Il bisogno di fare sport: le cause e le conseguenze

bisogno di fare sport

“Ho bisogno di fare sport”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, o l’abbiamo detto noi stessi? Durante il lockdown tantissimo, con molte persone che davanti al divieto di frequentare palestre, uscire a correre o in bicicletta, fare partite di tennis, calcetto o basket si sono inventate di tutto, dalle corse sul terrazzo alle ripetute sulle scale. Ma “ho bisogno di fare sport” è una frase molto più quotidiana, spesso buttata lì in mezzo alle chiacchiere tra colleghi, tra amiche, tra conoscenti. Una frase innocente, perché lo sport rientra nella categoria di significato delle cose sane e che fanno bene. Ma anche una frase che però può nascondere un significato ben diverso, più vicino a “ho bisogno di fumare una sigaretta” oppure “ho bisogno di bere qualcosa di alcolico“. Sì, è difficile pensare al bisogno di fare sport come qualcosa di patologico, e però nelle sue forme più gravi anche questa è una dipendenza. Dipendenza da esercizio fisico, o exercise addiction come è ormai comunemente nota. I primi studi sull’exercise addiction risalgono addirittura ai primi anni Novanta, agli albori dell’epoca del fitness di massa, ma è solo dai primi anni Duemila che si è cominciato a parlare di “nuove dipendenze” (o “NewAddictions” che è cosa ben diversa dalle “dependances”, le dipendenze da sostanze fisiche e chimiche) e a inserirle nel DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. I primi dati statistici risalgono invece al 2012, in un articolo pubblicato su Psychology of Sport and Exercise (Psychophysiology of sports addiction (exercises addiction)) e parlano di uno 0,5% della popolazione adulta, uomini e donne (per gli USA si stimava allora circa 400.000 persone dipendenti in qualche modo dallo sport).
Questa è la forma patologica del bisogno di fare sport, e le sue manifestazioni sono ormai abbastanza chiare: è quando fare sport è il punto centrale di ogni giornata, domina i cicli vitali portando le persone a organizzare tutto il resto intorno all’allenamento quotidiano, regola l’umore e sostanzialmente ha le forme di un disturbo ossessivo compulsivo. Lo sport come bisogno dipendente, spesso associato ad altre dipendenze come fumo e alcol oppure sesso e shopping (secondo i ricercatori americani la sovrapposizione tra queste dipendenze riguarda il 15% dei soggetti patologici) e talvolta legato ad altri disturbi dell’immagine corporea, come la vigoressia, o dell’alimentazione, come bulimia o anoressia. Il problema casomai è che è difficile riconoscere l’exercise addiction nei propri amici e famigliari perché la pratica sportiva è un comportamento accettato socialmente, e questo influisce casomai anche sulla presa di coscienza individuale del problema. E una checklist come questa, sulle manifestazioni della dipendenza da sport, potrebbe aiutare a focalizzare il problema:

– senso di colpa quando si salta un allenamento o una lezione in palestra
– spese incontrollate per lo sport (corsi, eventi, gare, attrezzatura)
– irrequietezza quando non si fa sport
– isolamento ed esclusione di affetti e relazioni
– allenamento anche in presenza di malattia o infortunio

Ma prima ancora, e al di là, della sfera patologica, come è possibile che un’attività sana, ricreativa, libera e spontanea possa generare dipendenza? La spiegazione si trova nei meccanismi chimici indotti dall’attività fisico-sportiva nel cervello. Quando facciamo sport il cervello rilascia delle sostanze chimiche chiamate Endorfine, come la Dopamina per esempio, che sono dei neurotrasmettitori che regolano, tra le altre cose, i meccanismi del piacere e della ricompensa. Insieme a Serotonina e Ossitocina sono tra i cosiddetti “ormoni della felicità“, perché hanno proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, e sono per esempio responsabili del cosiddetto e mitologico Runner’s High, quella sensazione di euforia riportata da molti sportivi di endurance. In pratica, e in parole molto semplici, fare sport agisce sulle stesse aree del cervello, e ne attiva gli stessi meccanismi, di altre forme di dipendenza come appunto il sesso, l’alcol, il fumo, la droga o lo shopping.
Escludendo la droga, e il fumo, un parallelo si può fare: bere del buon vino, moderatamente, in una situazione conviviale è senza dubbio piacevole, così come lo è dedicarsi allo shopping di tanto in tanto o anche, ovviamente, il sesso. E quindi anche lo sport. Il problema sopraggiunge quando tutto comincia a ruotare intorno a quella forma di piacere e gratificazione.

Secondo la Società Italiana Intervento Patologie Compulsive esistono 3 categorie di persone dipendenti dallo sport:

1. I sani nevrotici. I sani nevrotici sono gli individui che traggono un miglioramento dallo sport con conseguente benessere psicofisico evidente. Nel contempo il soggetto si sente anche realizzato e una persona di successo, aitante e “potente”.
2. Gli sportivi compulsivi. Gli sportivi compulsivi sono invece persone per le quali lo sport è un mezzo per sostenere la routine, un modo per dare un maggior senso di controllo e di superiorità emotiva e morale. Inoltre l’attività sportiva diventa, per questi soggetti, l’unico momento della giornata privo di sofferenze o malesseri di tipo psicologico. Diventa un momento particolare dove ci si sente vivi, attivi e forti.
3. Dipendenti da sport. I veri dipendenti dallo sport invece sono dipendenti solo dallo sport e non da questo e da altre patologie simili o da varie disfunzioni psicologiche concatenate. Non solo, la dipendenza è verificabile anche quando è legata a disturbi alimentari e dove lo sport serve a controllare il peso corporeo e come mezzo per modificare sensibilmente la propria immagine.

La forma e dimensione patologica è ovviamente la 3, la 2 rappresenta un punto di equilibrio sottile da non travalicare, e la 1 è tutto sommato una dimensione in cui il bisogno di fare sport è reale ma sono più i benefici che le controindicazioni.
Ecco, il bisogno di fare sport nasce allora da quel meccanismo chimico di piacere e gratificazione innescato dalle Endorfine e fintanto che rimane nelle giuste proporzioni con il resto della propria vita, dagli impegni di lavoro alla famiglia e allo svago, è una molla positiva, che fa bene al corpo e alla mente, che completa la persona, qualunque età abbia, e che rappresenta un arricchimento della propria dimensione personale. Quando tutto ciò rompe il punto di equilibrio, lo sport praticato diventa sempre più finalizzato alla rincorsa di quelle sensazioni di piacere e gratificazione, e si arriva anche a distorcere le relazioni personali (per esempio mentendo pur di fare un allenamento) allora è il caso di cominciare a prendere coscienza di avere un problema e affidarsi a qualcuno in grado di identificare le cause emotive, cognitive e relazionali e aiutarci a risolverlo.

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