La Maratona dles Dolomites vista da dentro

Maratona delle Dolomiti 2019

Lo chiamano il Mür dl Giat, e in ladino vuol dire il muro del gatto. Se non fosse per la sua brevità sarebbe la salita più dura di tutta la Maratona delle Dolomiti: più che una ascesa è una rampa del garage lunga duecentro metri. La pendenza non la so con precisione, e forse non la voglio neanche sapere. Venti per cento? Ventidue? Poco importa, ciò che conta è averla fatta senza mettere piede a terra, e la cosa, dopo un centinaio di chilometri, non è poi così scontata. A bordo strada due fila di transenne trattengono una folla di amici e parenti con lo sguardo in modalità autofocus a riconoscere il proprio caro. «Lo vedi? Arriva?», «No, non è lui… sì mi sembra lui, aspetta, no è il Mario, allora il Giacomo è più indietro…». Tutte uguali le frasi tra le mogli e le fidanzate dei granfondisti. Sante donne, va detto. In cima al muro un signore vestito di rosa incita chi pare morire sull’ultimo metro di rampa, un alito di fiato a salutar la vita terrena. Il traguardo è un gonfiabile in cui un gatto rosso e nero è stilizzato. Sull’asfalto le orme disegnate del felino ladino: evito il graffio malefico quando manca un chilometro al traguardo finale della Maratona delle Dolomiti.

Maratona delle Dolomiti 2019

Partire dalla fine del racconto è come fare rewind con le cassette degli anni Ottanta: il bello lo trovi all’inizio, ma nel caso della Maratona dles Dolomites, il bello lo trovi un po’ ovunque. Lo trovi la vigilia passeggiando tra i paesi dell’Alta Badia, con quell’aria di sabato del villaggio che si respira prima di un grande evento. Domani sarò con altri 9.037 a partire e 72 sono le nazioni rappresentate: quando sono in gara, per esempio, non resisto alla tentazione di leggere il nome e cognome sul pettorale di chi mi precede, e di guardare la bandierina a fianco. Da bambino ero infallibile sulle bandiere delle nazioni: le conoscevo tutte, ma qui ne ho vista una che non conosco, e il nome del ciclista è impronunciabile. La globalizzazione del ciclismo è il “duman” – cioè domani in ladino, che è il tema di questa 33esima edizione – che è già oggi: supero lo sconosciuto e guardo il suo profilo, un po’ orientaleggiante, e la carnagione olivastra. Lui si accorge, accenna un sorriso, ricambio, sbuffa di dolore lui, sbuffo di dolore io. Momento di condivisione sul Falzarego.

In realtà io non dovevo essere su quel versante del Falzarego, bensì sull’altro, quello dopo il Passo Giau, ovvero la salita mostro del percorso lungo, ma il “duman” di ieri ha detto che non era giornata, le gambe facevano fatica a girare. Capita. E quindi al bivio ho girato il manubrio a sinistra, lasciando ad altri l’ebbrezza di una prolungata fatica e lasciando a me l’impegno di tornarci per sfidarlo, questo Giau, in piacevole solitudine.

Solitudine che di certo alla MdD non trovi, perché hai sempre qualcuno accanto, per lo più sconosciuti, ma anche volti amici: alla partenza saluto Daniel Fontana, già qualificato per la finale Ironman di Kona, incrocio le mani con Alessandro Ballan che sembra più in forma adesso di quando vinceva il Mondiale a Varese nel 2008. E poi Cristian Zorzi, che per una domenica ha lasciato a casa sci stretti e scioline. Sulle prima rampe del Passo Campolongo mi ritrovo con un gruppetto di maratoneti (quelli veri, quelli della corsa intendo, quelli dei 42 chilometri e spiccioli…) tra cui Stefano Baldini, Ruggero, Leone: hanno tutti qualche chilo in più rispetto alla loro era agonistica, ma la caviglia, magra e sottile della gazzella da pista, quella è rimasta.

Maratona delle Dolomiti 2019

Il passaggio ad Arabba è sempre bello, perché ti aspetta il Pordoi che sembra non finire mai. È così anche alla Sellaronda Skimarathon con le pelli d’inverno: è una via crucis mentale più che fisica. A metà della salita, mi faccio il regalo di rallentare ai tornanti e guardare verso valle, dove un serpente di ciclisti risale la montagna, e io sono parte di quel rettile a due ruote.

Al ristoro l’ho riconosciuta al volo per via di quell’erre arrotata che quando parla è un marchio di fabbrica, e poi se mi fosse sfuggita, di certo l’avrei riconosciuta perché anche lei porta nome e cognome sulla schiena: Sofia Goggia non è propria una grimpeur, ma a chi glielo fa notare risponde «lenta a salire, veloce a scendere». È vestita tutta di rosso, inconfondibile. La supero in salita e la saluto in quanto mia illustre concittadina. Raggiunto il Passo Sella mi fermo, indosso la mantellina per proteggermi dal freddo e, già che ci sono, anche per mangiare una barretta. Nella successiva discesa un punto rosso mi sfreccia accanto, dribbla tra quattro ciclisti davanti a me e scompare nei tornanti più sotto. La propensione alla velocità non è un caso, e un oro olimpico nemmeno.

Sulla strada verso il Gardena mi fermo quella mezzoretta al ristoro per assaggiare tutto, dico tutto. La fame mi attanaglia lo stomaco, al terzo panino aggiungo anche qualche wafer come dolce di fine pasto e un paio di spicchi d’arancia. Nella discesa verso Colfosco cerco lo sguardo amico di chi mi ha accompagnato in questo weekend, ma giustamente una compagna al seguito con questo calore dolomitico è giusto che stia sdraiata al sole a gettare le basi di una tintarella estiva.

Finito il periplo del Sella si ripete il Campolongo che in confronto a quello che ci spetta è come fosse la salita di un cavalcavia dell’autostrada. Giunti nella mia amata Arabba, questa volta svoltiamo a sinistra per entrare nei comuni di Colle Santa Lucia e Livinallongo. Pedalo nell’inquietudine di ciò che vedo e che il disastro dello scorso 29 ottobre ha lasciato nei boschi intorno a me: una violenza a macchia di leopardo, un pugno nello stomaco della natura, uno schiaffo all’economia di queste vallate. Gli alberi abbattuti in lontananza sono come stuzzicadenti abbandonati, spelati, sfregiati. La natura non ha colpe, ma l’uomo deve avere il merito di porre rimedio. E presto.

Maratona delle Dolomiti 2019

Al bivio il gruppetto con cui mi trovo decide di fare il Giau e per un momento la tentazione di seguirli mi fa tirare il freno, ma le gambe hanno portato giusto consiglio. «No, faccio il Falzarego, però lo pedalo brillante – penso tra me e me – e poi vediamo che tempo segno rispetto a quello di due anni fa». Un po’ di sfida ci vuole sempre. Rientrato a casa la sera, il verdetto è senza appello: un minuto e mezzo peggio. «L’avevo detto che era giornata no!» sarà la giustificazione.

La discesa successiva parte dal Valparola, e sfiora l’Armentarola dove i prati verdi fanno da sfondo alle piste di fondo che d’inverno vede la mia amica Maria Canins sciare e scivolare: l’ho incontrata alla conferenza stampa della vigilia, sempre dolce, sempre carina. Il Garmin dice che abbiamo superato i 100 chilometri e tremila metri di dislivello. Per oggi questi numeri possono bastare. Ormai ci siamo, c’è solo il Mür dl Giat. Eccolo lì. E allora facciamola finita: andiamo ad accarezzare il manto di questo felino. Miao. Ciao.

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