Una grotta che funziona al contrario
Quasi tutte le grotte del mondo nascono per erosione — l’acqua scava la roccia, la dissolve, la porta via. Le Grotte di Labante fanno l’opposto. La sorgente di San Cristoforo, a 622 metri di quota nell’Appennino bolognese, è così ricca di carbonato di calcio che ogni goccia che scende deposita qualcosa invece di toglierlo.
Centimetro su centimetro, secolo su secolo, si è costruita una formazione di travertino che oggi è la più grande grotta primaria nei travertini d’Italia — e probabilmente una delle più grandi al mondo nel suo genere, considerando che questo tipo di cavità raramente supera i 4-5 metri di lunghezza.
Le Grotte di Labante misurano 51 metri di lunghezza per quasi 15 di altezza. Sono ancora vive: la roccia continua a crescere. Qualche anno fa l’allungamento progressivo della formazione ha occupato il tracciato del sentiero CAI 166, costringendo il CAI Appennino Bolognese a spostare il percorso. Non è una metafora — è un aggiustamento reale, fatto di recente, su una cartina aggiornata.
Dal 2006 l’intera area è Sito di Interesse Comunitario (SIC) e fa parte della rete Natura 2000: denominazione ufficiale Grotte e Sorgenti Pietrificanti di Labante.
Come sono le grotte e le cascate
L’impatto visivo è immediato anche prima di entrare. La roccia esterna ha una forma che un visitatore su Tripadvisor descrive come “un morso” — una parete calcarea con un profilo irregolare e sporgente, dalla cui sommità scende la cascata di San Cristoforo. La portata varia con le stagioni: in primavera è abbondante, in estate si riduce a un filo. Con il sole alle spalle produce un arcobaleno.
Ai piedi della cascata c’è un laghetto naturale di acqua limpida, circondato dalla roccia porosa del travertino — quella che i locali chiamano da secoli “sponga” o “spunga” per la sua struttura bucherellata, piena di cavità lasciate dall’anidride carbonica in uscita.
Le grotte hanno quattro ingressi e si sviluppano su tre livelli. La parte destra, quella con il laghetto, è la più scenografica: un ponte di legno permette di avvicinarsi all’imbocco della grotta, ma dopo pochi metri un cancello chiude l’accesso. La parte sinistra — dove è ancora riconoscibile l’ex cava di travertino a cielo aperto, dismessa da decenni — permette di entrare attraverso un piccolo pertugio e percorrere un tratto interno grazie a funi e supporti installati per agevolare la salita sui livelli della cavità.
Gli Etruschi, Marzabotto e i Giardini Margherita
La storia di Labante è più lunga di quanto sembri. Il travertino estratto da queste rocce è stato usato dagli Etruschi di Marzabotto — la antica Kainua — per la costruzione di manufatti, statue sacre e monumenti funerari della necropoli del VI-V secolo a.C., visibile ancora oggi. Lo stesso materiale è finito nelle tombe etrusche dei Giardini Margherita di Bologna.
La chiesa di San Cristoforo, costruita direttamente sopra le grotte, è sempre in travertino di Labante.
I primi studi scientifici sulle grotte risalgono al XVII e XVIII secolo. Nell’area sono stati trovati reperti ceramici e monete databili dal Trecento all’Ottocento. Un posto, insomma, frequentato da molto prima che qualcuno decidesse di metterci un parcheggio.
I sentieri intorno per le passeggiate
Il parco attorno alle grotte è attrezzato con tavoli da picnic ed è punto di partenza per diversi sentieri CAI di difficoltà variabile.
Il Sentiero delle Tane (foto sotto) è il più lungo e frequentato: 7,5 km nel bosco, partenza dal parcheggio, arrivo alle Tane del Paroletto — due cavità nella roccia usate come rifugio dalla popolazione locale durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Proseguendo si arriva ai Monoliti di Serretti, formazioni rocciose isolate nella vegetazione.
Il Bosco delle Fate è un anello di circa 4 km (sentieri CAI 456 e 194) attraverso un castagneto secolare con rocce puntellate di buchi — le tane delle fate secondo la tradizione popolare, le cavità lasciate dall’erosione secondo la geologia.
L’Orrido di Gea (nella foto sopra) è raggiungibile sempre da Castel d’Aiano: una gola stretta nel bosco, meno nota delle grotte ma ugualmente sorprendente.
Sono ambienti che si possono ritrovare anche nella bellissima Via de Gessi e dei Calanchi, da Bologna a Faenza.
Cosa abbinare nella stessa giornata
A 20 minuti in auto si trova la Rocchetta Mattei — il castello neo-medievale di Cesare Mattei, uno degli edifici più bizzarri e affascinanti dell’Appennino bolognese, recentemente restaurato e aperto al pubblico.
A mezz’ora verso sud si trovano i Sassi di Roccamalatina — guglie arenacee alte fino a 70 metri nel Parco Regionale, sull’Appennino Modenese.
Per il pranzo, l’osteria più citata nei dintorni è quella di Santa Lucia a Castel d’Aiano, trattoria a conduzione familiare nota per tigelle, pasta fresca e borlengo — la crêpe salata tipica dell’Appennino tra Modena e Bologna, sottilissima, ripiena di lardo o parmigiano. Si trova solo qui.
Info pratiche
Come arrivare: da Bologna, Via Porrettana verso Vergato, poi SP68 per Castel d’Aiano — circa 50 km, un’ora in auto. Da autostrada: uscita Casalecchio di Reno da nord, Rioveggio o Sasso Marconi da sud.
Parcheggio: gratuito nei pressi della Chiesa di San Cristoforo. Nei weekend estivi si riempie — meglio la mattina presto.
Ingresso: gratuito e libero. Accesso interno alla grotta parzialmente limitato.
Difficoltà: facile per la visita alle grotte; media per i sentieri CAI lunghi.
Periodo: tutto l’anno. In primavera la cascata è al massimo della portata.
Foto Appenninobolognese, Canva, Rosapicci, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons, Luciano Bernardi – Opera propria, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=84773068, Castekdaianotrekking
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