I Draghi delle palestre: cosa c’è da fare oggi

I Draghi delle palestre: cosa c'è da fare oggi

Quando arriva qualcuno che non filosofeggia ma è sul pezzo perché conosce teoria e pratica, qualche lampo arriva a tutti. Anche agli ex-depositari di quelle verità non veritiere che li hanno portati al tappeto. Facciamo un po’ di storia. Anni fa, in una ridente cittadina lombarda, il fitness club più prestigioso ed economicamente più inattaccabile, subisce un terremoto inatteso. Il club manager, cresciuto dal proprietario come figlio prediletto, “apre” a distanza di millecinquecento metri la sua palestra. Il tizio, nel tempo, non solo aveva affinato furbescamente la propria arte di gestire, ma si era pure organizzato con partner finanziari solidi. Panico. Titolare e consorte del club sotto bombardamento, non solo non hanno idee per parare l’attacco, ma neanche la forza per metterle insieme.

E così si arriva sul posto: la solita “banda” di normalizzatori al completo. Una banda corta però. “Un solo” soggetto incaricato, “un solo” soggetto responsabile dell’area commerciale e “un solo” soggetto responsabile dell’area tecnica. Proprio come “Mr Wolf” di Pulp Fiction che chiede un caffè con fare sereno prima della battaglia, ci si rimbocca le maniche, pronti all’azione. Si avviano le consultazioni e si parte subito col nuovo programma. Tempistica: novanta giorni, necessariamente prima del lancio del club concorrente, pronto ad acchiappare con gli artigli tutta la clientela e a far fallire la baracca.

Oggi siamo messi esattamente allo stesso modo: Italia e palestre. Solo “uno” può mettersi sulle spalle le decisioni importanti, perché nessuno ha più la testa per decidere. Solo “uno” può coordinare il rilancio economico, perché nessuno ha ancora articolato un piano organico. Solo “uno” può mettere in atto la strategia migliore per risparmiare “vite umane”. E per le palestre, che siano solo una come quella salvata allora o che siano un network, vale lo stesso. In quella circostanza le direttive erano state accentrate in via straordinaria per un tempo “X”, dopodiché, a missione compiuta, la banda di “normalizzatori” come suo solito si era dileguata a fari spenti.

Nell’ultimo anno i club hanno provato a fare poco e piuttosto confusamente per tenere gli iscritti, hanno provato a fare pochissimo per mantenere relazioni coi fornitori e provato quasi zero e molto confusamente a salvaguardare “vite umane”. Le vite umane della fitness industry sono i collaboratori, perché trasmettono un’idea di continuità, affidabilità, di progetti ad ampio respiro del gestore. Se alla riapertura del ristorante cui mi reco abitualmente non ritroverò nessuno dei ragazzi di sala, nessuno degli operatori di reception e nemmeno il responsabile, ipotizzerò un cambio location. Nei lockdown si è provato a suggerire ai fitness operators come accaparrarsi qualche ristoro e a organizzare webinar inutili che sterzavano verso riunioni autocelebrative identiche a quelle in presenza da parte dei soliti manager (troppi e ridondanti sia in ambito commerciale che tecnico). Ancora oggi non si capisce perché gli organigrammi dei club siano così complessi e, peggior cosa, a compartimenti stagni. La complessità rallenta l’azione, confonde le idee. Nelle tempeste come quella di adesso bisognerà seguire le indicazioni delle istituzioni che erano a un passo dal baratro. C’è bisogno di intercettori strategici e di chi ha “letto i libri” ma ha guidato anche il carrarmato tra le macerie del fitness.

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