Simone Moro, il libro ‘La voce del ghiaccio’

“La voce del ghiaccio”, di Simone Moro, è un libro scritto in condizioni a loro modo eccezionali, ovvero durante l’ascensione invernale al Nanga Parbat intrapresa alla fine del 2011 in compagnia di Denis Urubko. E come ogni scalata si presta a diverse interpretazioni e decisioni del tutto personali, così anche questo libro presenta diversi livelli di lettura stratificati l’uno sull’altro.

Il primo livello, il più immediato forse, è quello di cercarvi quelle polemiche che spesso – troppo spesso – agitano il mondo verticale e i suoi protagonisti. Ci sono anche queste, nemmeno troppo nascoste tra le righe, con l’autore – uno dei più forti alpinisti contemporanei, l’unico, con i polacchi Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka, ad aver salito tre Ottomila in prima invernale assoluta e in stile alpino – che non si lascia sfuggire l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe mandando segnali nemmeno troppo trasversali alla comunità alpinistica mondiale. Ma a nostro parere, di lettori e non di alpinisti, questo è il modo meno coinvolgente e più stucchevole per affrontare “La voce del ghiaccio”.

Il secondo livello è quello più entusiasmante, perché è quello tipico dell’avventura e dell’esplorazione, con nomi affascinanti come Aconcagua, Annapurna, Shisha Pangma o Gasherbrum che risuonano nella nostra mente con tutto il mistero di quei luoghi che sappiamo non potremo mai vedere con i nostri occhi. Un cuore di tenebra dell’alpinismo alla ricerca dello sconosciuto, del limite, dell’impossibile o del quasi impossibile che ritorna anche nel titolo, come un ammonimento all’essenza dell’alpinismo, dell’avventura, della ricerca e dell’esplorazione. Certo oggi più di ieri ci sono foto e video di qualità eccelsa, e poi anche gli alpinisti son diventati pop, tengono blog e vanno alle Invasioni Barbariche a farsi intervistare, ma la magìa della parola scritta nel far immaginare mondi accessibili, come quello che si trova su un Ottomila in inverno a – 40°C, rimane ineguagliabile. Anche perché – e questo per noi è un merito, non un limite – questo libro è stato scritto genuinamente da Simone Moro, senza ghostwriter o pesanti interventi di editing, e se a qualcuno la prosa non è piaciuta, a noi invece è piaciuta proprio questa sensazione di presa diretta. Di immediatezza.

C’è poi un ultimo livello di lettura, quello più riflessivo, filosofico forse. Ed è quello che risponde alla domanda: “Perché lo fanno?” La domanda che ritorna ogni volta ogni volta che si legge di una tragedia in montagna, di qualcosa andato storto in una spedizione ai limiti dell’impossibile, di gente che mette in bilico la propria vita per raggiungere una vetta solo per qualche minuto. La risposta è a pagina 95, nelle “Riflessioni post Shisha Pangma”, dove Simone Moro riflette sul suo modo di fare alpinismo oggi, introducendo anche un tema inatteso e sorprendente per una società ormai fortemente influenzata dalla performance a ogni costo: quello della rinuncia, dell’accettazione dei limiti, propri o indotto dall’esterno, del ‘fallimento’ accettato anche a pochi, pochissimi passi dall’obiettivo. Perché la rinuncia, e la possibilità di fallire, non sono da sfigati, ma da virtuosi, in montagna come nella vita.

Titolo: La voce del ghiaccio. Gli Ottomila in inverno: il mio sogno quasi impossibile
Autore: Simone Moro
Editore: Rizzoli
Anno: 2012
Pagine: 288
Prezzo: 18 euro

©RIPRODUZIONE RISERVATA