La Sardegna la amano tutti per le cale da sogno, la vegetazione rigogliosa e i cieli calmi. Ma la verità è che ci sono paesaggi e storie che possono proprio farla entrare nell’anima, come un punto preciso della costa occidentale sospeso sulla lingua di terra del Sinis. All’improvviso, infatti, ci si trova davanti a una visione quasi aliena: una griglia di pietra nerissima e perfettamente ortogonale, scaraventata su una lingua di terra arida, brulla, quasi totalmente priva di alberi e sferzata da un Maestrale implacabile.
Dall’alto, o camminando sul suo asse principale mentre il caldo fa tremare l’aria all’orizzonte, la sensazione non è quella di visitare un pacifico sito archeologico, ma di essere d’un tratto atterrati sul set di un film sci-fi distopico, o dentro una “Città Aperta” sospesa nel tempo e nello spazio. Benvenuti a Tharros, l’illusione ottica di pietra che sembra costruita ai confini del mondo.
La penisola ai confini del mondo conosciuto
Capo San Marco (così si chiama oggi il promontorio) era già abitato in epoca nuragica, attorno al 1500-1200 a.C. Ma la vera fondazione urbana risale alla fine dell’VIII secolo a.C., quando coloni fenici, presumibilmente originari di Sidone, scelsero questo lembo di terra per costruire uno scalo commerciale affacciato sul Mediterraneo occidentale.
La posizione era strategica per tre ragioni concrete: acqua dolce dagli stagni, approdi naturali su entrambi i lati e controllo visivo del golfo. I fenici chiamarono il sito Tharros, e per oltre mille anni la città restò viva, cambiando pelle sotto i cartaginesi prima, poi sotto i romani, fino all’altomedioevo. L’abbandono definitivo arrivò attorno al 1070 d.C., quando la popolazione fuggì verso l’interno per sottrarsi alle razzie saracene, fondando l’attuale Oristano.
Una griglia impossibile su una terra senza alberi
È quando ci si avvicina all’area archeologica che succede qualcosa di strano. Guardando dall’alto (o, come già detto, semplicemente percorrendo l’asse principale) la struttura della città appare con una chiarezza quasi disturbante. Strade perfettamente ortogonali, isolati regolari, una geometria che sembra uscita da un software di pianificazione urbana più che da un cantiere di tremila anni fa.
L’effetto, su questo altopiano brullo e ventoso, è alieno. Il caldo fa ondeggiare l’orizzonte, le pietre riflettono la luce con una durezza quasi metallica, e la griglia di basoli scuri si stende sul terreno giallastro con la freddezza di un progetto. Pensare a un “rilassante sito storico” sarebbe sbagliato: Tharros è un posto che disturba, ma nel senso più positivo del termine.
L’impianto urbanistico visibile oggi è prevalentemente romano, con la tipica suddivisione in insulae (i blocchi edilizi rettangolari) e un sistema di smaltimento delle acque ancora parzialmente leggibile. Le fondazioni però vanno più in profondità: sotto le strade romane ci sono i livelli punici, e sotto ancora le tracce nuragiche.
Tre millenni stratificati in pochi ettari
Tra le strutture ancora in piedi, le due colonne corinzie del tempio romano sono diventate il simbolo fotografico del sito. Si innalzano isolate contro il cielo con un’eleganza quasi teatrale, come se qualcuno le avesse lasciate lì apposta. Nelle vicinanze il castellum aquae romano (il serbatoio idrico) testimonia quanto fosse sofisticato il sistema infrastrutturale della città.
A poca distanza dal centro urbano si aprono le necropoli: quella fenicio-punica di Capo San Marco e quella di San Giovanni di Sinis, con tombe a camera scavate nella roccia e ipogei che risalgono alla fine del VII – inizi del VI secolo a.C. La torre di San Giovanni, costruzione medievale che domina il colle omonimo, chiude il panorama a nord, aggiungendo un altro strato temporale a un paesaggio già sovraffollato di storia.
Il sito è gestito dalla Fondazione Mont’e Prama, lo stesso ente che custodisce i celebri Giganti di Mont’e Prama, i colossi nuragici esposti al Museo Civico di Cabras a meno di venti minuti di distanza. Vale la pena abbinare le due visite: i Giganti furono trovati a pochi chilometri di distanza, e il dialogo tra i due siti è uno dei più affascinanti che l’archeologia sarda possa offrire. Il vento del Maestrale, nel frattempo, continua a soffiare, ma quelle affascinanti colonne tengono.
Foto di copertina: Simone Antonazzo / ENIT SpA; Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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