due chilometri, Thoreau andava a pranzo dalla madre, aveva contatti umani quotidiani. Non era una prova di sopravvivenza. Non era nemmeno il ritiro spirituale di un eremita. Era qualcosa di più difficile e più radicale: era un esperimento deliberato, quasi scientifico, sulla vita buona. Quante cose materiali servono davvero per vivere bene? Cosa resta, quando togli tutto ciò che la società ti ha convinto di voler assolutamente avere? Di dover assolutamente comprare?
“Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno.“
Non è un aforisma motivazionale. È la tesi di un libro che nel 1854 sfidava già frontalmente la logica dell’industrializzazione, dell’accumulo, del consumo e della corsa al progresso. Ed è esattamente la stessa tesi che — in forme diverse, con linguaggi diversi — anima oggi il minimalismo, la filosofia dei viaggi on the ground, la cultura degli off-gridder, il successo globale di libri e film come Into the Wild. Thoreau stava parlando di noi. Ci ha semplicemente preceduti di qualche generazione.
Il filo che arriva fino a qui
La cosa più straordinaria di Walden non è il libro in sé, è il seme che ha gettato e quello che ha generato. È il filo invisibile che collega una capanna sul lago nel 1845 a tutto ciò che oggi chiamiamo cultura e sensibilità outdoor.
John Muir, il naturalista che esplorò lo Yosemite e fondò il Sierra Club, aveva letto Thoreau. Fu lui a trasformare le sue intuizioni filosofiche in azione politica concreta, convincendo Theodore Roosevelt a proteggere le aree selvagge americane. Senza Muir non esisterebbero i parchi nazionali. Senza Thoreau non ci sarebbe stato Muir. Il Wilderness Act americano — la legge che nel 1964 istituì le prime aree in cui è vietato qualsiasi intervento umano — fu firmato esattamente 110 anni dopo che Thoreau era andato a vivere nella sua capanna. Non è solo una coincidenza di date: è il tempo che ha impiegato un’idea a diventare prima sentimento comune e poi legge.
Douglas Tompkins, il fondatore di The North Face che ha donato milioni di ettari di Patagonia alla natura (e di cui abbiamo scritto qui), lo citava spesso. Yvon Chouinard di Patagonia lo stesso. Quando Chouinard nel 2022 ha donato la sua azienda da tre miliardi di dollari a un trust ambientale scrivendo “La Terra è ora il nostro unico azionista“, stava applicando alla lettera la massima di Thoreau: essere ricchi in proporzione a ciò di cui si riesce a fare a meno.
E poi c’è il filo meno istituzionale ma altrettanto potente: l’Appalachian Trail, il thru-hiking, i cammini di lunga percorrenza, il Sentiero Italia, il movimento del rewilding, le riserve integrali e perfino la scelta apparentemente banale di fare una vacanza in tenda invece che in resort. Tutta questa sensibilità ha un’origine filosofica precisa, anche quando chi la vive non lo sa: viene da un laghetto glaciale del Massachusetts e da un uomo che ci andò a vivere nel 1845 per capire quanto poco gli bastasse.
Siamo stati a Walden Pond, ed è stata una di quelle esperienze che ti confermano qualcosa che senti già. Il lago è piccolo, il bosco è quieto, la capanna è una ricostruzione. Ma il peso culturale del luogo è reale e palpabile, come succede nei posti in cui qualcuno ha pensato qualcosa di importante.
La natura come medicina — e come atto politico
Thoreau definiva la natura il “tonico della selvatichezza” (tonic of wildness). Non la natura come sfondo panoramico, non come palestra a cielo aperto. La natura come medicina necessaria, come antidoto fisiologico alla malattia della civiltà.
Oggi diremmo forest bathing, nature therapy, ecopsicologia. La ricerca scientifica degli ultimi vent’anni ha confermato quello che Thoreau scriveva per intuizione: l’esposizione alla natura riduce il cortisolo, abbassa la pressione, migliora l’umore, aumenta la creatività, riduce i sintomi di ansia e depressione. I giapponesi lo chiamano shinrin-yoku e lo prescrivono come pratica medica. Thoreau aveva capito tutto questo osservando le rane nel lago Walden e ascoltando le civette di notte.
Ma la sua intuizione andava più in profondità di quanto la scienza possa misurare. “In Wildness is the preservation of the World“, scrisse in un saggio del 1862. Non “in natura”, non “in campagna”: in wildness, nella selvatichezza — in quell’elemento indomabile che sfugge al controllo umano. È una distinzione che in un’epoca di GPS, di smartwatch che ti dicono dove andare e di esperienze documentate su Instagram altrimenti non sono esperienze, suona come una provocazione: il valore della natura non sta nella sua fruibilità, sta nella sua irriducibile alterità. Nel fatto che non ci appartiene. Nel fatto che esiste indipendentemente da noi e nonostante noi.

È anche per questo che Walden non è solo un libro sulla natura: è un libro sulla libertà. E non è un caso che l’anno dopo essere tornato dalla capanna, Thoreau scrisse Disobbedienza Civile — il testo in cui teorizzava il diritto e il dovere dell’individuo di non obbedire alle leggi ingiuste. Lo scrisse dopo una notte in carcere per essersi rifiutato di pagare le tasse in segno di protesta contro la schiavitù. Gandhi lo lesse e ne fece la base della lotta per l’indipendenza indiana. Martin Luther King lo citava nei suoi discorsi.
C’è un filo diretto tra la scelta di andare a vivere in una capanna nel bosco e la scelta di non pagare le tasse. Entrambe partono dalla stessa radice: l’idea che la vita autentica richieda il coraggio di scegliere in prima persona, senza delegare il proprio giudizio morale alle istituzioni, al mercato, alle convenzioni. Occorre essere attenti per essere padroni di sé stessi. È un pensiero che — in un momento in cui la disobbedienza civile è tornata al centro del dibattito politico globale — suona tutt’altro che antiquato.
Semplificare, semplificare, semplificare
Thoreau osservava i suoi contemporanei accumulare cose, inseguire il progresso, comprare quello che non potevano permettersi, lavorare per pagare quello che avevano comprato, e non avere mai il tempo di vivere. Sembra di sentire “Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano. Poi lo comprano“?.
“La massa degli uomini conduce una vita di quieta disperazione“, scrisse. Potrebbe essere l’incipit di qualsiasi articolo sul burnout, sull’overworking, sulla crisi di senso che attraversa le società occidentali di oggi. Non ha bisogno di aggiornamenti.

La risposta di Thoreau non era l’ascetismo o la rinuncia: era la chiarezza sulle priorità. Cosa conta davvero? Di cosa hai davvero bisogno? Cosa staresti facendo se non avessi paura del giudizio altrui, delle aspettative che hai interiorizzato senza nemmeno accorgertene? Queste non sono domande romantiche e antiquate. Sono esattamente quelle che spingono oggi milioni di persone a fare un lungo cammino, a prendere un anno sabbatico, a scegliere uno zaino da trekking invece di un’altra vacanza in resort. Addirittura staccarsi da tutto come gli off-gridder.
L’outdoor, nella sua accezione più profonda, è esattamente questo: uno spazio prima mentale che fisico in cui si può essere quello che si è, senza la pressione costante di produrre e consumare. Thoreau lo sapeva nel 1845. Noi lo riscopriamo ogni volta che usciamo e capiamo — con una certa angosciosa sorpresa, ogni volta — che ci sentivamo meglio senza saperlo.
Perché leggere adesso Walden ovvero vita nei boschi di Henry David Thoreau
Walden non è un libro veloce. È lento con la lentezza deliberata di chi osserva una formica con la stessa attenzione che riserva alle questioni dell’universo. Richiede di rallentare, di seguire il ritmo delle stagioni invece di quello degli algoritmi.
Ma è esattamente per questo che vale la pena leggerlo adesso. Non come documento storico, non come curiosità letteraria. Come atto di resistenza culturale e ideologica: un modo per ricordarsi che le domande fondamentali sulla vita buona sono le stesse da 170 anni, e che qualcuno aveva già trovato risposte degne di attenzione molto prima dei social media e dei podcast motivazionali.
Leggetelo in estate, se possibile vicino a un lago o in un bosco. Leggetelo lentamente. Lasciate che le sue domande vi disturbino. Lasciate che l’immagine di un uomo solo in una capanna nel 1845, che si chiede di quanto poco abbia davvero bisogno per vivere bene, vi faccia sentire stranamente meno soli nel fare la stessa domanda oggi.
Perché alla fine è questa la misura di un grande libro: non quanto sia antico, ma quanto sia capace di farci sentire che stava aspettando esattamente noi.
Walden ovvero Vita nei Boschi di Henry David Thoreau è disponibile in italiano nella traduzione pubblicata da diversi editori che puoi acquistare qui.
©RIPRODUZIONE RISERVATA




