Nelle Marche interne, dove l’Appennino si fa via via sempre più aspro e le valli si stringono fino quasi a sparire, c’è un posto che ha guadagnato il soprannome di “Piccola Venezia”. Il fatto sorprendente, però, è qui non c’è il mare, e nemmeno le gondole né i turisti di massa. Pioraco, in provincia di Macerata, si è conquistato questo importante soprannome con i suoi canali che tagliano il centro storico in ogni direzione, con le ruote dei mulini che girano ancora e con i lavatoi in pietra lucidati da secoli di pannilani.
Da questa parti l’acqua è la ragione per cui il nucleo antico esiste nella pittoresca forma in cui lo vediamo oggi. Il paese, infatti, sorge alla confluenza di due corsi d’acqua, il fiume Potenza e il torrente Scarsito, in un punto della Valla del Potenza dove la roccia si apre in una piccola piana prima di tornare a stringersi. Fu questa abbondanza idrica (praticamente inesauribile) a rendere Pioraco un posto strategico già in epoca romana.
Dove l’acqua prende il comando
Percorrere il centro storico di Pioraco equivale a dover fare i conti con l’acqua a ogni angolo. I canali scorrono affiancati alle case, spariscono sotto gli archi, per poi riemergere in piccole cascate controllate. Le ruote dei mulini (sì, alcune sono funzionanti pure oggi) sono incastonate nei muri come oggetti d’arredo, pur continuando a fare il proprio lavoro.
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L’insieme ricorda certi borghi dell’Alsazia o dei Paesi Bassi, ma con un’atmosfera tutta appenninica fatta di pietra scura, ombre strette e silenzio interrotto solo dal rumore dell’acqua. A poca distanza dal cuore del paese si trova il Ponte Marmone (foto di copertina) costruito dai Romani nel I secolo a.C. Reggeva la via consolare che attraversava questa parte dell’Appennino e, incredibilmente, regge ancora, tanto da essere riconosciuto come uno dei manufatti romani meglio conservati delle Marche centrali.
Il borgo che inventò la carta prima degli altri
Il vero primato di Pioraco è però industriale e risale alla metà del 1200. L’acqua dei due fiumi alimentava le gualchiere, i macchinari medievali che trituravano gli stracci per ricavarne la pasta di cellulosa. Da quella pasta nasceva la carta e all’epoca era rinomata in tutta la penisola, riconoscibile per un marchio in filigrana inconfondibile, un drago. Era, a tutti gli effetti, un logo ante litteram, una garanzia di qualità in un mercato in cui la carta buona valeva (quasi) quanto la seta.
Questa storia si ritrova raccontata in modo accurato al Museo della carta e della filigrana, allestito nell’edificio che un tempo ospitava le gualchiere. Le macchine sono ricostruite fedelmente e permettono di capire quanto fosse sofisticato quel processo produttivo in un’epoca in cui buona parte dell’Europa faticava anche solo a produrre ferro.
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Lo stesso museo ospita una collezione di fossili e una raccolta dedicata ai funghi, che nelle foreste circostanti crescono con una varietà e una qualità che gli abitanti considerano (con orgoglio comprensibile) un patrimonio locale.
Pietra, affresco e leggenda
Il tessuto architettonico del borgo non si esaurisce di certo con i canali e il ponte. Degna di nota, per esempio, è la chiesa di San Vittorino che sorge su un punto che vale tutta la visita. Le sue fondamenta poggiano sui resti di un tempio romano, e questa stratificazione è visibile in alcuni punti del pavimento.
Il chiostro del convento di San Francesco, trecentesco, ha quella qualità particolare dei luoghi che sono stati usati e riusati senza essere mai snaturati. Al giorno d’oggi ospita il Comune, e le arcate in pietra reggono i manifesti delle delibere comunali con una dignità involontaria.
Fuori dall’abitato, a poca distanza dal Ponte Marmone, si trova l’eremo della Madonna della Grotta, un luogo di culto scavato direttamente nella roccia viva. Stando a una curiosa leggenda, un venditore ambulante di statue votive si fermò a riposare in quel punto e al risveglio trovò l’ultima Madonna del suo carico (quella che non riusciva a vendere) solidamente installata in una nicchia naturale nella parete di roccia.
Foto: Di Paulacastelli – Opera propria, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia
Il santuario nato intorno a quell’episodio ha la forma bassa e raccolta di un posto che non ha cercato visibilità: ci si arriva a piedi, lungo il fiume. Il borgo vale una giornata piena, ma chi riesce a fermarsi fino al tramonto scopre che la luce di fine pomeriggio trasforma i canali in qualcosa che non si dimentica facilmente: l’acqua diventa color rame, le pietre scure si accendono, e per un momento si capisce perché qualcuno, tanti anni fa, ha pensato che valesse la pena restare.
Foto di copertina: By Piergiovanna Grossi – Own work, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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