Perché gli sport delle Olimpiadi ci dicono chi eravamo e cosa siamo diventati?

Da una parte quelli che sono la versione competitiva di cose che l'uomo ha fatto per sopravvivere. Dall'altra quelli che qualcuno ha semplicemente inventato per divertirsi. Non è una questione di valore — è una questione di origine.

Perché gli sport delle Olimpiadi ci dicono chi eravamo e cosa siamo diventati?

Ogni volta che ci sono le Olimpiadi, anche adesso per quelle invernali di MIlano Cortina 2026, mi chiedo: ma questo sport da dove è venuto fuori? E perché ci sono sport Olimpici e altri sport non lo sono? La risposta, o almeno una risposta, è che non tutti gli sport sono stati creati uguali. O meglio: che non tutti gli sport sono uguali nel senso che hanno la stessa origine. Il che non significa che alcuni siano più nobili o più belli degli altri. Ma che alcuni vengono da un posto completamente diverso rispetto agli altri. Sport come la corsa o il nuoto o lo sci vengono dal fondo del tempo, da quando correre, nuotare e spostarsi sulla neve non era un hobby ma una necessità. Una questione di sopravvivenza. Sport come il calcio o il tennis vengono invece da qui e ora, dalla civiltà moderna e dalle sue sovrastrutture, dal gioco, dall’invenzione, dalla fantasia umana di creare regole e strutture che prima non esistevano. È una distinzione che sembra semplice, ma quando cominci a tirarla diventa sorprendentemente profonda.

Perché gli sport delle Olimpiadi ci dicono chi eravamo e cosa siamo diventati?

E allora le Olimpiadi, se le guardi con questo filtro, diventano qualcosa di più di una rassegna di discipline sportive. Diventano una specie di archivio dell’umanità: da una parte quello che eravamo, dall’altra quello che abbiamo inventato e siamo diventati.

Il movimento funzionale arcaico che viene da lontano e diventa sport

C’è un biologo evolutivo di Harvard che si chiama Daniel Lieberman, e che nel suo libro Exercised (2020) sostiene una cosa che sembra ovvia ma non lo è: il nostro corpo è stato modellato dall’evoluzione per fare certe cose specifiche, e quelle cose sono esattamente le attività fisiche più antiche che conosciamo. Correre, saltare, lanciare, nuotare, arrampicarsi, portare pesi, combattere.

La corsa di resistenza in particolare è al centro della sua teoria della persistence hunting, la caccia per sfinimento: per centinaia di migliaia di anni i nostri antenati cacciavano semplicemente correndo dietro alla preda fino a farla collassare per il calore, perché noi siamo la specie più efficiente del pianeta nel disperdere calore attraverso il sudore. Il tendine d’Achille, i glutei potenti, la testa stabile sul collo, la capacità di respirare indipendentemente dal passo — sono tutti adattamenti evolutivi che non hanno senso per un primate arrampicatore ma sono perfetti per un corridore bipede a lungo raggio.

Perché gli sport delle Olimpiadi ci dicono chi eravamo e cosa siamo diventati?

Quello che Lieberman ci dice, in sostanza, è che la maratona olimpica non è uno sport inventato: è la messa in forma competitiva di qualcosa che il corpo umano fa da sempre, e per cui è stato letteralmente costruito.

Lo stesso vale per quasi tutto quello che vediamo nella prima grande famiglia degli sport. Correre veloce (fuggire o inseguire). Correre a lungo (spostarsi, cacciare). Saltare in lungo o in alto (superare ostacoli naturali). Lanciare (il giavellotto è una lancia da caccia — non metaforicamente, è proprio una lancia). Nuotare (attraversare fiumi, mari, sopravvivere). Il canottaggio. I tuffi, nella loro forma primordiale di salti nell’acqua. L’arrampicata. Il sollevamento pesi. La lotta e il pugilato, che sono combattimento con regole — le regole sono la cornice civile, ma l’atto è quello che è sempre stato. E poi lo sci: lo sci di fondo è spostarsi sulla neve, il biathlon è cacciare sulla neve (letteralmente: correre su sci e poi sparare a bersagli), e anche lo slalom è scendere da una montagna evitando ostacoli — che siano porte o alberi poco cambia.

Questi sport hanno tutti in comune una cosa: esisterebbero anche senza di noi. Nel senso che l’attività fisica che li costituisce esisteva prima che qualcuno decidesse di farne uno sport. Le regole sono arrivate dopo, come un contenitore. Il contenuto era già lì.

Il gioco codificato che l’uomo ha inventato culturalmente

Poi c’è l’altra famiglia. E qui il punto di partenza non è la sopravvivenza ma il gioco.  Nel 1938 lo storico olandese Johan Huizinga pubblicò Homo Ludens, un libro in cui sosteneva che il gioco non è qualcosa che l’uomo fa nelle ore libere dalla vita seria: è una categoria antropologica fondamentale, qualcosa di costitutivo della natura umana quanto il lavoro o il linguaggio. Il gioco ha delle caratteristiche precise: è libero (si fa perché si vuole), è separato dalla vita ordinaria (ha un tempo e uno spazio definiti), è incerto (altrimenti non sarebbe un gioco), è improduttivo (non produce nulla al di fuori di sé stesso), è regolato (ha leggi proprie, arbitrarie ma vincolanti) e è finzionale (si svolge in una realtà altra rispetto alla vita normale).

Ecco: il calcio, il basket, la pallavolo, il rugby, il tennis, il ping pong, il baseball, il cricket sono esattamente questo. Sono giochi codificati. Nessuno di questi sport esiste in natura. Il campo da calcio non è un prato qualunque, il canestro non è un albero, la racchetta non è una mano. Sono tutti strumenti e strutture inventati, regole arbitrarie che qualcuno a un certo punto ha stabilito e che avrebbero potuto essere completamente diverse — e in effetti cambiano spesso nel tempo, vengono modificate, si aggiornano.

Perché gli sport delle Olimpiadi ci dicono chi eravamo e cosa siamo diventati?

Il neuroscienziato Jaak Panksepp ha identificato il PLAY — il gioco — come uno dei sette sistemi emotivi primari nei mammiferi, presente in tutte le specie che lo hanno studiato. Ma anche Panksepp distingue il gioco dalla caccia, dall’esplorazione, dalla lotta: sono sistemi diversi, con circuiti neurali diversi. I cuccioli di qualsiasi specie giocano, e nel gioco simulano le attività di sopravvivenza — si rincorrono, si azzuffano, si nascondono — ma in un contesto chiaramente artificiale e sicuro. Il gioco è la prova generale, non la cosa vera.

In questo senso gli sport della seconda famiglia sono la forma adulta, organizzata e istituzionalizzata di quello stesso istinto al gioco che vediamo nei cuccioli. Non vengono dal bisogno di sopravvivere: vengono dal bisogno di giocare, che è un bisogno altrettanto reale, solo di natura diversa.

Il test del bambino cresciuto su un’isola deserta

Immaginiamo un bambino cresciuto completamente isolato, senza cultura, senza socializzazione, senza televisione o libri o altri esseri umani. A un certo punto viene portato davanti a due scene: nella prima, una gara dei 100 metri piani. Nella seconda, una partita di calcio.

La gara dei 100 metri la capirebbe immediatamente, senza che nessuno gliela spiegasse. Vede persone che corrono, e capisce che quello che arriva primo ha vinto. Il significato è incorporato nell’azione, è leggibile senza codici culturali.

La partita di calcio è incomprensibile. Perché ventidue persone si contendono una palla rotonda? Perché non si può prenderla con le mani? Cosa sono quelle reti ai lati del campo? Perché a volte si fischia e il gioco si ferma? Senza la cultura di riferimento, una partita di calcio non ha senso. È un testo scritto in un linguaggio che bisogna imparare.

Perché gli sport delle Olimpiadi ci dicono chi eravamo e cosa siamo diventati?

Questa è la distinzione fondamentale: gli sport primari sono universali biologici, comprensibili a chiunque perché parlano il linguaggio del corpo che tutti condividiamo. Gli sport costruiti culturalmente sono specifici culturali, che richiedono di essere stati socializzati in quella cultura per essere davvero compresi e apprezzati.

Non è un caso che il cricket sia incomprensibile per la maggior parte degli europei che non siano britannici, e lo stesso vale per il baseball fuori dagli USA, che il calcio gaelico esista sostanzialmente solo in Irlanda, e così via. Sono sistemi di regole inventati in contesti culturali specifici, e per capirli devi essere cresciuto dentro quella cultura o averla assimilata. La maratona, invece, non ha bisogno di traduzione.

No, non è una gerarchia

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che la prima famiglia valga di più della seconda, perché viene da più lontano, perché è più “autentica”. Sarebbe un errore. Huizinga sosteneva che il gioco è una delle attività più serie e più dense di significato che l’uomo possa fare. Quando dici a qualcuno che stai “solo giocando” stai sminuendo qualcosa che in realtà è profondamente umano. Il gioco codificato — il calcio, il tennis, il basket — ha generato culture intere, identità collettive, rituali sociali, opere d’arte, passioni transgenerazionali che non hanno nulla da invidiare alle altre forme di espressione umana.

E poi c’è un dettaglio che complica tutto in modo interessante: dentro la stessa famiglia degli sport primari esistono versioni che scivolano verso il gioco. Lo sci di fondo è movimento primario puro. Il freestyle sugli sci è già altro: è esibizione, è coreografia, è arte acrobatica. Nessuno è mai scappato da un predatore facendo un backflip in halfpipe. Eppure tecnicamente si chiama ancora “sci”.

Perché questa distinzione ci interessa

A parte la curiosità intellettuale — che già basterebbe — questa distinzione ha qualcosa da dirci su come viviamo lo sport, sia come praticanti che come spettatori.

Se gli sport primari parlano il linguaggio del corpo che abbiamo ereditato dall’evoluzione, forse c’è una ragione per cui molte persone si avvicinano più naturalmente alla corsa, al nuoto, all’arrampicata, allo sci di fondo che non al calcio o al tennis. Non perché siano più facili — anzi, spesso sono più duri — ma perché il corpo li riconosce. Sa già, in qualche modo, cosa significano. Sa cosa vuol dire correre forte, sa cosa vuol dire spingere su una salita, sa cosa vuol dire stare a galla.

Gli sport costruiti culturalmente invece richiedono un apprendimento diverso: non solo tecnico, ma culturale. Devi capire l’essenza del gioco prima di poterlo amare davvero. E questo apprendimento di solito avviene nell’infanzia, in famiglia, nel quartiere — è quasi sempre una trasmissione sociale.

Il bello delle Olimpiadi forse è proprio questo, e cioè che ogni quattro anni ci rimettono davanti entrambe le cose insieme: chi eravamo, e cosa siamo diventati. E forse la vera domanda non è quale delle due famiglie valga di più ma capire quale delle due, in questo momento della tua vita, ti stia chiamando.

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