L’Isola di Capo Rizzuto, nel cuore della Calabria ionica, porta un nome che inganna: tecnicamente è un promontorio, e non un’isola. E, visto dalla riva, sembra l’ennesima, bellissima cartolina del Mediterraneo. Ma basta spostare lo sguardo, attendere che l’alta marea inghiotta la stretta lingua di terra che lo collega alla costa o guardarlo direttamente dal mare, per capire che si tratta di un‘illusione cromatica e architettonica unica in Italia: un’enclave di pietra aragonese che sembra galleggiare sulle onde.
Eppure, il vero segreto di questo posto non è custodito (solo) nelle sue mura, ma in una storia che sembra uscita dalla penna di uno sceneggiatore fantasy e che quasi nessun turista conosce. È tra queste sponde che, nel ‘500, la vita di un semplice ragazzo del posto cambiò per sempre. Si chiamava Giovan Dionigi Galeni.
Oggi, mentre il Mar Ionio sferza le fondamenta di Le Castella (il nome della fortezza) e il vento soffia tra i torrioni di avvistamento, camminare su questo istmo di terra significa calpestare la soglia tra due mondi: quello della terraferma e quello di un mare profondo, teatro di pirati, maree e leggende che pure adesso continuano a riemergere dall’acqua.
Quando la marea separa il castello dal mondo
Visto dal mare, il castello aragonese di Le Castella sembra galleggiare. Il promontorio su cui è costruito è collegato alla costa da un lembo di terra così sottile che durante le mareggiate più intense l’orizzonte torna a chiudersi tutt’intorno alle sue mura, restituendo alla fortezza la silhouette di un bastione assediato dal mare aperto.
La struttura che vediamo oggi risale al XV secolo, ma le fondamenta raccontano strati molto più antichi. I Greci prima, i Romani poi e i Normanni infine avevano già capito che quel promontorio era un osservatorio naturale sul Mar Ionio impossibile da ignorare. Le torri angolari, le mura merlate color pietra ocra e il fossato parzialmente colmato dai secoli contribuiscono a restituire l’immagine di un avamposto militare che non ha mai smesso di fare la guardia all’orizzonte.
Una piccola chicca: la prospettiva migliore non è dalla spiaggia principale, ma dal lato nord, con la schiena verso il porto. Da lì, infatti, il riflesso delle mura sull’acqua è pressoché perfetto.
Il contadino di Calabria che diventò terrore del Mediterraneo
Come accennato, dietro queste mura si consuma una delle storie più incredibili del Mediterraneo cinquecentesco, rimasta a lungo nell’ombra. Giovan Dionigi Galeni nacque intorno al 1519 proprio in questa zona della Calabria, in una famiglia di contadini poveri. A circa vent’anni fu catturato dai pirati nordafricani durante una delle tante razzie che flagellavano la costa ionica, le stesse razzie contro cui il castello avrebbe dovuto essere un baluardo.
Quello che accade dopo supera qualsiasi romanzo di avventura: convertito all’Islam e ribattezzato Uluç Ali (storpiato dagli italiani in “Uchali” o “Luccialì”) il giovane calabrese scalò i ranghi della marina ottomana con una velocità e un’abilità che non aveva eguali. Divenne beylerbey d’Algeri, poi di Tripoli, fino a raggiungere il titolo di Kapudan Pascià, gran ammiraglio della flotta del sultano Selim II.
Comandò navi nella battaglia di Lepanto del 1571 e fu l’unico comandante ottomano a salvare la propria squadra durante la disfatta, per poi morire quasi settantenne nel 1587 a Costantinopoli, carico di onori. Un contadino calabrese, quindi, aveva percorso il Mediterraneo da una parte all’altra, partendo da questo stesso tratto di costa.
Oltre la fortezza: l’altra anima del promontorio
Capo Rizzuto fa parte oggi di una delle aree marine protette più estese del Mediterraneo. Le acque intorno al promontorio nascondono praterie di Posidonia oceanica, relitti sommersi e una biodiversità che ha pochi paragoni lungo la costa calabrese. All’interno del borgo si trova un Aquarium con 22 vasche che ricostruiscono gli habitat marini dell’area protetta, pensato anche per i bambini con un laboratorio dedicato alla cultura del mare.
Visitarlo prima di tuffarsi in acqua è un modo concreto per capire cosa si nasconde appena sotto la superficie. Chi arriva in estate trova spiagge di sabbia finissima alternate a fondali di roccia calcarea (e sì, è lo stesso calcare che ha dato forma al castello nel corso dei secoli).
Il promontorio, visto dall’alto con il drone o dalla prua di un kayak, rivela una tavolozza che va dal verde smeraldo dei bassi fondali all’azzurro profondo del largo, con le mura arancioni della fortezza a fare da punto di riferimento immobile. La storia di Uluç Ali, il contadino che guardò questo stesso mare prima di essere trascinato via, torna in mente mentre si cammina sull’istmo verso il castello. E sì, è emozionante!
Foto Pexels
Leggi Anche
- Zungri, tra grotte e silenzi: il mistero di una civiltà di pietra in Calabria
- Il segreto nella roccia di Pizzo Calabro: la Chiesetta di Piedigrotta e le sue statue vive
- La Sila e il Caciocavallo Silano DOP, un viaggio nel cuore più autentico della Calabria
Dottoressa di Ricerca in Psicologia Cognitiva e viaggiatrice per indole, tutto nasce tra le pagine del suo blog, I Frattempi della Mia Vita, per poi farsi strada nelle collaborazioni con SiViaggia, VDGmagazine, Serenis e altri ancora. Redattrice Web per amore della scrittura, resta una nomade zaino in spalla: assaggia ogni sapore, si immerge nella natura ed empatizza col prossimo, raccontando avventure ed emozioni con il sorriso e la curiosità del primo giorno. Per Sportoutdoor24 scrive di Viaggi, andando alla scoperta di luoghi fuori dai soliti circuiti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA






