C’è un ritmo ricorrente che chi lavora in riabilitazione sportiva conosce bene: la primavera porta i maratoneti che si stanno preparando a giugno, i ciclisti che dopo l’inverno vogliono recuperare il tempo perso, i trekker che vogliono fare subito le uscite lunghe. E con loro, puntualmente, arrivano le tendinopatie.
Non è sfortuna. È biologia.
Riprendi ad allenarti e ti fanno male i tendini? Non è un caso
Cosa succede davvero al tendine quando ci si ferma e poi si riprende
Il tendine è un tessuto connettivo specializzato che collega il muscolo all’osso e trasferisce le forze generate dalla contrazione muscolare al sistema scheletrico. A differenza del muscolo, che risponde relativamente rapidamente alle variazioni di carico, il tendine si adatta molto più lentamente — il suo metabolismo è basso, la sua vascolarizzazione è limitata, e i suoi processi di rimodellamento richiedono settimane o mesi.
Quando ci si allena regolarmente, il tendine si adatta progressivamente al carico: le fibre di collagene si orientano e si rafforzano, la capacità di assorbire e restituire energia meccanica aumenta, il tendine diventa più tollerante allo stress. Quando ci si ferma per settimane o mesi, questo adattamento regredisce parzialmente — non completamente, ma abbastanza da ridurre la capacità di tolleranza al carico.

La tendinopatia è considerata una patologia degenerativa che si verifica a causa di un uso eccessivo strutturale del tendine. Un aumento improvviso o cronico del carico rispetto alla capacità di tolleranza di base del tendine rotuleo causa l’insorgenza dei sintomi. Non è infiammazione nel senso classico del termine — la ricerca degli ultimi vent’anni ha ridefinito la tendinopatia come un processo degenerativo, non infiammatorio.
Il meccanismo della primavera: perché succede proprio adesso
L’equazione è semplice: carico improvvisamente più alto di quello a cui il tendine è adattato = danno microtraumatico che supera la capacità di riparazione.
La letteratura documenta come le conseguenze delle interruzioni dell’allenamento portino a un numero senza precedenti di rotture tendinee nei training camp e all’inizio della pre-stagione. Il pattern non riguarda solo gli atleti d’élite — riguarda chiunque abbia ridotto significativamente l’attività nei mesi precedenti.
A marzo e aprile succede esattamente questo: il bel tempo incoraggia uscite più lunghe, più frequenti, più intense di quelle dell’inverno. Il muscolo, essendo un tessuto più reattivo, si adatta abbastanza in fretta al nuovo stimolo. Il tendine no — richiede settimane per aumentare la propria tolleranza al carico. Questo disallineamento temporale tra adattamento muscolare e adattamento tendineo è la finestra in cui la tendinopatia si manifesta.
I tendini più a rischio in primavera per le attività outdoor
Tendine d’Achille — il più comune nei runner. Assorbe forze pari a 4-8 volte il peso corporeo durante la corsa. Sensibile agli aumenti improvvisi di chilometraggio, ai cambi di calzatura, alla ripresa su superfici più dure dopo l’inverno.
Tendine rotuleo (ginocchio del saltatore) — frequente nei ciclisti che riprendono con uscite lunghe e nei runner. Anche il trekking in discesa, che carica il quadricipite in allungamento, può sollecitarlo.
Fascia plantare — non un tendine in senso stretto, ma una struttura connettiva simile. Tipica di chi riprende a correre su asfalto dopo mesi di pausa. Il dolore mattutino al tallone, che migliora camminando, è il segnale classico.
Tendine del tibiale posteriore — meno noto ma comune nei trekker che tornano a fare lunghe discese. Stabilizza la volta plantare e viene sovraccaricato su terreni irregolari.
Le 4 regole per riprendere senza fermarsi
La ricerca sulla gestione del carico nelle tendinopatie converge su un principio fondamentale: il tendine ha bisogno di carico progressivo, non di riposo assoluto né di sovraccarico improvviso. Il trattamento più importante è il carico appropriato.
Regola 1 — La regola del 10%. Aumenta il volume settimanale di non più del 10% rispetto alla settimana precedente. Se questa settimana hai corso 20 km, la prossima non superare i 22 km. È una regola empirica, non una legge fisica, ma è il parametro più semplice e documentato per la prevenzione degli infortuni da sovraccarico.
Regola 2 — Alterna intensità e volume. Non aumentare chilometraggio e intensità nella stessa settimana. Se aumenti le uscite, mantieni il ritmo moderato. Se vuoi fare un’uscita più veloce, riduci leggermente il volume totale di quella settimana.
Regola 3 — Il segnale da 3 giorni. Se dopo un’uscita hai dolore tendineo che dura più di 24-48 ore, è il segnale che hai superato la capacità di tolleranza del tendine in quel momento. Non è un motivo per fermarti completamente — è un motivo per ridurre il carico del 20-30% per qualche giorno e poi riprendere più gradualmente.
Regola 4 — Il riscaldamento non si negozia. A differenza del muscolo, il tendine ha bisogno di un aumento progressivo della temperatura per diventare più elastico e tollerante al carico. Camminare o trotterellare lentamente per 5-10 minuti prima di aumentare il ritmo non è un lusso — è la prevenzione più economica che esiste.
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Contrariamente all’intuizione comune, il riposo totale non è il trattamento d’elezione per le tendinopatie. La letteratura mostra che le terapie con esercizi di carico superano di gran lunga le terapie non di carico o il semplice “aspettare”.

Il protocollo più documentato per le tendinopatie da ripresa è l’esercizio eccentrico progressivo: movimenti lenti che allungano il tendine sotto carico, stimolando il rimodellamento del collagene. Per il tendine d’Achille, il sollevamento del tallone dal bordo di un gradino con lento abbassamento; per il tendine rotuleo, lo squat sulle gambe singole su una superficie inclinata. La progressione deve essere graduale — giorni, non ore.
Se il dolore persiste oltre 4-6 settimane nonostante il carico progressivo, vale la pena una valutazione fisioterapica per escludere lesioni strutturali e impostare un protocollo personalizzato.
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