La camicia di flanella a scacchi: finalmente è autunno

Dai boschi del Galles a Seattle, dai boscaioli agli uffici, dal grunge al gravel: storia, curiosità e tassonomia (semiseria) del capo più outdoor che ci sia. Che è tornato di moda, e che per qualcuno non se n'era mai andato.

camicia di flanella a scacchi

Io la camicia di flanella l’ho sempre avuta. Non le stesse, ovviamente, anche se un paio resistono da un’epoca che preferisco non datare con precisione. Le avevo più di trent’anni fa, quando ero grunge e il mondo si divideva tra chi ascoltava Seattle e chi no, e le andavo a comprare usate (oggi si dice “second hand” ma allora erano semplicemente usate) in certi negozi ambigui di Milano. Le ho oggi che mi diletto sugli sterrati in sella a una gravel, e le uso persino in ufficio – un paio di Sterling 1958 particolarmente blasè e altre più da battaglia, perché a un certo punto della vita uno smette di chiedersi se una cosa si porta e comincia semplicemente a dirsi che gli sta bene addosso. E ogni anno, quando arriva quel momento preciso in cui lascio le infradito e sfodero il beanie, arriva anche il momento in cui me le ritrovo davanti, piegate e un po’ sgualcite, pronte. Ecco, per me l’autunno comincia lì, con la camicia di flanella, rigorosamente a scacchi, e confesso che, verso la fine di settembre, non vedo l’ora di indossarle.

Avrei anche fatto a meno di scrivere questo articolo sulle camicie di flanella se non fosse che tutte le riviste di moda – uomo e donna indistintamente – quest’anno le annoverano tra le tendenze autunno-inverno. Insomma, uno ci passa una vita intera sentendosi sempre un po’ fuori contesto, e poi di colpo scopri di essere alla moda. È una sensazione strana, un po’ come quando a X-Factor dei teenager o poco più cantano canzoni degli anni Novanta, e così ho pensato che fosse giusto tributare loro un elogio.

Prima di tutto: la flanella non è un disegno

Cominciamo da un equivoco che resiste da decenni. La flanella è un tessuto, non una fantasia. È quella stoffa morbida, un po’ pelosetta, che si ottiene garzando le fibre, cioè spazzolandole fino a sollevare una specie di peluria che intrappola l’aria e tiene caldo. I quadri sono un’altra cosa. Si può avere una flanella tinta unita (il vestito grigio del nonno, per esempio) e una camicia a quadri che di flanella non ha niente. Solo che le due cose, nell’immaginario, si sono sposate così tanto tempo fa che ormai nessuno pensa più di separarle. La camicia del boscaiolo, del grunge, e del gravel è a scacchi e di flanella. Punto.

camicia di flanella a scacchi

Le origini, per una volta, non sono americane. La flanella nasce in Galles, dove già nel Seicento si tesseva una lana morbida e calda per sopravvivere agli inverni umidi delle valli. Il nome verrebbe proprio dal gallese gwlanen, che vuol dire più o meno tessuto di lana. Poi arriva la rivoluzione industriale, il cotone prende il posto della lana, i telai meccanici abbassano i prezzi, e la flanella da tessuto di campagna diventa un tessuto per tutti.

Perché è (quasi) sempre a quadri?

È la domanda che prima o poi ci siamo fatti tutti. La risposta è un intreccio, letteralmente, di tre cose.

La prima è la tradizione: il tartan scozzese, con i suoi quadri che identificavano i clan, è il nonno nobile di tutte le camicie a quadri. Curiosità nella curiosità: in Scozia la parola plaid non indica il disegno ma il grande telo di lana che si drappeggiava addosso, mentre gli americani l’hanno trasformata nel nome della fantasia. La seconda è la tecnica: i quadri nascono in modo naturale quando si tessono fili già tinti, incrociando colori diversi nella trama e nell’ordito, senza bisogno di stampare nulla. La terza è la praticità, ed è forse il motivo dell’epica della camicia a quadri di flanella: i quadri nascondono lo sporco, le macchie e l’usura. Che per un capo nato per chi lavora nei boschi, accende fuochi e torna a casa infangato, non è un dettaglio da poco.

L’America dei boscaioli (e dei Beach Boys)

Poi la flanella attraversa l’Atlantico e trova la sua terra promessa. In Pennsylvania c’è Woolrich, che nasce come lanificio negli anni Trenta dell’Ottocento e che, secondo la sua storia aziendale, a metà secolo lancia il celebre buffalo check, il quadro rosso e nero che oggi riconoscerebbe anche un bambino. In Oregon c’è Pendleton, che negli anni Venti del Novecento comincia a produrre camicie di lana colorate per un pubblico che fino ad allora si vestiva quasi solo di grigio e di marrone. E nell’immaginario arriva lui, Paul Bunyan, il boscaiolo gigante del folklore americano, che nelle illustrazioni dei primi del Novecento compare immancabilmente con la camicia a quadri, l’ascia in spalla e il fido bue blu al seguito.

camicia di flanella a scacchi

E qui c’è la chicca che adoro. All’inizio degli anni Sessanta, in California, un gruppo di ragazzi che suonava surf music scelse come nome The Pendletones, proprio in omaggio alle camicie Pendleton, che erano la divisa non ufficiale dei surfisti nelle fredde mattine sulla spiaggia. Poi qualcuno li ribattezzò Beach Boys, e il resto è storia. Pensateci la prossima volta che ascoltate Surfin’ USA: dietro quelle armonie solari c’è una camicia di flanella.

L’altra flanella: quella dell’impiegato

C’è però un paradosso divertente. Negli stessi anni in cui la flanella a quadri vestiva boscaioli e surfisti, un’altra flanella, grigia e severa, vestiva gli uomini d’affari di Manhattan. Nel 1955 esce il romanzo di Sloan Wilson L’uomo dal vestito grigio, che l’anno dopo diventa un film con Gregory Peck, e il completo di flanella grigia diventa il simbolo del conformismo aziendale americano. Lo stesso tessuto, due mondi opposti: da una parte quello che scappa nei boschi, dall’altra quello che timbra il cartellino. Che a volte sono la stessa persona in due giorni diversi della settimana.

Seattle, 1991

E poi, per quelli della mia generazione, c’è Seattle. Settembre 1991, esce Nevermind dei Nirvana, e nel giro di pochi mesi mezzo mondo si veste come Kurt Cobain: jeans strappati, scarpe consunte, e sopra una camicia di flanella aperta, possibilmente di due taglie più grande, possibilmente presa in un negozio dell’usato. Non era una scelta di stile, o almeno non all’inizio: a Seattle piove sempre più che spesso, fa freddo, e le flanelle costavano poco. Il grunge ha trasformato un capo da lavoro in una dichiarazione di indifferenza, che è il modo più efficace che ci sia per diventare di moda.

camicia di flanella a scacchi

Il colpo di scena arriva quando la moda vera se ne accorge. Nel 1992 un giovane stilista di nome Marc Jacobs porta il grunge in passerella per Perry Ellis: flanelle, camicie a quadri, gonne lunghe, berretti di lana, tutto in versione di lusso. La critica si divide, i compratori no: la collezione è un disastro commerciale e Jacobs viene licenziato. Probabilmente l’unico caso nella storia in cui una camicia di flanella ha fatto perdere il lavoro a qualcuno. Poi ovviamente Jacobs è diventato Marc Jacobs, e quella collezione oggi è considerata visionaria. I corsi e ricorsi, appunto, di cui abbiamo già parlato a proposito di minigonne, scarpe da running e biciclette.

Tassonomia semiseria di chi la indossa

Arrivati qui, è il momento di fare un po’ d’ordine mentale. Perché la camicia di flanella è democratica perché chi la indossa la porta ognuno un po’ come gli pare, e dal modo in cui la porta capisci molto. Ecco una classificazione del tutto priva di valore scientifico.

Il boscaiolo vero. Specie rara, forse in via d’estinzione. La flanella la consuma davvero: gomiti lisi, maniche arrotolate, una macchia di resina sulla tasca che nessun lavaggio toglierà mai. Non sa di essere di moda, e se glielo dici ti guarda come se gli avessi chiesto la password del wifi.

Il grunge irriducibile. Ha smesso di avere vent’anni da un pezzo, ma non ha mai smesso di portarla aperta sopra una t-shirt con il nome di un gruppo che i ventenni di oggi non conoscono. Riconoscibile perché, quando alla radio parte Smells Like Teen Spirit, alza il volume senza nemmeno accorgersene. Confesso: sono io.

Il gravelista al bar. Ha appena finito un giro di cento chilometri su sterrato, si è cambiato in macchina e si presenta all’aperitivo con la flanella sopra la maglia tecnica, con l’aria di chi è appena sceso dalle montagne del Montana anziché dal parcheggio della ciclabile. Anche qui: sono io.

Il lumbersexual. Termine coniato intorno al 2014 per definire il cittadino con la barba curatissima, gli scarponcini immacolati e la flanella stirata, che il bosco l’ha visto soprattutto su Instagram. Non c’è nulla di male, eh: ognuno ha diritto alla sua dose di wilderness, anche se è quella del parco sotto casa.

Il papà del weekend. Dal lunedì al venerdì camicia bianca e cravatta, il sabato mattina flanella e pantaloni da lavoro per montare la mensola, portare i bambini a calcio o fare finta di saper aggiustare la bici. La flanella, per lui, è una specie di permesso premio.

Il trekker da rifugio. La tiene nello zaino tutto il giorno e tutto l’anno, e la tira fuori solo a sera, quando si siede al tavolo di legno con una birra davanti a un piatto di polenta. È la sua uniforme della convivialità, e guai a chi gliela tocca.

L’impiegato in incognito. Ha capito che, con il giusto peso e un colore non troppo acceso, la flanella in ufficio ci sta benissimo, sotto una giacca o sopra un dolcevita. Ed è il modo più elegante per portare un pezzo di montagna davanti al computer. Anche in questo caso, talvolta, sono io. Il che probabilmente dice che le categorie non si escludono a vicenda. O che ho un problema.

Anche la flanella ha la sua piastra in carbonio

C’è una cosa che rende questo ritorno particolarmente interessante per chi ama stare all’aria aperta, e non è solo un fatto estetico. Oggi ci sono addirittura le performance flannels: camicie che sembrano quelle di sempre ma sono fatte di misti con lana merino, fibre sintetiche, un filo di elastan, trattamenti idrorepellenti, tagli pensati per pedalare o camminare. È la stessa cosa successa alle scarpe da corsa con la piastra: un oggetto antico che viene riscoperto e riempito di tecnologia. Con una differenza, però. La flanella era già un capo tecnico, solo che duecento anni fa nessuno lo chiamava così. Teneva caldo, asciugava in fretta, resisteva all’usura e nascondeva lo sporco. Le stesse cose che chiediamo oggi a una giacca da trekking da 500 euro.

L’autunno comincia quando apri l’armadio

Forse il segreto della camicia di flanella è lo stesso del tamarro, che è sempre in voga perché non è di moda mai. È rimasta lì, nell’armadio dei boscaioli, dei rocker, dei papà e dei ciclisti, a fare il suo lavoro mentre intorno le tendenze salivano e scendevano come l’orlo delle gonne. È la camicia che ti metti quando smetti di essere quello che sei durante la settimana, o forse quando lo sei di più.

Breve guida all’acquisto della camicia di flanella

Il materiale. Il cotone garzato è il classico: morbido, economico, facile da lavare, ma quando si bagna resta bagnato. La lana è più calda, regola meglio la temperatura e resiste agli odori, ma costa di più e richiede attenzione nel lavaggio. La lana merino, pura o in mista, è la scelta più tecnica per chi la usa davvero in movimento. I misti con fibre sintetiche asciugano più in fretta e si stropicciano meno.

Il peso. È il dato che fa più differenza, e spesso è indicato in grammi per metro quadro. Indicativamente, le flanelle leggere vanno bene come camicia vera e propria nelle mezze stagioni, quelle medie sono le più versatili, e quelle pesanti diventano quasi una giacca: le cosiddette overshirt, da portare sopra una t-shirt o un dolcevita.

La garzatura. Le flanelle migliori sono garzate su entrambi i lati: più morbide sulla pelle e più calde. Se la mano è ruvida o la peluria sembra sparire dopo pochi lavaggi, la qualità è bassa.

I dettagli che tradiscono la qualità. Guardate le cuciture: in una buona camicia a quadri i quadri combaciano sulle tasche, sulle spalle e lungo l’abbottonatura. È un lavoro che richiede più tempo e più tessuto, e i produttori economici lo saltano.

La vestibilità. Se la usate in movimento, all’aperto o come strato intermedio, sceglietela un po’ più comoda, con spazio sulle spalle e maniche abbastanza lunghe da non scoprire i polsi quando allungate le braccia sul manubrio o sui bastoncini.

Il lavaggio. Il cotone tende a restringersi: acqua fredda o tiepida, e niente asciugatrice se non volete regalarla a qualcuno di due taglie più piccolo. La lana va lavata a mano o con il programma apposito.

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