Salomon Trail Milano: dalla Milano da bere alla città che corre

Salomon Trail Milano: dalla Milano da bere alla città che corre_2

Per scoprire gli angoli nascosti di una città ci sono tanti modi: puoi prendere una cartina e girarla secondo un itinerario che più ti aggrada, in alcune città è consigliabile una guida che ti accompagni in quella manciata di luoghi che non puoi non vedere, con una bicicletta a noleggio o persino con un monopattino puoi girare velocemente e, perché no, con una certa efficacia. E poi c’è il metodo della corsa, o meglio di una gara che di corsa ti possa portare negli angoli più belli della città.

Salomon Trail Milano: dalla Milano da bere alla città che corre

È questo il caso della Salomon Trail Milano, una competizione dove spicca la prova sulla 25 chilometri, che sarà oggetto di questa narrazione e che parte dal nuovo cuore pulsante della metropoli: Milano City Life. Il rione che ha conquistato gli spazi dell’ex fiera alla domenica mattina si anima dei primi runner che scaldano i motori con allunghi lungo i viali esterni al neonato quartiere dello shopping e del lusso abitativo. Due grosse casse musicali gracchiano gli iniziali saluti dello speaker, qualche volontario attacca gli striscioni neri dello sponsor sulle transenne mentre i padroni dei cani iniziano il loro giro annoiato nei prati delle aiuole circostanti. Al via un migliaio di atleti per questo ‘urban trail’ che di trail, va detto, ha ben poco, ma che come tutti i trail sarà ricco di sorprese.

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Si parte puntuali e il gruppo si allunga di fronte alla Triennale, uno dei simboli culturali della Gran Milano: la si sfiora per tuffarsi in Piazza Castello, e per castello si intende ovviamente quello Sforzesco. Bello, imponente e persino maestoso, come lo volevano gli Sforza. Mentre gli corriamo intorno, gruppi di turisti orientali iniziano tour forzati guidati da signore con microfono e ombrelline chiuse e tenute verticali come fari accesi nella nebbia marina. La prima sorpresa ci porta nel fossato che circonda il Castello, ora coperto da tenera erba verde, un tempo colmo di acqua a proteggere attacchi bellici.

Dall’antica storia si passa alla più moderna narrazione di Milano, che è concentrata in Piazza Gae Aulenti: una sorta di arena incastonata tra l’acciaio dei grattacieli, i cristalli delle vetrine e l’acqua del finto laghetto che lambiamo correndo ancora freschi. Prossima tappa è Brera, altro luogo simbolo della città della Madonnina, che raggiungiamo dopo aver accarezzato le Chiuse Leonardesche, a dimostrazione di come un tempo questa città avesse una idea di mobilità ben diversa da quella vissuta obtorto collo negli ultimi anni. Da qui a Palazzo Marino il passo è breve: il Sindaco ha aperto il portone per il passaggio della gara nel cortile del Comune, e uscendo si attraversano un paio di vie sconosciute a chi scrive dove brillano facciate di palazzi rinascimentali che impongono un rallentano del passo, per una breve ma intensa osservazione.

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Di Milano si conosce il Duomo (che toccheremo più tardi) ma nessuno ci ha mai raccontato di questo trascorso architettonico, evidentemente offuscato dalla leggenda della Milano lavoratrice degli anni Sessanta o di quella “da bere” vent’anni più tardi. Correre nella Galleria del Corso, tra turisti distratti e papà a spasso con passeggini aerodinamici, è una esperienza catartica che svanisce alla viste delle prime guglie del Duomo. E via di nuovo, ovviamente di corsa, fino alla prossima fermata, quella della Metropolitana di Cairoli: si scende e poi si risale per entrare nel polmone verde di Milano, il Parco Sempione, il nostro piccolo Central Park fatto di podisti di ogni genere che si trascinano nei viali bianchi e polverosi alle spalle dell’Arena, e prima dell’Arco della Pace.

Attenzione perché le irruzioni non sono finite, questa volta ci si tuffa nella storia del ciclismo con il giro di pista del Vigorelli, il tempio meneghino del ciclismo su pista, prima che la federazione internazionale imponesse la misura standard dell’ovale di 250 metri (il Vigorelli è di 400 metri). È solo quando passi sotto le due curve paraboliche che ti accorgi della loro pendenza e di cosa vorrebbe dire scivolare e cadere con la bici da quel dirupo fatto di listelli di parquet. Fuori dal Vigorelli corriamo in direzione Fiera o di quello che è rimasto, ma poi il ponte del Portello ci butta a questo punto sull’altro polo sportivo-amatoriale del capoluogo lombardo: il Monte Stella. I bombardamenti della guerra avevano raso al suolo interi quartieri e le macerie qui raccolte hanno creato una collina che è stata forestizzata: Nanni Svampa negli anni Settanta la cantava così : “Muntagneta de San Sir, tumba dei noster ca’…”. Oggi è la palestra naturale per molti runner milanesi.

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Mentre corriamo su e giù per improbabili gobbe di terra erbosa, Stefano, con cui ho deciso di correre questo inusuale trail urbano, mi racconta che l’ultima volta che è stato sulla Montagnetta di San Siro correva l’anno 1983: «Era una edizione del Parallelo di Natale, andai anche a podio», l’anno dopo un certo Alberto Tomba vinse la gara e tutti dissero: ma dove vuole andare con quel cognome lì? Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

Scesi dalla Montagnetta ci aspetta, e ci inebria con il suo vortice, la Collina Alfa Romeo: una salita e discesa a chiocciola, forse la parte più divertente della gara perché inusuale e unica nel suo genere. Ormai ci siamo: siamo a oltre 22 chilometri nelle gambe, manca solo la parte più impegnativa e per questo lasciata ovviamente alla fine. Entriamo in parchi verdi dai giardini ben curati e con qualche opera di arte moderna e multicolore.

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Tra gli sponsor della gara c’è Allianz che per l’occasione ha aperto le porte della sede nazionale per un passaggio in quota dei concorrenti, esattamente fino al piano numero 23: il colore panna delle scale e la vista annebbiata dalla stanchezza hanno reso l’attacco al grattacielo un piccolo calvario. “Complici” le mie gambe lunghe, faccio le scale a due a due, superando, che non si offenda nessuno, cadaveri ansimanti. Mi aiuto con la presa sulla ringhiera e tirando con le braccia, ma una volta giunto in cima il respiro diventa difficoltoso, forse per aver ecceduto in autostima. La discesa dall’altra scala del palazzo è fatta con la lentezza della riflessione, stando ben attendo al posizionamento del piede su quei gradini monocolore. Arrivato “a terra” il gioco è fatto, il traguardo è tagliato e Milano è conquistata. E riscoperta.

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