Sull’isola di Flores, in Indonesia, a circa 5 ore di guida dalla cittadina costiera di Labuan Bajo, la strada finisce in un piccolo villaggio di pianura chiamato Denge. Poi c’è la foresta tropicale, che dopo un po’ si chiude quasi come una porta. Oltrepassato quell'”ingresso”, si procede (solo) a piedi in direzione Wae Rebo, salendo per più o meno 3 ore lungo un sentiero di terra rossa che zigzaga tra alberi giganteschi, muschio e vapor acqueo.
Il villaggio sorge a 1.200 metri di quota, avvolto quasi tutte le mattine da una coltre di nuvole basse che lo isolano visivamente dal resto del mondo. Quando le nebbie si diradano, però, appare la sorprepsa: 7 grandi capanne circolari dai tetti di paglia che si alzano a punta fino a quasi 15 metri d’altezza, disposte in cerchio attorno a uno spiazzo.
Le case che toccano il cielo
Quelle strutture si chiamano mbaru niang e rappresentano uno degli esempi architettonici più rari e meglio conservati dell’intero arcipelago indonesiano. Ciascuna mbaru niang è costruita senza un solo chiodo metallico, perché al loro posto ci sono travi di legno di bambù e palma che vengono intrecciate e legate con corde vegetali secondo tecniche tramandate oralmente da generazioni.
Il tetto, ricoperto di foglie di palma ijuk, scende fino a quasi toccare terra, dando alla struttura quella silhouette inconfondibile di un cono perfetto che sembra cresciuto dalla montagna stessa. L’interno è suddiviso in 5 livelli sovrapposti: al piano terra vivono le famiglie; ai livelli superiori si conservano il cibo, gli strumenti agricoli e, nella parte più alta, le offerte agli spiriti antenati.
L’architettura, oltre a essere funzionale, è persino una sorta di testo cosmologico, una mappa del mondo verticale della comunità Manggarai, il popolo che abita questa parte di Flores da secoli. L’UNESCO ha riconosciuto il valore di questo patrimonio culturale: nel 2012 il villaggio ha ricevuto l’Award of Excellence (il premio più alto) Asia-Pacific Awards for Cultural Heritage Conservation per il progetto di restauro e conservazione delle mbaru niang
La salita che separa il mondo
Il trekking dal villaggio di Denge fino a Wae Rebo dura circa 3 ore per un camminatore con passo regolare, coprendo un dislivello di più o meno 700 metri. Il sentiero attraversa una foresta fitta e umida, con tratti ripidi e radici affioranti dal suolo. In certi punti il sottobosco odora di terra bagnata e fiori selvatici; in altri, la luce filtra appena tra le chiome e si sentono solo i richiami degli uccelli.
A metà percorso c’è una piccola capanna di sosta, un punto panoramico naturale da cui si vede la vallata sottostante. Lì molti si fermano a riprendere fiato e a guardare indietro, verso il verde piatto delle risaie lontane. Poi si ricomincia a salire, fino a quando i tetti conici compaiono tra gli alberi e si capisce di essere arrivati.
Dormire tra i tambur, ospiti per una notte
Gli abitanti del villaggio accolgono i visitatori con una piccola cerimonia tradizionale chiamata Waelu’u (o Wae Lu’u), durante la quale viene offerta una bevanda locale e si chiede formalmente il permesso agli spiriti antenati di ricevere gli ospiti. Ma ciò che di primo impatto potrebbe sembrare una messinscena per turisti, in realtà è una pratica autentica che si ripete a ogni visita di un estraneo che varca il confine del villaggio.
Passare la notte a Wae Rebo è l’esperienza che molti viaggiatori ricordano come la più intensa del loro viaggio in Indonesia. Si dorme all’interno delle mbaru niang, su stuoie di paglia, avvolti in coperte di lana pesante (sì, le notti a 1.200 metri sono fresche anche vicino all’equatore).
La mattina presto, prima che le nuvole si alzino, il villaggio è avvolto in una luce azzurrastra e silenziosa. Le donne preparano il caffè di Flores, intenso e leggermente acidulo, su fuochi aperti. I bambini corrono tra le capanne, mentre ci si accorge che qui il tempo ha un ritmo diverso, misurato non dagli orologi ma dalla luce.
La permanenza minima consigliata è di 1 notte, sia per vivere davvero il ritmo del posto sia perché la logistica rende difficile una visita solo diurna. Il villaggio accoglie un numero limitato di ospiti al giorno: non è un resort, ma una comunità viva che ha scelto di condividere la propria casa con i viaggiatori, a determinate condizioni.
Tornare a valle il giorno dopo, con le gambe che sanno ancora della salita, si ha la sensazione di aver visitato un luogo che esiste fuori dalla traiettoria normale del turismo di massa. Qualcosa di raro che, per fortuna, non è ancora finito sulle maggior parte delle mappe dei pacchetti vacanza.
Foto Canva
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Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
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