Il permafrost delle Svalbard si scioglie troppo velocemente: cosa c’è sottoterra e cosa dovremmo fare

Alle isole Svalbard, laboratorio climatico del pianeta, il permafrost si scioglie a una velocità senza precedenti. Cosa si nasconde sotto il ghiaccio eterno, cosa rischiamo e come possiamo ancora intervenire.

Ricercatori scientifici che estraggono carote di ghiaccio su un ghiacciaio artico

L’Artico si riscalda tre volte più velocemente del resto del pianeta, e le isole Svalbard, larcipelago norvegese a pochi gradi dal Polo Nord, ne sono il laboratorio vivente più impressionante.
Qui l’ambiente del permafrost delle Svalbard, il suolo perennemente gelato che copre oltre il 65% delle terre emerse artiche, non è più un dato acquisito: si sta sciogliendo, con effetti che non possiamo ignorare. Per capire davvero quanto sia urgente questo scenario, bisogna scendere sottoterra, letteralmente.

Perché alle Svalbard il suolo gelato sta cedendo

Le Svalbard sono da decenni il punto di osservazione privilegiato per gli scienziati che studiano l’ambiente artico e il permafrost. Stando ai dati raccolti dall’Osservatorio Artico, le temperature medie invernali dell’arcipelago sono aumentate di oltre 4°C negli ultimi quarant’anni, un dato che non ha eguali nelle medie globali.Il suolo gelato, rimasto stabile per millenni, inizia a cedere dall’alto verso il basso, seguendo la progressiva penetrazione del calore.

Veduta aerea delle isole Svalbard con ghiacciai in scioglimento e acque libere

A peggiorare le cose, l’aumento delle precipitazioni nevose in inverno crea uno strato isolante che impedisce al suolo di ricongelarsi completamente durante la stagione fredda.
Il ciclo virtuoso del gelo e disgelo è spezzato, e ogni estate il fronte di disgelo penetra un po’ più in profondità.

Cosa dice la scienza sulle conseguenze

I ghiacciai dell’arcipelago non solo si ritirano, ma perdono anche qualcosa di prezioso e irreversibile: la memoria climatica.
Uno studio internazionale pubblicato su The Cryosphere, guidato dal Cnr-Isp e dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha rilevato che sul ghiacciaio dell’Holtedahlfonna il segnale climatico stagionale — leggibile nel 2012 — era già compromesso nel 2019.
“Dobbiamo pensare agli strati di ghiaccio come a pagine di un manoscritto antico”, spiega il ricercatore Andrea Spolaor: pagine che si cancellano prima ancora di essere lette.

La missione internazionale Ice Memory, ha tentato di salvare almeno tre carote di ghiaccio dall’Holtedahlfonna, cilindri profondi fino alla roccia, come archivio fisico del clima artico.
L’impresa si è rivelata difficile per l’inattesa presenza di falde acquifere nel ghiacciaio stesso, ulteriore segnale di quanto il disgelo stia già alterando la struttura interna del ghiaccio.

Quali sono le zone coperte di permafrost?

Il permafrost non è esclusivo delle Svalbard. Si estende su circa un quarto della superficie terrestre dell’emisfero settentrionale, coprendo vaste aree di Siberia, Canada, Alaska, Groenlandia e Scandinavia.
In alcune zone raggiunge profondità di 1.500 metri, con strati che si sono formati durante le ultime ere glaciali. Nelle Svalbard interessa circa il 90% del territorio, rendendo l’arcipelago uno dei sistemi di permafrost continuo più estesi al mondo.
Proprio questa capillarità rende il problema globale: non si tratta di un ghiacciaio isolato, ma di un sistema connesso che abbraccia interi continenti e regola equilibri idrogeologici, ecologici e climatici su scala planetaria.

Cosa c’è sotto il permafrost

Qui sta uno degli aspetti meno raccontati e più allarmanti di tutta la questione.
Sotto il suolo gelato delle Svalbard, e dell’Artico in generale, sono intrappolate enormi quantità di metano e anidride carbonica, accumulate per secoli dalla decomposizione di materia organica che il freddo ha bloccato prima che potesse decomporsi completamente.
Il permafrost contiene circa 1.700 miliardi di tonnellate di carbonio, quasi il doppio di quanto oggi si trova nell’atmosfera terrestre.

Suolo artico con crepe e subsidenza causate dallo scioglimento del permafrost

Non solo gas. I laghi artici vicini alle Svalbard stanno già rilasciando sostanze tossiche — metalli pesanti, mercurio e altri contaminanti che il ghiaccio aveva sigillato per secoli, 
E poi c’è la dimensione storica: lo scioglimento del permafrost minaccia perfino il cimitero dei balenieri delle Svalbard, patrimonio culturale secolare che il gelo aveva preservato intatto fino a oggi.

Cosa potrebbe succedere

Lo scenario peggiore non è fantascienza ma è già in corso a piccola scala. Quando il permafrost cede, il metano liberato accelera il riscaldamento globale innescando un ciclo di retroazione difficile da interrompere.
I terreni si subsidono e le infrastrutture costruite su suolo gelato, strade, edifici, condutture, si lesionano o collassano. Intere comunità indigene in Siberia e Alaska hanno già dovuto spostarsi.

Alle Svalbard, dove vivono circa 2.600 persone tra norvegesi e russi (e, curiosità, dove i gatti domestici sono vietati per proteggere la fauna locale, in particolare le colonie di uccelli marini), il rischio è concreto anche per le strutture di Longyearbyen, la città più settentrionale del mondo.
Il permafrost garantisce la stabilità del terreno su cui si fonda l’intera architettura urbana dell’isola.

Cosa dovremmo fare per fermare lo scioglimento

La risposta onesta è che nessuna soluzione locale basterà: lo scioglimento del permafrost delle Svalbard è un sintomo di un problema sistemico che richiede una riduzione rapida e globale delle emissioni di CO₂.
Esistono però azioni concrete a scala più piccola che già si sperimentano. Il monitoraggio scientifico continuo, come quello garantito dalle stazioni di ricerca di Ny-Ålesund, considerate tra le più avanzate al mondo in ambiente artico, rappresenta il primo strumento disponibile.

Raccogliere dati, conservare le carote di ghiaccio, mappare il fronte di disgelo sono atti concreti di resistenza climatica.
A livello politico, la Norvegia ha adottato piani di adattamento specifici per le Svalbard, mentre a livello internazionale crescono le pressioni per inserire la protezione del permafrost artico tra gli obiettivi vincolanti degli accordi sul clima. Il tempo, però, non è dalla nostra parte.

Scienziati e ricercatori durante una conferenza internazionale sul clima artico

Il permafrost non è solo ghiaccio: è un archivio, un termostato. Quando quella soglia viene superata, il pianeta entra in un territorio che nessun essere umano ha mai conosciuto, e che nessun modello climatico descrive con piena certezza.
Forse è proprio questa consapevolezza l’unica cosa che può spingerci ad agire davvero, prima che le pagine di quel manoscritto antico svaniscano per sempre.

Foto Pexels

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