Non tutte le isole italiane si sono guadagnate la fama con spiagge e tramonti. Alcune ce l’hanno per ragioni diverse: una storia di isolamento forzato, di corpi sepolti in fretta, di celle che non lasciavano uscire nessuno. S
ono le isole che la terraferma ha usato per tenere lontano quello che non voleva vedere — i condannati, i malati, i segreti. Il paradosso è che proprio quell’isolamento le ha preservate. Oggi sono tra i posti più integri e sorprendenti d’Italia.
Il filo che le unisce
Non si tratta di isole “maledette” nel senso folkloristico del termine. Nessuna maledizione, nessun soprannaturale. Si tratta di luoghi che la storia ha usato come contenitori di tutto quello che la società voleva tenere separato: i criminali, i contagiati, i segreti di Stato.
L’isolamento è stato il loro destino per secoli — e insieme la loro salvezza. Nessuno ci costruiva resort, nessuno ci apriva strade. La natura ha avuto il tempo di fare il suo lavoro indisturbata.
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Gorgona: l’isola-carcere dove il telefono va consegnato all’ingresso
Gorgona è la più piccola dell’Arcipelago Toscano. È anche l’unica isola d’Italia che è ancora, oggi, un carcere attivo. 80-90 detenuti in regime di semilibertà lavorano nei campi, negli allevamenti, nei vigneti. Sotto la supervisione della famiglia Frescobaldi producono uno dei vini bianchi più costosi d’Italia — e uno dei più difficili da comprare.
Chi sbarca deve consegnare il telefono. L’unica residente permanente non detenuta è una signora di 94 anni. La storia dell’isola inizia molto prima del carcere: monaci benedettini, poi certosini, poi la Repubblica di Pisa con la sua torre ancora in piedi a strapiombo sul mare. Il carcere arriva nel 1869, e da allora non è più andato via. Le visite sono autorizzate dal Ministero della Giustizia, con posti limitati e partenza da Livorno.
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Pianosa: vent’anni di silenzio dopo Cosa Nostra
Pianosa è piatta come dice il nome — quasi nessun rilievo, circondata da un mare tra i più limpidi del Mediterraneo. Per decenni è stata sede di un carcere di massima sicurezza. Ci passarono i boss di Cosa Nostra negli anni più duri del regime del 41-bis. Chiuso nel 1998, il carcere ha lasciato l’isola in un silenzio quasi totale.
fauna marina si è ripresa i fondali. Gli edifici ottocenteschi sono rimasti lì, tra la macchia mediterranea. Oggi si visita a numero chiuso, solo con guide autorizzate, a piedi o in bicicletta. L’isolamento carcerario ha prodotto per effetto collaterale uno dei mari più intatti d’Italia. Si raggiunge in traghetto da Piombino o dall’Elba.
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Montecristo: 30 visitatori al giorno, niente bagno, niente souvenir
Montecristo è uno scoglio granitico nel Tirreno che Alexandre Dumas ha reso immortale senza averlo mai visitato davvero. La realtà è più austera del romanzo. Accesso limitato a poche decine di persone al giorno, balneazione vietata, raccolta di qualsiasi cosa — sassi, conchiglie, piante — proibita.
Nessun punto di ristoro, nessuna struttura medica. Il numero di capre selvatiche sull’isola supera di molto quello dei visitatori annuali. Le prenotazioni aprono ogni anno a febbraio e si esauriscono in poche ore. Chi vuole salire alla vetta — 645 metri — ha a disposizione due sole date l’anno, con un massimo di 12 persone per data.
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Santo Stefano: il carcere borbonico dove nacque una micro-repubblica
A due chilometri da Ventotene, nel Tirreno laziale, c’è un isolotto di 27 ettari con un solo edificio. Un carcere a pianta semicircolare costruito tra il 1792 e il 1797 dall’ingegnere napoletano Francesco Carpi. Una struttura che anticipava il Panopticon di Bentham: un sorvegliante al centro, le celle disposte in cerchio intorno.
Ci passarono briganti, anarchici, patrioti del Risorgimento. Sandro Pertini era nella cella numero 36. Nel 1860 i detenuti si ribellarono, si diedero uno statuto e proclamarono la Repubblica di Santo Stefano. Durò tre mesi, poi arrivò la Marina del Regno di Sardegna. Il carcere chiuse nel 1965. Da allora l’isola è disabitata, protetta come riserva marina. Si raggiunge da Ventotene con imbarcazioni private o escursioni organizzate.
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Poveglia: l’isola che i veneziani stessi evitavano
Poveglia è sette ettari di terra nella laguna sud di Venezia, lungo il Canal Orfano. Durante la peste del 1630 vi furono portati i malati da tutta la laguna. I corpi — si stima oltre centomila — furono bruciati e sepolti sull’isola. Nel 1922 ci costruirono una struttura sanitaria per anziani. Nel 1968 chiuse, e da allora l’isola è abbandonata al demanio.
Il campanile della chiesa di San Vitale — con un orologio del 1745 senza lancette — è rimasto in piedi perché trasformato in faro. Poveglia non si può visitare liberamente: l’accesso è regolamentato e le visite organizzate sono rare. La curiosità è che gran parte delle leggende sui fantasmi arrivò dai turisti stranieri. I veneziani la conoscevano come un posto triste, non come un posto “maledetto”.
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Le isole della quarantena: la laguna veneziana e le storie isolane
Venezia ha risolto il problema delle epidemie con un metodo che il resto del mondo ha copiato per secoli. Ha preso alcune isole della laguna, le ha trasformate in luoghi di isolamento obbligatorio, e ha inventato il concetto di quarantena — quaranta giorni di attesa prima di poter entrare in città. Tre isole, tre storie diverse, tutte legate da quel filo.
Il Lazzaretto Vecchio è del 1423 — il primo ospedale al mondo dedicato ai malati di peste e lebbra. Due ettari e mezzo di terra vicino al Lido, dove per secoli arrivarono i contagiati di tutta la laguna. Gli scavi condotti tra il 2004 e il 2008 hanno portato alla luce fosse comuni con migliaia di sepolture risalenti alle pestilenze del XVI e XVII secolo. Dopo secoli di storia medica, l’isola è diventata deposito militare, poi — dettaglio bizzarro — canile municipale negli anni Sessanta. Oggi è gestita dall’Archeoclub di Venezia con aperture straordinarie e visite guidate in bragozzo. Un posto che quasi nessuno conosce, a pochi minuti dal Lido.
Il Lazzaretto Nuovo nasce nel 1468, quarantacinque anni dopo il Vecchio, con una funzione diversa. Non per i malati conclamati, ma per le navi in arrivo da Oriente e le loro merci: quaranta giorni di attesa prima di poter entrare in laguna. Sulle pareti delle strutture sono ancora visibili graffiti lasciati dai marinai in quarantena — messaggi, date, preghiere, nomi. Oggi è visitabile con regolarità grazie all’associazione Ekos Club, ed è probabilmente la più accessibile delle tre.
San Lazzaro degli Armeni è la più sorprendente. Lebbrosario dal XII secolo, poi abbandonata, poi nel 1717 concessa dalla Repubblica di Venezia a un gruppo di monaci armeni in fuga dalle persecuzioni ottomane. I Mechitaristi hanno trasformato uno scoglio desolato in uno dei centri culturali più straordinari d’Europa. Oggi il monastero conserva 170.000 volumi, 4.500 manoscritti in armeno, arabo, indiano, egiziano, e una mummia egizia.
Lord Byron trascorse qui mesi interi nel 1816, studiando la lingua armena con i monaci. Napoleone, che aveva soppresso la maggior parte dei monasteri, risparmiò questo. Si raggiunge con il vaporetto linea 20 da San Zaccaria in quindici minuti. L’unica visita giornaliera parte alle 15:25 — guidata dai monaci stessi. È forse l’isola meno “maledetta” delle tre, ma è quella che racconta meglio come un luogo nato per escludere si possa trasformare in qualcosa di completamente diverso.
Come si visitano oggi
Sono cinque storie diverse, cinque gradi diversi di accessibilità.
Gorgona si visita con tour autorizzati dal Ministero della Giustizia, partendo da Livorno.
Pianosa si raggiunge in traghetto da Piombino o dall’Elba, con accesso contingentato e guide obbligatorie.
Montecristo richiede prenotazione sul portale del Parco Nazionale Arcipelago Toscano, con apertura annuale a febbraio.
Santo Stefano si raggiunge da Ventotene con escursioni organizzate.
Poveglia non ha un accesso turistico regolare: alcune associazioni organizzano visite sporadiche, da seguire sui canali del Comune di Venezia. Delle altre isole veneziane parliamo in questo articolo.
Il consiglio generale è uno solo: prenotare con largo anticipo, per tutte e cinque.
Foto Canva, Riserva Ventotene, Associazione S. Stefano Ventotene, Francesco Carpi – Photograph taken by Gaúcho., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=447753, Sab min – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=147876830, Jeremy Bentham – The works of Jeremy Bentham vol. IV, 172-3, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3130497, Visitlido, Di Chris 73 / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7382944, Parco Nazionale Arcipelago Toscano, Gorgona Toscana
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