Non è un filtro. Non è Photoshop. È geologia.
Le montagne Danxia del Gansu sono forse il posto al mondo più difficile da descrivere senza sembrare bugiardi. Strati di rosso acceso, arancione, viola, verde oliva, giallo sabbia e quasi-blu si alternano in fasce orizzontali lungo le pareti di roccia. La luce del mattino presto le accende in un senso, quella del pomeriggio le sposta verso altri toni. Cambiano con le nuvole, cambiano con l’ora, cambiano con la stagione.
Il parco si chiama Zhangye Danxia Landform Geological Park, si trova nella provincia del Gansu, nel nordovest della Cina, lungo il corridoio del Hexi che per secoli è stato uno dei segmenti più trafficati della Via della Seta. Zhangye è la città di riferimento, a circa cinque ore di treno ad alta velocità da Lanzhou, capoluogo del Gansu. La posizione geografica spiega molto: siamo al margine del Gobi, dove l’aria è secca, il cielo raramente coperto e la luce dura tutto il giorno con un’intensità che in Europa si vede solo ad alta quota.
Una tavolozza di colori costruita in 24 milioni di anni
L’aspetto da acquerello non è un capriccio della natura, ma il risultato di una contabilità geologica lunghissima.
Le rocce devono le loro tinte insolite a depositi di arenaria e altri minerali accumulati nel corso di oltre 24 milioni di anni, stratificati come una torta a più strati e poi inclinati dallo stesso movimento tettonico che ha contribuito a formare l’Himalaya.
Quando le placche indiana ed euroasiatica si sono scontrate, questi strati orizzontali si sono piegati e rizzati, come una pila di libri spinta di lato. Vento, pioggia e tempo hanno fatto il resto, liberando torri, pilastri e creste e portando in superficie bande di colore che altrimenti sarebbero rimaste sepolte.
Il segreto delle tinte sta nella chimica. Il rosso e l’arancio dominanti vengono dagli ossidi di ferro, in particolare l’ematite: il ferro contenuto nella roccia si ossida, cioè in pratica arrugginisce, e colora lo strato.
Minerali diversi, depositati in epoche diverse da laghi e fiumi scomparsi, hanno tinto ciascuna banda in modo differente, generando quelle sequenze di verdi, gialli e grigio-azzurri che rendono il paesaggio quasi psichedelico. Un “mare di fuoco” dalle onde multicolori.
In autunno cambia tutto
Il colore della roccia è fisso, ma la resa dipende dalla luce e dall’umidità, e qui entra in gioco la stagione. In pieno agosto la zona è calda, polverosa e spesso velata di foschia; d’inverno il freddo è pungente e le giornate corte.
L’autunno, tra fine settembre e ottobre, offre il compromesso migliore: aria secca e limpida, cielo profondo, temperature gestibili e una luce più radente che accentua i contrasti tra le bande.
Le colline non diventano più colorate, ma lo sembrano, perché l’occhio coglie meglio le differenze di tono.
C’è poi un trucco che i fotografi locali conoscono bene: i colori esplodono dopo la pioggia. L’acqua scurisce e satura l’arenaria, e per qualche ora le striature appaiono più intense.
Le ore migliori restano comunque quelle agli estremi della giornata, all’alba e soprattutto al tramonto, quando la luce calda si sposa con il rosso del terreno.
A mezzogiorno, con il sole a picco, lo stesso panorama appare slavato. Vale la pena organizzarsi per essere su una delle piattaforme panoramiche nelle ultime ore di luce.
Cosa c’è nei dintorni
Il parco si estende su un’area vasta, intorno ai 510 chilometri quadrati, e non si visita “camminandoci dentro” liberamente: il terreno è fragile e protetto.
Il cuore turistico è l’area panoramica di Linze, la più attrezzata e frequentata, collegata da bus-navetta interni a una serie di belvedere raggiungibili tramite passerelle in legno.
Da ciascuna piattaforma il paesaggio cambia volto, perché l’angolo di osservazione modifica completamente la combinazione di colori. Le montagne non hanno un unico aspetto “arcobaleno”: tinte e disegni variano in modo netto a seconda del punto in cui ci si trova.
Poco distante si apre un’altra area, quella di Binggou, dal carattere diverso: qui prevalgono guglie, pinnacoli e canyon dalle forme scolpite, con tinte più tenui ma profili più drammatici.
Chi ha tempo abbina le due zone in una giornata piena, tenendo conto che l’altitudine oscilla tra i 2.000 e i quasi 3.800 metri e che le escursioni termiche, in autunno, si fanno sentire appena cala il sole.
Un riconoscimento UNESCO
Sul fronte dei titoli, il National Geographic ha inserito la zona tra le “dieci meraviglie geografiche del mondo”, e il luogo compare spessissimo nelle liste dei paesaggi più fotografati del pianeta.
Attenzione però a una sfumatura che genera confusione: il sito UNESCO “China Danxia”, iscritto nel 2010, comprende sei località nel sud e nell’est del Paese, e Zhangye non è tra queste.
Le colline del Gansu, pur geologicamente identiche, portano lo status di geoparco nazionale e la classificazione turistica cinese di massimo livello (AAAAA), non quello di patrimonio mondiale. Un dettaglio che non toglie nulla allo spettacolo, ma utile per chi ama i fatti precisi.
Informazioni pratiche
Come arrivare: Zhangye è raggiungibile in treno ad alta velocità e in aereo dalle principali città cinesi; dal centro cittadino l’area di Linze dista una trentina di chilometri verso ovest, coperti da taxi e tour organizzati.
Quando andare: Il periodo ideale va da fine aprile a ottobre, con l’autunno a offrire il miglior rapporto tra cielo limpido, luce e affluenza più contenuta rispetto al picco estivo.
Foto Pexels
Leggi anche:
©RIPRODUZIONE RISERVATA




