Per capire cosa accade nella Riserva Naturale delle Salse di Nirano, occorre immaginare il sottosuolo modenese come una specie di pentola a pressione. Milioni di anni fa, la Pianura Padana era un mare profondo. Quando l’acqua si ritirò, lasciò intrappolati sotto a strati di roccia e argilla sia depositi di acqua salata, sia enormi bolle di gas metano derivate dalla decomposizione di sostanze organiche.
Oggi quel gas cerca una via d’uscita. La pressione spinge quindi il metano verso l’alto che, lungo la risalita, incontra l‘acqua salata fossile e le argille superficiali, mescolandole in una melma grigiastra. Il risultato è un’eruzione fredda: il fango sbuca fuori dal terreno e forma piccoli crateri. E a render il tutto ancor più incredibile è che non si avverte calore, ma solo il sibilo del gas che scappa. Questo fenomeno trasforma la collina di Fiorano in un deserto minerale in cui l’odore di idrocarburi sostituisce quello dell’erba. In sintesi, le “Salse” sono vulcani di fango, apparati che prendono il nome dal sapore salato di questo fango liquido.
I sentieri della Riserva Naturale delle Salse di Nirano
L’idea di un unico percorso è un errore comune. La Riserva Naturale delle Salse di Nirano possiede una rete sentieristica articolata che permette di uscire dalla conca dei crateri. Noi abbiamo selezionato per voi i migliori
Sentiero 1 (Il campo delle Salse)
Noto come il tracciato del campo centrale, il Sentiero 1 rappresenta il punto di massima tensione geologica dell’intera area. Si tratta di un anello pedonale che circonda e attraversa i coni più attivi, in cui la crosta terrestre rivela la sua fragilità. L’intero percorso si sviluppa su passerelle rialzate, una scelta obbligata che serve sia a proteggere le formazioni argillose dal calpestio umano che a garantire l’incolumità dei visitatori.
La dinamica del terreno in questo settore è infatti ingannevole. Le colate di fango espulse dai crateri tendono a seccarsi rapidamente in superficie sotto l’azione del sole e del vento, dando vita a una sottile crosta grigiastra e fessurata che simula una solidità rocciosa. Tuttavia, al di sotto di questo velo rigido, il fango conserva una consistenza fluida e viscosa per tempi lunghissimi. Senza il supporto delle passerelle, il rischio di sprofondare in sacche di melma salmastra è reale e immediato.
A pochi centimetri dalle assi di legno, si osservano le polle ribollenti. Il gas metano, liberandosi dalla morsa dell’argilla, genera bolle che scoppiano con un rumore sordo, un “puf” ritmico che i locali chiamano barboj. Ogni esplosione solleva piccoli schizzi di fango grigio che, accumulo dopo accumulo, edificano i coni circostanti.
Sentiero 3 (Il Sentiero del Gheppio)
Abbandonando il campo centrale per imboccare il Sentiero del Gheppio, si comprende la reale instabilità del terreno. In questa zona l’argilla non edifica coni, ma modella i calanchi: enormi costoni di terra nuda, affilati come lame, scavati dal ruscello incessante delle acque piovane che non trovano radici a trattenerle. Questo tracciato richiede attenzione costante perché il fondo è duro come pietra in assenza di umidità, ma muta in una superficie saponata e viscida al primo accenno di pioggia.
Dalle creste dei calanchi la prospettiva cambia radicalmente. Si osserva l’intera conca dall’alto e si percepisce la scala del fenomeno: l’intero versante collinare appare in lento movimento, modellata dalla spinta dei gas interni e dall’erosione esterna. La vista spazia fino al profilo lontano delle Alpi (non sempre, ovviamente), eppure l’attenzione rimane incollata a quella terra grigia che rifiuta ogni forma di stabilità geologica.
Sentiero 6 (Il Sentiero del Capriolo)
Infine il Sentiero 6, dedicato al Capriolo, che rappresenta il polmone verde e la via di fuga verso l’alto per chi vuole comprendere l’intero complesso morfologico del territorio Questo tracciato si distacca dal grigiore sterile delle salse per risalire i versanti che circondano l’anfiteatro argilloso. Risulta essere il percorso che meglio evidenzia la battaglia biologica tra il deserto salino e la rigogliosa collina emiliana.
Risalendo il versante, si nota con estrema chiarezza come la vegetazione riprenda il sopravvento non appena la concentrazione di sale nel suolo diminuisce. È l’habitat ideale per la fauna selvatica, ed è proprio qui, tra le macchie di arbusti e i margini del bosco, che risulta più facile avvistare il capriolo nelle prime ore del mattino.
Il tracciato conduce anche a strutture storiche di grande valore documentario, come l’edificio di Cà Tassi: antica costruzione in sasso recuperata per diventare un centro visite specializzato nella flora e nella fauna della Riserva. La parte più alta del Sentiero 6, invece, regala una vista d’insieme che i percorsi di fondo valle non possono offrire.
Guida pratica alla visita
La visita alle Salse di Nirano impone il rispetto di regole fisiche precise. Le precauzioni restano d’obbligo per ogni escursionista perché l’argilla reagisce all’umidità: se bagnata, diventa un sapone pericoloso; se secca, si spacca in croste taglienti che mettono a dura prova le suole.
Risulta fondamentale l’uso di calzature tecniche da trekking con un ottimo grip. Attenzione anche all’odore di idrocarburi che si rivela piuttosto persistente vicino alle bocche eruttive. È importante anche scegliere il periodo giusto, perché il sole può picchiare senza pietà sulla conca delle Salse, agendo come un riflettore naturale. Le ore migliori per assaporare la solitudine del luogo sono quelle dell’alba, quando la nebbia del mattino si mescola ai gas sotterranei, o il tardo pomeriggio, quando le ombre lunghe dei coni d’argilla disegnano geometrie drammatiche sul terreno.
Per l’accesso, il parcheggio di Via del Parco presso il centro visite Cà Talami è il punto di partenza migliore per chi desidera informazioni scientifiche prima di iniziare il cammino. Per chi predilige il silenzio, l’accesso da Via del Cimitero permette di raggiungere i crateri attraverso un sentiero meno battuto che taglia i prati esterni alla zona eruttiva.
Foto di copertina: Marcobini84 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Via Wikimedia; Canva
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