Aprile 2026, Abruzzo. In pochi giorni vengono trovati i corpi di lupi morti nell’area di Cocullo, poi di Alfedena e Pescasseroli, nel cuore del Parco Nazionale.
L’associazione Salviamo l’Orso lancia l’allarme: in due settimane, almeno 12 lupi morti. A fine maggio il conteggio totale sale a 21 animali tra lupi, grifoni e corvi imperiali.
Le analisi dei veterinari confermano l’avvelenamento da fitofarmaci e altri composti chimici. Non è la prima volta che accade nella stessa area, ma la scala del 2026 non ha precedenti recenti.
Come funziona la catena del veleno
Capire la dinamica è necessario per capire perché la vicenda è più grave di quanto sembri. Il lupo viene avvelenato con esche contenenti sostanze tossiche lasciate in zone frequentate dal branco. Il lupo muore, o muore lentamente abbastanza da spostarsi. Il cadavere rimane nell’ambiente.
I grifoni sono uccelli necrofagi: il loro ruolo ecologico è esattamente quello di rimuovere le carcasse. Trovano il lupo morto e lo mangiano. Il veleno che era nel tessuto del lupo entra nel grifone, e il grifone muore a sua volta. Lo stesso meccanismo colpisce i corvi imperiali e, in presenza di carcasse abbandonate, può raggiungere le aquile reali, che si nutrono di carogne quando l’occasione si presenta.
Un singolo atto di bracconaggio chimico non uccide un animale. Ne uccide una catena.
Il DDL Caccia funziona?
A maggio 2026, Rewilding Apennines, Salviamo l’Orso e Io non ho paura del lupo hanno portato la questione alla Camera dei Deputati insieme a scienziati e rappresentanti istituzionali. L’appello era diretto: servono strumenti normativi più efficaci contro gli avvelenamenti, controlli più sistematici, e pene effettivamente dissuasive.
Il DDL Caccia, approvato in estate e già contestato da queste stesse associazioni, ha nel frattempo allentato alcune protezioni sulla fauna selvatica. La sovrapposizione tra una strage per avvelenamento documentata e una legge che riduce le tutele ha generato tensioni significative nel mondo ambientalista italiano.
Il lupo in Italia
Il paradosso più grande è che il lupo italiano stava andando bene, almeno sulla carta. La popolazione è stimata tra i 3.000 e i 3.300 esemplari, con una distribuzione che si è estesa verso nord fino alle Alpi. Il WWF Living Planet Report 2026 cita il lupo italiano tra i pochi casi positivi di recupero della megafauna in Europa, in un quadro globale in cui le specie selvatiche sono crollate del 73% in 52 anni.
La mortalità illegale, però, è una variabile che i modelli di popolazione fanno fatica ad assorbire. Non tutti gli episodi vengono scoperti. La maggior parte delle carcasse non viene mai trovata. Quello che emerge è probabilmente la punta di qualcosa di più grande e distribuito.
Dove si concentrano gli episodi
L’Appennino centrale, tra Abruzzo, Lazio e Molise, è l’area con la densità più alta di episodi documentati. Non è un caso: è anche la zona con la maggiore concentrazione di lupi e, storicamente, con i conflitti più accesi tra predatori e allevatori. La coesistenza funziona in alcune valli, ma richiede misure di prevenzione come cani da guardiania e recinzioni elettrificate che non tutti gli allevatori hanno adottato o possono permettersi.
Il rewilding funziona solo se la mortalità illegale non supera il tasso di riproduzione naturale. Quando lo supera, il recupero si ferma. È quello che i numeri del 2026 rischiano di indicare.
Foto pexels
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