I campioni nati diversi: le mutazioni genetiche che hanno riscritto i limiti dello sport
Avete presente quelle popolazioni indigene che vivono tra Indonesia, Filippine e Malesia? Si chiamano Bajau e ancora oggi sono la comunità nomade di pescatori subacquei, celebre per aver sviluppato mutazioni genetiche legate all’immersione in apnea. La loro mutazione principale però non riguarda i polmoni, bensì la milza.
I Bajau possiedono una variante del gene PDE10A che aumenta i livelli di ormoni tiroidei, portandoli ad avere una milza più grande del 50% rispetto alla media umana. La milza funge da vera e propria “bombola d’ossigeno biologica”: quando l’uomo si immerge, questo organo si contrae espellendo nel sangue una massiccia dose di globuli rossi carichi di ossigeno, prolungando l’apnea.
Questa è una vera e propria mutazione che si replica di generazione in generazione. Vale anche per lo stesso Usain Bolt e per tutti i velocisti giamaicani che hanno una caratteristica genetica unica ma comune in tutta l’isola caraibica, legata a una massiccia presenza di fibre muscolari a contrazione rapida. Bolt possiede il genotipo specifico del gene ACTN3 (variante RR), che codifica per la proteina actinina-3. Questa proteina permette ai muscoli scheletrici di contrarsi con una forza e una velocità esplosive, ideali per i 100 e 200 metri piani.
Del resto esiste anche il gene dell’avventura, che spinge certe persone a esplorare più di altre. e perfino la spiritualità si collega a DNA.
Da Bolt a Lebron James, da Phelps a Semenya: quando il DNA vale più di qualsiasi allenamento
E poi ci sono questi atleti che dimostrano come una biologia rara possa cambiare radicalmente i limiti delle prestazioni umane. Michael Phelps aveva un fisicaccio anche per un nuotatore professionista: un’apertura alare maggiore della sua altezza, articolazioni ipermobili, piedi enormi e caviglie così flessibili da funzionare quasi come pinne in acqua.
Il caso di Eero Mäntyranta è uno dei più incredibili di sempre. Gli scienziati hanno scoperto una mutazione nel suo gene EPOR che ha permesso al suo corpo di trasportare quantità insolitamente elevate di ossigeno nel sangue. In uno sport di resistenza come lo sci di fondo, questo è praticamente quanto di più simile si possa trovare a un vantaggio naturale nell’allenamento in quota: alla fine ha portato a casa tre ori alle olimpiadi e cinque ai Mondiali.
Harry Aikines-Aryeetey, già velocista della Nazionale di atletica britannica, ha vissuto per tutta la sua carriera con una rara condizione legata alla miostatina che può limitare la proteina che controlla la crescita muscolare. Muscoli illimitati, perfetti, ma di cristallo.
E chi non ricorda Caster Semenya, la ottocentista sudafricana diventata uno dei casi più dibattuti nello sport per via delle normative sui livelli di testosterone nelle atlete?
Il fatto che Kawhi Leonard, una delle ali più forti di tutta la NBA attualmente ai LA Clippers abbia delle mani enormi, una volta e mezza più grandi della media (28 cm di mano per un uomo alto molto meno di 2 metri), e che Zion Williamson pesi circa 127 kg ma abbia un’agilità e una elevazione eccezionali o che lo stesso Lebron James a 41 anni produca ancora prestazioni atletiche da ragazzino appaiono sinceramente fuori da ogni logica.
Alberto Tomba e Simone Biles
Chi vi scrive tanti anni fa ha visto Alberto Tomba allenarsi a secco nella palestra della scuola media di Pozza di Fassa, dopo aver trascorso la mattinata da solo ad allenarsi sulla pista del Ciampedìe che ora porta il suo nome: sottocanestro saltava da fermo a piedi uniti e schiacciava il pallone, come fosse stato alto 2 metri e 10. I medici allora dissero che aveva le fibre bianche dei muscoli particolarmente corte, il che gli dava una straordinaria esplosività.
Per finire, pure Simone Biles, la regina americana della ginnastica artistica: con una statura di appena 142 cm, la Biles possiede un baricentro eccezionalmente basso e una densità muscolare fuori dal comune. Questa combinazione le permette di sprigionare una potenza esplosiva senza pari, mantenendo un controllo spaziale perfetto durante le rotazioni in aria.
Foto Canva, Pexels
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Enrico Maria Corno, giornalista per Corriere della Sera e Vanity Fair, vent’anni alla Rivista Sci e responsabile della passata edizione italiana del magazine americano Outside, collabora anche con enti di promozione turistica, federazioni e agenzie per l’organizzazione di eventi a tema outdoor, sport e sostenibilità. È con SportOutdoor24 fin dall’inizio.
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